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SUICIDIO nel Carcere di Sollicciano nel reparto degenza psichiatrica

  • April 18, 2018 7:54 pm

detenuto di origine marocchina si toglie la vita nel carcere di Sollicciano a Firenze lo scorso 8 aprile.

la persona era in attesa di giudizio ed era nel reparto degenza psichiatrica.
la scarsa informazione sui media ufficiali ci fa sorgere tanti dubbi in merito alla vicenda.

sotto trovate il link a radio wombat dove potete trovare una breve intervista sulla vicenda

https://wombat.noblogs.org/

E’ la PSICHIATRIA SOCIALMENTE PERICOLOSA! volantino PRESIDIO NO REMS sab 7/04 Volterra

  • March 30, 2018 10:38 am

sotto il volantino che distribuiremo a VOLTERRA SABATO 7 APRILE durante il
Presidio informativo contro la REMS in piazza San Michele alle ore 11:30.
poi la giornata proseguirà con la Presentazione alle ore 17 di
“CORRENTI di GUERRA. Psichiatria militare e faradizzazione durante la prima guerra mondiale.” di Marco Rossi autoprodotto dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
c/o lo Spazio Libertario Pietro Gori in Via Don Minzoni 58

a seguire alle ore 20 APERICENA

E’ LA PSICHIATRIA SOCIALMENTE PERICOLOSA

La Legge n°81/2014 ha chiuso gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), e ha previsto l’entrata in funzione delle REMS (Residenze Esecutiva per le Misure di Sicurezza).
La REMS di Volterra è un mini OPG, una struttura manicomiale, una istituzione totale.

Cambia il nome, cambia in parte la gestione e cambiano alcune procedure, forse queste strutture saranno “più pulite, moderne”, ma non cambia la sostanza. La logica concentrazionaria che ne è alla base, resta quella del fascista Codice Rocco, basata su un meccanismo d’internamento/custodia manicomiale per i cosiddetti “socialmente pericolosi”, un paradigma totalizzante/escludente per contenere una umanità “eccedente”. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare il codice penale che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti,  ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Per abolire realmente le REMS (e gli OPG ) bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia e occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.
La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.

Prima della fine dell’ultima legislatura è stato fatto passare un emendamento dal PD che dispone il ricovero nelle REMS esattamente come se fossero i vecchi OPG, dei detenuti considerati “rei folli”, quelli in osservazione psichiatrica e le persone con la misura di sicurezza provvisoria.
Il rischio che si corre nel momento in cui si dice che qualunque persona che si trova in carcere, o in una struttura psichiatrica, anche in attesa di giudizio, venga mandata nelle REMS, e’ quello che si ricostituiscano le strutture manicomiali. L’emendamento in questione ripristina la vecchia normativa prima della legge 81/2014, invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi OPG.

Di fatto una parte consistente degli internati già dovrebbe essere fuori per le stesse regole statali; la gran parte non ha commesso violenze gravi su vittime indifese, come invece spesso viene detto strumentalmente; in ogni caso, come dimostra la realtà, gli apparati d’ internamento/controllo sistemici riproducono disastri sul piano sociale e individuale.
L’istituzione totale è un dispositivo classista e gerarchico, funzionale a logiche di profitto e dominio elitari, al contempo di omologazione e separazione. Per noi occorre partire da un nuovo paradigma non escludente, a cominciare dal fatto che la libertà è terapeutica e che occorre costruire relazioni sociali diverse e migliori, rivoluzionando l’esistente, rompendo così, a 360 gradi, la gabbia sistemica della cosiddetta “malattia mentale”, costruendo percorsi “altri”.

