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COME E PERCHE’ FARE A MENO DELLA PSICHIATRIA
il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
presenta
COME E PERCHE’ FARE A MENO DELLA PSICHIATRIA
MERCOLEDì 22 ottobre a PISA
al POLO CARMIGNANI OCCUPATO in piazza dei Cavalieri
(dietro
la Normale)
alle ORE 18:30
INCONTRO/DIBATTITO con il Collettivo Antipsichiatrico
Antonin Artaud
+ PROIEZIONE DI VIDEO ANTIPSICHIATRICI
a seguire Aperitivo
Musicato
PERCHE’ NON RESTI “COME SE NULLA FOSSE ACCADUTO”
riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di Arianna
che ci scrive che spera tanto che almeno attraverso il nostro sito
la sua storia possa non passare sotto silenzio; perchè tutto non
resti’ "come se nulla fosse accaduto"
collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa
Ho
35 anni e da circa 25 sono affetta da un disturbo psichiatrico cronico e non
trattabile (Disturbo ossessivo compulsivo).
Tale
disturbo comporta di per sé la coazione a lunghissimi rituali di pulizia e
lavaggio con i quali ormai convivo da anni e pur avendo pesantemente
influenzato la mia vita pratica e di relazione mi permette comunque di vivere
da sola da alcuni anni e non ha mai costituito fonte di pericolo o
preoccupazione per me o altri.
Nel
2004 per una lunga e complessa situazione che non sto a dettagliare ma fondamentalmente di vessazioni e
intimidazioni subite da parte di una famiglia di condomini del palazzo in cui
vivo e scaturita unicamente dal loro pregiudizio e dalla loro intolleranza nei
confronti della mia persona – che per mia stessa ammissione sapevano sofferente
di una patologia mentale – mi sono trovata a perdere il mio equilibrio ma
soprattutto in situazioni esistenziali totalmente compromesse, tali da indurmi
a minacciare un gesto anticonservativo nel giugno 2005.
Ho subito allora un TSO perfettamente giustificato e legittimo, ma questo e’
stata per me (che mai avevo dovuto subire ricoveri, mai tentato il suicidio in
tanti di malattia) l’inizio di una spirale allucinante di soprusi, violenze
psicologiche e ricatti da parte dei medici curanti (parte al Centro Salute
Mentale cui mi ero rivolta ed ero seguita da qualche tempo poi e da quel
momento in reparto).
Per riassumere ho subito da allora tre TSO successivi, di cui uno di 30 giorni,
senza che vi fossero i requisiti legali prescritti dalla legge 180 e con
evidenti vizi anche formali nell’ultimo.
Questo perché la drammatica situazione che vivevo e che raccontai sin dal primo
ricovero e che da un anno non riuscivo a denunciare alle autorità causa la
perdita di credibilità dovuta alla mia condizione patologica certificata,non e’
stata mai minimamente creduta ne’ appurata, bensì da subito e definitivamente
bollata come sintomo di un disturbo paranoide del pensiero, in comorbilità con
il mio disturbo ossessivo (per lunghi anni diagnosticato invariabilmente e
trattata da professionisti privati.) E inoltre, avendo io stessa
insistentemente sollecitato i medici a tentare un colloquio di mediazione con i
miei vicini di casa, ho ottenuto il risultato di subire un TSO con la sola motivazione
di essere stata "troppo insistente e fastidiosa" nel
telefonare al CSM per spiegare tale esigenza, preoccupata per il mio equilibri
psicofisico e il reale rischio per la mia incolumità che da un anno correvo nel
mio appartamento.
Poi il colloquio di mediazione in effetti ci fu, io non venni ammessa ad esso
per volere del Primario; per qualche tempo i vicini cambiarono atteggiamento,
ma dopo 6 mesi tutto ricominciò e questa volta i vicini cominciarono a recarsi
da quel Primario adducendo come da sempre pretesti calunniosi e irreali per
paventare una presunta mia pericolosità sociale e farmi rinchiudere
temporaneamente in reparto.