Crediamo che ci sia bisogno d’immaginare e sperimentare dal basso forme di sostegno socializzanti, come già avviene in alcune realtà autogestite, con persone che hanno cortocircuiti mentali e sofferenza psichica, che poi è sofferenza esistenziale, antitetici al sistemico internamento/controllo. Percorsi di apertura umana e interazione, coinvolgenti rispetto ai contesti territoriali e comunitari, in cui affrontare dal basso le vari situazioni critiche rigettando dispositivi segreganti. Sperimentazioni che possano usare risorse realmente pubbliche, in cui siano protagoniste le persone, nelle varie dimensioni, nel rispetto dell’integrità, dell’autonomia e della dignità di tutti/e i soggetti in campo, senza sbarre e contenzioni manicomiali.
Come libertari pensiamo che sia fondamentale la costituzione e sperimentazione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi rispetto al sistema imperante, lo svilupparsi di una varietà di percorsi di vita costruiti dal basso e basati sul mutuo aiuto e sul protagonismo delle persone.

Lo Spazio Libertario Pietro Gori e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud rimangono contrari a tutte le istituzioni totali. A partire da ciò, con altri aspetti ancora da approfondire data la complessità della questione, pensiamo che sia importante aprire un confronto sociale e culturale.

Spazio Libertario Pietro Gori Volterra,Via Don Minzoni 58
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, via San Lorenzo 38 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org

CIAO GIORGIO ANTONUCCI…

  • November 20, 2017 4:29 pm

Apprendiamo con tanta tristezza la notizia della scomparsa di Giorgio Antonucci, avvenuta sabato 18 novembre nella sua casa di Firenze.
Perdiamo un grande uomo, che con una pratica coerente alle sue idee, ha contribuito a liberare tante persone rinchiuse nelle strutture manicomiali e ha lottato contro la psichiatria e i suoi abusi.

In suo ricordo mettiamo il link a questo video:

https://www.youtube.com/watch?v=N8omMIQBttY

il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa

ELETTROSHOCK: MA QUALE CURA?

  • October 27, 2017 5:10 pm

In merito all’articolo pubblicato sul “Il Tirreno” nella pagina di Pisa
il 14 ottobre scorso abbiamo scritto un nostro articolo.

 

ELETTROSHOCK: MA QUALE CURA?

Come Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud da anni siamo impegnati sul territorio per contrastare gli abusi della psichiatria, ponendo particolare attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente e trasversalmente.

A quasi ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.

Anzi, si è cercato di modernizzarlo, sin dai primi anni, infatti già nel 1943 il professor Delay mise a punto una nuova tecnica: l’elettroshock sotto narcosi, anche detta elettroshock terapia modificata.

L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Cambiare nome all’elettroshock ha aperto la via a due ordini di cambiamento: anzitutto si è assicurato il proseguimento del trattamento riducendo il dibattito alle linee guida per l’utilizzo, nei soli ambiti medici e politici; l’altro cambiamento è rappresentato dall’opinione diffusa che lo vede come pratica non più utilizzata, superata e obsoleta, allo stesso modo dei salassi per mezzo di sanguisughe. Invece si tratta sempre di far passare la corrente elettrica per la testa di un paziente, che passando attraverso il cervello, produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.

Rimangono la brutalità, la sua totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato. I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.

Relativamente all’attuale e globalizzato panorama d’impiego dell’elettroshock, poco trasparente e condiviso, continuiamo a porci domande come queste.

Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia?

È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione?

Durante la sua applicazione pratica, si sta ancora immettendo corrente elettrica verso il cervello di un proprio simile oppure si effettua un intervento equiparato ad ogni altra operazione chirurgica peraltro senza usare bisturi?

Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?

Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il  percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.

Per chiunque voglia approfondire l’argomento, come collettivo abbiamo scritto il libro “ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute.” Edizioni Sensibili alle foglie 2014. Questo libro propone un viaggio nella storia delle shock terapie, che precedono e accompagnano l’applicazione della corrente elettrica al cervello degli esseri umani e delle testimonianze di persone in carne ed ossa, che sono state sottoposte all’elettroshock. Lo trovate sul nostro sito scaricabile gratuitamente www.artaudpisa.noblogs.org

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD, Via San Lorenzo 38 Pisa, tel. 3357002669  antipsichiatriapisa@inventati.org  www.artaupisa.noblogs.org

Articolo/Recensione “SCEMI di GUERRA” di Chiara Gazzola su Arivista di giugno 2017

  • June 16, 2017 9:27 am

SCEMI DI GUERRA

 Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, dopo una preziosa pubblicazione edita da “Sensibili alle foglie” sulla storia dell’elettroshock – ora riammesso a pieno titolo nei protocolli medici sotto le mentite spoglie di TEC (terapia elettroconvulsivante) –, con questo opuscolo autoprodotto aggiunge un altro tassello sulle implicazioni di questo metodo di tortura. Il contesto analizzato è quello bellico, con uno sguardo particolareggiato alla I guerra mondiale. La ricerca è firmata da Marco Rossi che ribadisce “la complice amicizia con il Collettivo pisano e il gruppo Kronstadt di Volterra”: quest’ultima città ospitò infatti, qualche mese fa, un dibattito pubblico su questo tema. L’opuscolo, sintetico quanto estremamente documentato, ha per titolo Correnti di guerra – Psichiatria militare e faradizzazione durante la Prima guerra mondiale. Le tecniche utilizzate per la faradizzazione servirono ad affinare gli strumenti, ideati più tardi, per la TEC: la dolorosa scarica elettrica veniva applicata in varie parti del corpo, scroto compreso: “già sperimentata a scopo medico nel Settecento, durante il Primo Conflitto divenne quindi una pratica – anche se poco conosciuta – asservita alla logica militare e anticipò quanto sarebbe avvenuto, sistematicamente, durante la Seconda guerra mondiale” specifica l’autore, oltre a spiegare efficacemente le motivazioni che soggiaciono al connubio fra l’apparato psichiatrico e quello militare. Nel 1915, 170 psichiatri di comprovata esperienza manicomiale furono inseriti nell’organico militare, sotto la guida di A. Tamburini presidente della Società italiana di freniatria ed ex direttore del S. Lazzaro di Reggio Emilia, uno fra i più grandi ed efficienti manicomi europei. É risaputo quanto questa guerra sia stata particolarmente cruenta; le conseguenze in termini di povertà, morte, invalidità, traumi fisiologici e psicologici fecero maturare – nell’esercito e nella società – forme di riluttanza all’asservimento delle politiche statali: evidentemente gli apparati di potere le giudicarono eccessive, sorse così l’esigenza strategica di un rimedio pertinente agli obiettivi bellici. I reparti manicomiali dedicati ai disertori (molto noto quello del S. Maria di Pietà di Roma) furono giudicati insufficienti; l’istituzione militare preferì occuparsi direttamente degli “scemi di guerra”, potendo così garantire agli ufficiali un trattamento privilegiato. Si mise in atto una vera e propria “profilassi morale per bonificare le truppe dagli elementi inaffidabili, secondo una morale più patriottica che deontologica”; ciò significa che “l’obiettivo primario divenne quello di recuperare i soggetti critici per il fronte, come carne da cannone, nonché scoprire e deferire i frodatori alla giustizia militare” ben sottolinea M. Rossi a pag. 12 e 13.