Questo nell’aprile 2006, quando venni attirata con un pretesto
in reparto e pur avendo constatato tutti, Primario compreso, le mie buone
condizioni in quel frangente, il Primario richiese con false dichiarazioni un
TSO immediato, chiudendo semplicemente le porte. E tra lo sbigottimento e
l’impotenza di tutto il personale infermieristico e dei pazienti, che mi
espressero solidarietà e cercarono di trovare delle soluzioni per tutelarmi se
non liberarmi.
Infine dopo le dimissioni i vicini di casa mi aggredirono fisicamente con
minaccia di morte, ma prima che potessi denunciarli chiamarono il Servizio
Psichiatrico Urgente e i carabinieri sostenendo che io ero l’autrice
dell’aggressione.
Il medico del Servizio Psichiatrico dopo aver a lungo parlato con me non
ritenne di dover prendere provvedimenti sanitari, ma consigliò ai miei
familiari di starmi vicino e cercare di risolvere la situazione con i vicini.
Ma 3 giorni dopo, ancora sotto shock, vidi la mia psichiatra del CSM
presentarsi senza preavviso al mio domicilio per eseguire un TSO,senza sapere
lei stessa motivarlo a me o ai miei familiari, se non con il fatto che aveva
ricevuto un ordine dal solito Primario del reparto.
Peraltro la Dottoressa rientrava quella mattina in servizio dopo un periodo di
ferie e non era quindi al corrente – così io pensavo – ne’ di quanto mi era
accaduto, tanto meno delle mie reali
condizioni in quei giorni, poiché non vi era stato alcun contatto tra me e lei
o con il CSM da parecchi giorni.
Eppure si presentò con una richiesta di TSO già firmata, riportante una
condizione psichiatrica del tutto falsa atta a legittimare l’intervento. E il
rifiuto di accettare le terapie, sebbene in quel frangente nessuno mi propose
alcun farmaco o colloquio terapeutico, nemmeno se ne parlò e ve ne fu il tempo.
Mio padre, medico internista, era presente e testimone di tutti i fatti, ma non
ha saputo opporsi o tentare di reagire per il forte shock.
Quando poi giunsi in ospedale e chiesi spiegazioni, il Primario in termini
denigratori e accusatori mi disse che la mia vicina di casa si era recata da
lui per descrivere l’aggressione (nei termini invertiti) e aveva chiesto di
prendere un provvedimento restrittivo. Io non avevo testimoni al momento
dell’aggressione, ma di nuovo spiegai come erano andate le cose, peraltro sconvolta dal fatto
che avessero da 2 anni ignorato le mie richieste di tutela fino al rischio
verificatosi di perdere la vita per mano di queste persone. Il Primario, sempre
con un atteggiamento di palese sostegno, giustificazione e solidarietà con i
miei vicini, ribattè in quell’occasione che "se mi avessero
effettivamente uccisa avrebbero fatto bene, lui sarebbe stato contento".
Questa fu solo una delle tante esternazioni pesanti e spesso illogiche (di
fronte al personale che ne prese atto) che subii da lui durante tutti i
ricoveri eccetto il primo. La sua
condotta da un punto di vista umano e deontologico fu così marcatamente
scorretta da creare imbarazzo al personale e alla fine, per fortuna, indusse un
medico del suo staff a prendere posizione e esautoralo dallo seguire in
specifico il mio caso, che venne passato al collega ("Ci siamo resi
conto che c’e’ un problema con il Dott.X, temiamo che questo possa
compromettere il suo equilibrio”)
Inutile
dire che nell’eventualità’ di un procedimento legale a parte mio padre e un
infermiere non più n servizio in quel reparto e distante anche geograficamente,
nessuno di queste persone informate dei fatti sarà disposta a parlare; sono
piuttosto certa riguardo agli infermieri, che me l’ hanno già in parte
comunicato, esprimendo anche timore nell’essere coinvolti (anche se lo saranno
d’ufficio, come presumo).
Durante i ricoveri ovviamente ho dovuto sottostare a una terapia diversa come
dosaggi dalla mia abituale e soprattutto mi venne prescritto un neurolettico
indicato per le patologie deliranti a dosaggi altissimi e per via
intramuscolare a rilascio lento (depot). Questo creava effetti collaterali
fisici molto penosi ed evidenti.
Ma dopo le dimissioni dovevo ogni 15 giorni presentarmi al CSM per ricevere
l’iniezione e una volta che credetti di poter contrattare con i medici almeno
una somministrazione per via orale, meno dannosa, fui letteralmente sequestrata
all’interno del CSM, presa con la forza e sottoposta all’iniezione, mentre un
medico sbarrava le porte.e mi parlava in toni derisori, come a un bambino. Io
peraltro sapevo da tutte le esperienze precedenti che era del tutto inutile
chiamare le forze dell’ordine, acriticamente esecutrici di qualsiasi decisione,
legale o non, dei servizi sanitari pubblici.
All’atto delle dimissioni dall’ultimo ricovero nuovamente il Primario volle
prescrivere quella terapia rivelatasi dannosa oltre che non efficace per il mio
disturbo e lo fece contro il parere di mio padre medico e della collega
psichiatra del CSM che erano presenti. Alle richieste di spiegazione di mio
padre, soprattutto sull’effettiva utilità e meccanismo scientifico del farmaco
suddetto, il Primario dimostrò con risposte vaghe di non conoscerne neppure
l’emivita. Eppure ribadì che l’unica condizione a cui potevo essere dimessa era
di nuovo questa terapia ogni 15 giorni, perché " Bisogna fare braccio
di ferro con la paziente e qui decido io".
Però se non altro dopo quelle dimissioni il farmaco creò effetti più gravi,
tali da portarmi a rischiare lo scompenso cardiaco; così mio padre prese
finalmente coraggio e informalmente diffidò tanto il CSM quanto il reparto dal continuare
ad occuparsi del mio caso, pena il ricorso a vie legali.
Immediatamente tutte le interferenze nella mia vita, i controlli che subivo da parte del CSM al mio domicilio
(preciso che dal punto di vista legale non ho mai infranto alcuna legge e sono
incensurata) e soprattutto le violazioni di domicilio ingiustificate (ogni
volta che i vicini chiamavano il SUP) cessarono e io ritornai ad essere un
cittadino in possesso dei suoi diritti, soprattutto quelli costituzionali e
della persona.
Purtroppo il danno che ho riportato sul piano biologico, ma
ancor più morale ed esistenziale e’ immane. A tutt’oggi persistono i sintomi di
un Disturbo da stress post traumatico non risolto del tutto (incubi, terrori,
ansia continua, crisi di panico e depressione). Per dare l’idea del progressivo
deteriorarsi delle mie condizioni di vita posso dire, con vergogna, che non
sono in grado di lavare il mio corpo dal 2005 a causa delle coercizioni subite
qui in casa e in ospedale verso la mia abitudine al lavaggio compulsivo, che mi
hanno prodotto idrofobia e altre fobie (soprattutto essere invasa in casa da
ulteriori interventi) e comportano chiaramente un’invalidazione assai più grave
di quella già grave che vivevo dopo anni di cronicità.
Gli effetti si sono ripercossi a macchia d’olio sui miei familiari, ormai
anziani, sui loro ritmi di vita alterati dall’esigenza costante di farsi carico
non solo delle mie esigenze materiali ma della mia tutela, legale e fisica. E
per questo sono sorte incomprensioni e problemi nell’ambito allargato delle
loro famiglie d’origine.
Peraltro i vicini (sentendosi legittimati dai medici e probabilmente sapendo
che sarei stata da loro intimidita con lo stesso TSO a non sporgere denuncia,
cosa che in effetti non sono poi riuscita a fare) mi hanno poi querelata con la
falsa accusa dell’aggressione, anche se ora dopo il loro trasloco hanno rimesso
la querela. E l’onere economico per la mia difesa legale è andato ovviamente a
carico della famiglia, giacché sono da sempre inabile al lavoro.