La guerra non avrebbe mai dovuto essere percepita come causa di sofferenza psicologica o di insofferenza sociale: ecco perché l’ideologia dominante trovò negli assunti positivisti il miglior alleato. Cesare Lombroso dedicò studi e attività professionale alla determinazione di presunte tare ereditarie e congenite – rese palesi ad esempio dalla morfologia del cranio – di soggetti potenzialmente criminali poiché dimostravano forme di asocialità. Questi insegnamenti fornirono l’eccellente opportunità per poter affermare che soltanto la degenerazione mentale e morbosa potesse indurre al rifiuto del servizio patriottico. Si enumerarono sintomatologie e diagnosi fantasiose fra le quali ricorrono la debolezza nervosa, la predisposizione organica, l’immoralità costituzionale, la gracilità intellettuale, l’ectopia testicolare, la simulazione, la scarsa volontà o il rifiuto al sacrificio, ma anche infermità mentali rese manifeste dalla pederastia o dalle scelte libertarie e antimilitariste tradotte nei termini di pazzia ragionante. Allo scopo di ostacolare queste aberrazioni, si individuò nella somministrazione di scosse elettriche il metodo principe di persuasione e punizione: scoprire i bugiardi, ma soprattutto ricollocare nelle trincee un’abbondante carne da macello indispensabile alla guerra.

I militari italiani sottoposti a trattamenti psichiatrici furono circa 40000, “secondo le cifre ufficiali ma probabilmente sottostimate”, afferma l’autore che poi aggiunge: “resta invece da accertare il numero, non meno rilevante, delle donne internate in manicomio a causa di disturbi psichici determinati, più o meno direttamente, dal contesto bellico”. Nonostante vi siano documenti che riconducano alle condizioni di vita in trincea la causa di malesseri psichici, la propaganda ideologica scelse di ribadire il concetto non dipendente da cause di guerra: fecero eccezione soltanto i traumi cerebrali provocati direttamente dalle esplosioni. Anche in questo caso le diagnosi psichiatriche si avvalsero di un ribaltamento fra causa ed effetto nel tentativo, ancor oggi non dimostrato, di individuare la causa organica delle cosiddette malattie mentali. Il determinismo scientifico di derivazione lombrosiana, dalla guerra in Vietnam a oggi, certifica con la diagnosi di PTSD (Post Traumatic Stress Disturb) molte delle sofferenze dovute agli scenari bellici o alle calamità naturali, così da poter curare testimoni e vittime sottoponendole a TEC o a sedazione chimica.

In perfetta continuità con l’analisi storica di M. Rossi, completata dal confronto delle tecniche di faradizzazione utilizzate in altri Paesi europei e da dati territoriali specifici come quelli individuati presso il frenocomio di San Girolamo di Volterra, risulta evidente quanto la maggior parte delle diagnosi psichiatriche – soprattutto quelle inserite nel DSM, il manuale delle malattie mentali redatto negli USA – svelino la corruzione del linguaggio scientifico, ogni volta che offre la propria complicità alla pianificazione del controllo sociale.

Chiara Gazzola

 

Recensione di Chiara Gazzola dell’opuscolo “Correnti di Guerra” su Sicilia Libertaria di giugno 2017

  • June 12, 2017 2:45 pm

La psichiatria nasce con l’intento di dare una veste scientifica al controllo di tutti i comportamenti giudicati forme di criticità, in quanto potrebbero minare la quiete sociale pianificata da ogni potere politico-economico. Avviene così, ancor oggi in maniera sistematica soprattutto per le diagnosi inserite nei DSM (i manuali delle malattie mentali redatti negli USA), che le condotte anomale vengano tradotte nei termini di patologie mediche, in assenza di test oggettivi che le comprovino. Uno degli esempi più eclatanti riguarda l’omosessualità: fin dal positivismo, al giudizio morale negativo si aggiunse la condanna scientifica ideata dall’antropologia criminale, che poi divenne una vera e propria patologia psichiatrica descritta nel secondo DSM (1968); quando nel 1980 fu pubblicato il DSM III, miracolosamente sparì: non era più una malattia mentale, ma una devianza sociale o che altro? La maggior parte delle diagnosi ha avuto il medesimo percorso poiché risponde ad esigenze dettate dal sistema socio-economico che si avvale della permeabilità del determinismo nel dare spiegazioni approssimative alle sofferenze psicologiche, confondendole ai deficit neurologici. La psichiatria rimane estremamente coerente a se stessa nel prestare il fianco agli obiettivi di altri apparati di potere. Questo taglio analitico trova conferma in molte ricerche storiche: oggi abbiamo a disposizione un prezioso studio che colma una lacuna sul connubio fra questa specializzazione medica e l’apparato militare. Trattasi di un opuscolo autoprodotto dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa (che per “Sensibili alle foglie” aveva già curato: Elettroshock – La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute, 2014) firmato da Marco Rossi dal titolo Correnti di guerra – Psichiatria militare e faradizzazione durante la Prima guerra mondiale, 2017, pp. 40. La pubblicazione è stata preceduta da un dibattito pubblico tenutosi a Volterra qualche mese fa; l’autore infatti ribadisce: “Una ricerca non appartiene mai soltanto a chi la firma: questa non fa eccezione. Infatti, è nata dalla complice amicizia con il Collettivo Artaud e il gruppo Kronstadt di Volterra”. I trattamenti psichiatrici sono spesso ideati per curare specifiche anomalie comportamentali descritte utilizzando un’ambiguità terminologica che, volutamente, crea una sovrapposizione fra sintomi e presunte malattie, in altre parole: fra causa ed effetto. Il contesto analizzato da M. Rossi – la cruenta guerra 1915-’18 – fra le sue conseguenze devastanti, registra casi esasperati di sofferenza psichica che produssero l’allontanamento di numerosi militari dagli scenari bellici affinché fossero rinchiusi nei manicomi, in particolare nei reparti dedicati ai disertori come quello del S. Maria di Pietà di Roma. In alcuni documenti dell’epoca si ribadisce che le condizioni di vita in trincea possano causare forme di nevrosi, ma nei referti medici la fedeltà agli intenti ideologici e patriottici risulta evidente dalla ripetizione del concetto: non dipendente da cause di guerra. Ogni tragedia lacera profondamente l’emotività, modifica sostanzialmente la percezione dell’esistenza: la retorica del patriottismo perse concretezza al confronto diretto con l’esperienza del terrore, quella paura intima vinse il mito del sacrificio eroico. “L’incontro tra le due istituzioni totali – l’esercito e il manicomio – aveva avuto un precedente significativo ai tempi della guerra in Libia (1911-1912), quando molti soldati avevano perso il senno nelle sabbie desertiche” (…) “La militarizzazione della psichiatria nazionale divenne quindi un fatto compiuto con l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915” spiega l’autore. Fu così che, a distanza di pochi mesi, 170 psichiatri furono inseriti a pieno titolo nell’organico militare sotto la guida di A. Tamburini, presidente della Società Freniatrica ed ex direttore di uno fra i più efficienti e storici manicomi europei, il San Lazzaro di Reggio Emilia. Fu così che si inaugurarono i neurocomi militari nei quali si poté assicurare ai graduati un trattamento privilegiato; i soldati ricoverati furono circa 40000 “secondo le cifre ufficiali ma probabilmente sottostimate” sottolinea l’autore che poi aggiunge: “resta invece da accertare il numero, non meno rilevante, delle donne internate in manicomio a causa di disturbi psichici determinati, più o meno direttamente, dal contesto bellico”. L’opuscolo è