Aggiungo che alla mia richiesta delle cartelle cliniche
effettuata alcuni mesi fa,quella dell’ultimo e più visibilmente illegale
ricovero , è stata dal Primario dichiarata smarrita (all’interno del reparto:
secondo l’archivio non e’ mai giunta a distanza di due anni nella preposta sede
di archiviazione!).Egli ha sposto regolare denuncia di smarrimento e la
Direzione Sanitaria dell’Ospedale mi ha dato notizia ufficiale per iscritto.
Senza contare che solo alla consegna delle altre cartelle
relative ai TSO precedenti ebbi modo di scoprire la diagnosi che egli aveva
formulato…a quanto pare anche all’insaputa della mia psichiatra curante al CSM
che si dichiara tuttora discorde. Del resto gli estenuanti accertamenti che ho
poi eseguito privatamente a me spese
ripetutamente disconfermano tale diagnosi, rilevando sempre solo il mio
Disturbo ossessivo compulsivo (purtroppo con sintomatologia aggravata dalle
“cure” subite!)
Oggi,
a distanza di 2 anni, essendo effettivamente cessata anche la minaccia dei
vicini, recentemente trasferitisi altrove, io sento il bisogno di informare le
autorità di quanto accaduto; e non solo quale riconoscimento a me stessa,
veramente terapeutico,della reintegrazione del mio diritto civile ma perché
oggi lo considero un dovere morale, nonostante l’irrimediabilità del danno
subito, nei confronti di altri pazienti presenti e futuri. E non soltanto
ovviamente di quel reparto nello specifico.
Eppure
il muro di omertà (anche da parte del personale allora in servizio), i giochi
di potere politici che sottendono alle cariche sanitarie, la difficoltà e la
fatica di sottopormi a innumerevoli perizie, il fatto che nessuno psichiatra
oggi è veramente disposto a pronunciarsi, ben sapendo che questo andrebbe a
mettere a rischio la credibilita’ di un collega, mi svuotano ogni giorno di più
di fiducia e speranza e perpetuano il dolore e la difficolta’ di convivere ogni
giorno con i danni subiti.
Arianna
UN MESSAGGIO DI SPERANZA AI SOPRAVISSUTI DELLA PSICHIATRIA
Riceviamo e
volentieri pubblichiamo questo messaggio di
una persona che è risucita a uscire dalla morsa della psichiatria.. Abbiamo deciso di
rendere pubblica questa lettera con l’intento di mettere in luce i veri meccanismi con
cui opera la psichiatria e nella speranza che sempre più persone trovino il coraggio di denunciare gli abusi subiti.collettivo antipsichiatrico
a.artaud-pisa
UN MESSAGGIO DI
SPERANZA AI SOPRAVISSUTI DELLA PSICHIATRIA
se potete pubblicare
sul sito antipsichiatrico il mio messaggio alle persone che ancora sono
dentro a questo orribile tunnel…un metodo per fuggire
c’è ….sembra ridicolo ma io
racconto la mia storia personale mi sono dovuta
nascondere per anni , scappando da una città all’altra, pur di non essere
braccata dalle siringhe e dalle pillole misteriose dei medici mi sono improvissata
un giorno barista, un mese impiegata, un altro anno commessa , pur di
fuggire e stare al riparo anche con sconosciuti , che sono sempre meglio di
questi infami medici che dicono di conoscerti da anni sono scomparsa,, ho
chiuso i contatti anche con i miei famigliari , perchè i parenti purtroppo sono
la prima scorciatoia che i medici usano per farti rientrare nel loro
giro vizioso giocando sull ignoranza ,e sul posto appunto che
conservano di lavoro, basta una semplice
telefonata a casa tua da uno di questi mercenari , anche mentre tu sei fuori a
comperarti in quel momento un cd o fare la spesa,che ti ritrovi nel abisso
degli psicofarmaci.rischiare è l’unica
cosa , ma è un rischio che ne vale la pena ,,, se sismettono i farmaci di
colpo , non abbiate timore…non c’ è tortura
peggiore che una convulsione da farmaco ogni 10 giorni e bava alla bocca piuttosto che alzarsi
alla notte e sognare ancora questi vampiri che ti tengono con la forza
per infilarti aghi nelle braccia….non è importante se
nessuno sa dove siete, non lo sapevano comunque nemmeno prima…….qua fuori non siamo
soli, in verità ci sono tanti di quei sopravissuti che girano che nemmeno ce
lo possiamo immaginare, ma questo non importa, la cosa che importa è
che piu lottiamo per combattere la psichiatria più lei vince….il buio l’abbiamo già
visto per tanti anni , non resta che ritrovare la luce…qualunque cosa vi
inventiate , andrà sicuramente bene, perchè lontano dagli psichiatri tutto
torna a profumare di muschio bianco.
R.F.
SCHEDA TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO
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TRATTAMENTO |
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COSA E’ |
ricovero psichiatrico coatto (contro la |
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CHI LO DISPONE |
il Sindaco del comune di residenza o presso |
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CHI LO PROPONE |
un medico (non importa se psichiatra o |
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CHI LO CONVALIDA |
un medico operante nella struttura |
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QUANDO PUO’ ESSERE FATTO |
quando i due medici di cui sopra
che la
che la stessa
che non esistano |
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CHI VIGILA |
Il Giudice Tutelare competente nel |
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DOVE PUO ESSERE EFFETTUATO IL RICOVERO |
solo presso i reparti psichiatrici |
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QUANTO DURA |
7 (sette) giorni; rinnovabili con |
|
CHI VIGILA SUL RINNOVO DEL TSO |
il Giudice Tutelare. A |
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CHE DIRITTI ABBIAMO |
1. abbiamo diritto alla
2. abbiamo
3. abbiamo diritto di
4. abbiamo diritto di
5. abbiamo diritto di
6. abbiamo diritto di
7. abbiamo diritto di
8. abbiamo diritto di
9. abbiamo diritto di
|
CHI SIAMO
A Pisa è nato il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud contro gli usi ed abusi della psichiatria.
Nessuno di noi è psichiatra, psicologo o uno "specialista " della mente ma siamo tutte persone
interessate a contrastare gli effetti nefasti che questa scienza del controllo produce sull’intero corpo sociale.
Ci sembra necessario mettere in discussione le pratiche di esclusione e segregazione indirizzate
a tutti quelli che non accettano il sistema di valori imposto dalla società.
E’ arrivato il momento di rompere il silenzio che permette il brutale perpetuarsi di tutte le
pratiche psichiatriche e di smascherare l’interesse economico che si cela dietro
l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.
Ci proponiamo di fornire:
– un aiuto legale
– informazione sui farmaci e sui loro effetti
collaterali
– denunciare le violenze e gli abusi della psichiatria.
Chiunque è interessato può intervenire alle nostre assemblee che si svolgano
tutti i martedì alle 21:30 c/o lo Spazio Antagonista Newroz in via Garibaldi 72 a PISA
per info : antipsichiatriapisa@inventati.org
3357002669
visita anche il nostro blog
www.artaudpisa.blogspot.com
sabato 21 giugno iniziativa antipsichiatrica c/o il circolo arci agorà di pisa
Parteciperà all’iniziativa
"A 30 anni dall’entrata in vigore della riforma psichiatrica"
(Legge 180) "E ti chiamaron matta" di Gianni Nebbiosi c/o il cirolo arci agorà VIA BOVIO 48/50 Pisa Un piccolo – urgente disco/capolavoro torna disponibile dopo 37 anni
nella nuova incisione di
Alessio Lega e Rocco Marchi Ore 20 cena sociale
Menù: fusilli al tonno – filetto di cappone alle verdure – sorbetto –
vino, acqua. Ore 22 presentazione del CD “E ti chiamaron matta” con il CONCERTO di
Alessio Lega e Rocco Marchi Ingresso alla presentazione del CD gratuito Serata promossa dal circolo agorà di Pisa
www.agorapisa.it info@agorapisa.it Parteciperà il Collettivo Antipsichiatrico A.Artaud-Pisa
http://artaudpisa.noblogs.org/
Le nuove catene della psichiatria a 30 anni dalla Legge 180
Il
collettivo Antonin Artaud è formato da un gruppo di persone che si propongono
di sviluppare e di diffondere una cultura di critica e di contrasto agli usi e
agli abusi della psichiatria, attraverso
attività di ricerca e di divulgazione, e
offrendo ascolto, solidarietà e supporto legale alle vittime della psichiatria.
Oggi,
a 30 anni dall’entrata in vigore della riforma psichiatrica, che ha visto
l’abolizione dei manicomi, ci troviamo ancora di fronte alla necessità di
mettere in discussione i meccanismi coercitivi e di reclusione dell’istituzione
psichiatrica.
La
riforma legislativa si concretizza con la legge 180, chiamata legge Basaglia,
nonostante lui stesso l’abbia in seguito criticata. Il contesto politico e
culturale di quegli anni era vivace e in continuo fermento, i movimenti
politici dal basso lottavano per la liberazione dell’individuo da catene e
sbarre, da poteri istituzionali e dal controllo poliziesco e medico. Cresceva
dunque il bisogno istituzionale di mettere un freno a queste spinte libertarie,
necessità concretizzata con una legge che solo apparentemente ha abolito i
meccanismi manicomiali e che si
è rivelata più verbale che materiale, riguardando solo i luoghi della psichiatria,
non i trattamenti e le logiche sottostanti.
Con la chiusura degli Ospedali
Psichiatrici si è verificata una trasformazione che ha visto sorgere capillarmente
sul territorio tutta una serie di piccole strutture preposte all’accoglienza
dei vecchi e nuovi utenti della psichiatria, quali case famiglia, Centri di
Salute Mentale (CSM), centri diurni, reparti ospedalieri, comunità
terapeutiche, ecc, all’interno dei quali continuano a perpetuarsi sia
l’etichetta di “malato mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della
psichiatria. Si sono dunque conservati dispositivi e strumenti propri dei
manicomi, quali la gestione del tempo quotidiano, dei soldi, l’obbligo delle
cure e il ricorso alla contenzione fisica.
La legge Basaglia non ha
intaccato il fenomeno dell’internamento, mantenendo inalterato il principio di
manicomialità in base al quale chiunque può essere arbitrariamente etichettato
come “malato mentale” e rinchiuso. Viene infatti
definita la pratica del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) ossia la
possibilità di veri e propri ricoveri coatti,
atti di violenza che rappresentano un grande trauma per chi li subisce.
Insieme al bombardamento farmacologico, che mira ad annullare la coscienza
della persona e a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere, per i
pazienti considerati “agitati” si ricorre ancora all’isolamento e alla
contenzione fisica.
Con
la chiusura dei manicomi la psichiatria ha raggiunto più potere ed una migliore
visibilità come scienza medica: essa è riuscita a sbarazzarsi di camicie di
forza, sbarre, e letti di contenzione (quest’ultimi sono comunque tuttora
presenti!) sostituendoli con cure massicce di psicofarmaci, di
durata indeterminata e rese obbligatorie sotto
il ricatto di un internamento attraverso il TSO.
Vogliamo infine manifestare il
nostro dissenso verso coloro che in questi giorni hanno trovato il pretesto del
trentennale della legge 180 per tesserne le lodi di “democraticità” e farsi
belli agli occhi della comunità, ma che nel quotidiano non fanno altro che
rafforzare il modello psichiatrico “manicomiale” vigente: coordinatori di Distretti
di Salute Mentale, nei cui reparti chiusi i pazienti non possono uscire benché
ne abbiano tutto il diritto o muoiono a vent’anni in circostanze del tutto
sospette; associazioni e cooperative sociali che svolgono il proprio lavoro a
fianco della psichiatria; insigni professori che esercitano pratiche disumane
quali l’elettroshock, e che ultimamente ne promuovono una maggiore diffusione
nel territorio.
Vogliamo invitare tutti alla nostra
iniziativa per confrontarsi su questi argomenti.
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA
antipsichiatriapisa@inventati.org
LE NUOVE CATENE DELLA PSICHIATRIA A 30 anni dalla riforma psichiatrica
in piazza dei cavalieri a Pisa
il collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa
il collettivo antipsichiatrico violetta van gogh-firenze
presentano
LE NUOVE CATENE DELLA PSICHIATRIA
A 30 anni dalla riforma psichiatrica
mostra fotografica ex-manicomio di Volterra
allestimento materiale informativo sulla 180
ore 18
una critica antipsichiatrica alla legge 180
interverrà il collettivo antipsichiatrico A.Artaud
la legge 180 e l’esperienza del telefono violetta
interverrà il collettivo antipsichiatrico Violetta Van Gogh
prima e dopo il 1978 30 anni di legge 180
interverrà G. Antonucci
a seguire dibattito
ore 21 aperitivo e cena/buffet
ore 21:30
i dispositivi e i meccanismi manicomiali nelle istituzioni psichiatriche
di oggi
interverrà N.Valentino
la psichiatria nelle carceri e la situazione degli OPG
interverrà S.Verde
a seguire dibattito
collettivo antipsichiatrico a.artaud –pisa
collettivo antipsichiatrico violetta van gogh-firenze
PER INFO:
335 7002669
www.artaudpisa.blogspot.com
www.artaudpisa.noblogs.org
www.violetta.noblogs.org
TSO: uno strumento di controllo
Con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici si è verificata una trasformazione che ha visto sorgere tutta una serie di piccole strutture preposte all’accoglienza dei vecchi e nuovi utenti della psichiatria, quali case famiglia, Centri di Salute Mentale (CSM), centri diurni, reparti ospedalieri, comunità terapeutiche, ecc, all’interno dei quali continuano a perpetuarsi sia l’etichetta di “malato mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria. Si sono conservati dispositivi e strumenti propri dei manicomi, quali la gestione del tempo quotidiano, dei soldi, l’obbligo delle cure e il ricorso alla contenzione fisica.
La legge Basaglia non ha intaccato il fenomeno dell’internamento, mantenendo inalterato il principio di manicomialità in base al quale chiunque può essere arbitrariamente etichettato come “malato mentale” e rinchiuso. Mentre l’articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto alla libera scelta del luogo di cura e la volontarietà delle cure mediche, con la legge 180 e la successiva 833 si sono stabiliti dei casi in cui il ricovero può essere effettuato indipendentemente dalla volontà dell’individuo: è il caso del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e dell’ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio).
Nel 1982 la popolazione dei degenti psichiatrici era calcolata intorno ai 24.118 persone. Nel 1914 tale cifra raggiunse i 54.311 individui, per impennare ancora toccando, nel 1934, gli 80.000 internati. Su queste stime si mantenne fino al 1971, anno in cui cominciò a decrescere gradualmente fino a raggiungere nel 1978 i 54.000 internati, con un movimento annuo di ricoverati che ammontava a circa 190.000 persone. Nel 1978 esistevano in Italia un centinaio di istituti (Ospedali Psichiatrici Provinciali) con una capacità di circa 80.000 posti letto.
Oggi il numero degli internati nel sistema post-manicomiale è difficilmente calcolabile perché con l’introduzione del TSO il flusso in entrata ed in uscita dai reparti nell’arco dell’anno si è fortemente accelerato, mentre la diffusione dei trattamenti psichiatrici extra-ospedalieri è enorme e riguarda ormai più di 600.000 persone.
Il regime terapeutico imposto dal TSO ha una durata di 7 giorni e può essere effettuato solo all’interno di reparti psichiatrici di ospedali pubblici. Deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di TSO, il Sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio il quale deve notificare il provvedimento e decidere se convalidarlo o meno entro 48 ore. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il TSO sia rinnovato oltre i 7 giorni.
La legge stabilisce che il ricovero coatto può essere eseguito solo se sussistono contemporaneamente tre condizioni: l’individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, l’individuo rifiuta la terapia psichiatrica, l’individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero. Subito ci troviamo di fronte ad un problema: chi determina lo “stato di necessità” e l’urgenza dell’intervento terapeutico? E, in che modo si dimostra che il ricovero ospedaliero è l’unica soluzione possibile? Risulta evidente che le condizioni di attuazione di un TSO rimandano, di fatto, al giudizio esclusivo ed arbitrario di uno psichiatra, giudizio al quale il Sindaco, che dovrebbe insieme al Giudice Tutelare agire da garante del paziente, di norma non si oppone.
Per la persona coinvolta l’unica possibilità di sottrarsi al TSO sta nell’accettazione della terapia al fine di far decadere una delle tre condizioni, ma è frequente che il provvedimento sia mantenuto anche se il paziente non rifiuta la terapia.
Se, in teoria, la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche vengono aggirate: nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti sono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti del ricoverato.
Spesso il paziente non viene informato di poter lasciare il reparto dopo lo scadere dei sette giorni ed è trattenuto inconsapevolmente in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario). Persone che si recano in reparto in regime di TSV sono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. Diffusa è la pratica di far passare, tramite pressioni e ricatti, quelli che sarebbero ricoveri obbligati per ricoveri volontari: si spinge cioè l’individuo a ricoverarsi volontariamente minacciandolo di intervenire altrimenti con un TSO. La funzione dell’ASO è generalmente quella di portare la persona in reparto, dove sarà poi trattenuta in regime di TSV o TSO secondo la propria accondiscendenza agli psichiatri. Esemplificativa la vicenda di M. R., condotto al CSM di Livorno per un ASO il 30 Gennaio 2008: M. in quella occasione accettò il ricovero volontario per non incorrere in un TSO, ma il 6 Febbraio, alla sua richiesta di uscire, gli venne notificato un TSO che lo costrinse a rimanere in reparto per altre due settimane.
L’obbligo di cura oggi non si limita più alla reclusione in una struttura, ma si trasforma nell’impossibilità effettiva di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero coatto cui ci si avvale alla stregua di strumento di oppressione e punizione.
L’attuale situazione è frutto non solo del potere psichiatrico e della totale mancanza di informazioni in merito all’istituzione psichiatrica, ma anche delle pressioni e intimidazioni più o meno dirette che le persone finiscono per subire in ambito familiare e sociale.
Un altro dato non può essere tralasciato: il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si raggiunge durante una settimana di TSO ha pochi eguali. Il ricovero coatto rimane un atto di violenza e rappresenta un grande trauma per chi lo subisce. Insieme al bombardamento farmacologico che mira ad annullare la coscienza di sé della persona e a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere, per i pazienti considerati “agitati” si ricorre ancora all’isolamento e alla contenzione fisica. Riprovevole la vicenda del Giugno 2006 che vide G. Casu, un venditore ambulante ricoverato in TSO a Cagliari, morire dopo sette giorni di contenzione fisica e farmacologia. A seguito di questo tragico episodio il primario del reparto è stato sospeso dall’incarico e rinviato a giudizio per omicidio colposo insieme ad una collega psichiatra.
Purtroppo i casi di morte in TSO non sono pochi. Volendone citare alcuni ricordiamo E. Idehen, morto nel Maggio 2007 a Bologna: l’uomo si era sottoposto volontariamente alle cure, ma alla richiesta di andare a casa i medici decisero per il TSO facendo intervenire la polizia alle sue insistenze; la versione ufficiale sul decesso parla di una crisi cardiaca avvenuta mentre infermieri e poliziotti tentavano di portare l’uomo nel letto di contenzione. Nel Giugno 2007 a Empoli segue la morte per arresto cardiocircolatorio di Roberto Melino, un ragazzo di 24 anni: il giovane era entrato in reparto in TSV, tramutato, come nel caso precedente, in TSO alla richiesta di andare a casa; resta da chiarire se il decesso sia avvenuto per cause naturali o in seguito alla somministrazione di qualche farmaco.
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud Pisa
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