breve, ma dettagliato e ben documentato. La faradizzazione è l’utilizzo di corrente elettrica applicata su varie parti del corpo, scroto compreso, ai renitenti al dovere del servizio militare che manifestassero forme di psicosi, fossero essi simulatori, pederasti, moralmente deboli, degenerati, imbecilli gravi, predisposti costituzionalmente alle reazioni criminose, disertori e via dicendo fino ad evidenziare nella pazzia ragionante, di lombrosiana memoria, la diagnosi più pertinente da affibbiare agli antimilitaristi socialisti e anarchici. Si attuò un vero e proprio programma di profilassi morale per scoprire e punire i frodatori, con l’evidente obiettivo di rinviarli al più presto al fronte affinché fossero ricollocati negli avanposti più rischiosi del combattimento in corso. L’ideologia positivista, che sottende ai metodi intimidatori della faradizzazione (anticiparono quanto avvenne nei conflitti armati successivi con l’impiego sistematico dell’elettroshock), si evince da numerosi documenti e da locuzioni come: “il mancato adattamento alla società militare era segno di incompletezza biologica”; “gli uomini incapaci di uccidere erano un gruppo aberrante”; o “l’incorreggibile, l’indisciplinato, il debole o chi è privo di senso morale non può considerarsi normale” come scrisse lo psichiatra G. Antonini in La questione della epurazione dall’esercito dei criminali. La ricerca di Marco Rossi è completata dal confronto dell’utilizzo delle elettroterapie in altri Paesi europei e da dati particolareggiati su alcune aree territoriali, ad esempio il frenocomio San Girolamo di Volterra. Nell’opuscolo, inoltre, viene sottolineato come tutte le sofferenze psicologiche dovute ai traumi causati dai contesti bellici, ricondotte però dagli apparati di potere a forme di debolezza congenita o infermità mentale, diagnosticate a militari e civili (questo termine generico in tempo di guerra include soprattutto le donne) abbiano ispirato i redattori del DSM III quando decisero di classificare, con un lessico medico più aggiornato, i malesseri manifestati dai reduci della guerra in Vietnam: nacque così il Post Traumatic Stress Disorder che, grazie a dettagliate sotto-classificazioni, è il pretesto sempre più utilizzato per contenere chimicamente testimoni e vittime di ogni conflitto armato, nonché migranti che transitano nei cosiddetti luoghi di accoglienza istituzionali. Anche in questo caso il ribaltamento causa-effetto, sul quale la psichiatria ha sempre basato i propri protocolli, evidenzia il disagio sull’individuo, evitando di mettere in discussione tutte le forme di ingiustizia sociale, vera causa di ogni discriminazione e sofferenza. L’approccio psichiatrico, anche quando sembra poco invasivo, non si occupa del vissuto emozionale e fenomenologico delle persone che, al contrario, sono considerate casi clinici. Basaglia ha scritto che un individuo da folle diventa razionale quando lo si definisce malato: è la cultura manicomiale, sempre viva nonostante si nasconda dietro un lessico rinnovato, a rendere razionale il paziente psichiatrico e non perché viene guarito, ma perché viene rinchiuso e curato. Le forme di questa coercizione riemergono ogni volta che si toglie dignità ad una persona e si rinchiudono i suoi dubbi, le sue emozioni, il suo corpo e le sue possibilità di scelta. La ricerca di Marco Rossi è un tassello prezioso che dimostra – pur nel contesto specifico analizzato – il ruolo e l’intento di una disciplina medica sempre disposta ad incrementare il proprio profitto in alleanza agli altri apparati del potere.

 

Chiara Gazzola

SOLIDARIETA’ alle COMPAGNE di Mala Servanen Jin !!

  • May 28, 2017 7:23 pm

SOLIDARIETA’ ALLE COMPAGNE DI Mala Servanen Jin!

Come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud esprimiamo la massima solidarieta’ alle compagne della Mala Servanen Jin di Pisa, colpite dalla vigliacca violenza poliziesca che lo scorso 24 maggio ha sgomberato la Casa delle donne che combattono, nata l’8 marzo durante il partecipatissimo corteo organizzato da Non una di meno.
Donne coraggiose che hanno deciso di organizzarsi e combattere difendendo uno spazio da esse liberato e portato a nuova vita, uno spazio che versava in stato di abbandono e degrado ma che grazie al loro impegno era divenuto un centro per le donne che vogliono aggregarsi, informarsi, fare cultura e organizzarsi in lotte importanti come quella contro l’emergenza abitativa.
Giú le mani delle nostre menti, dai nostri corpi e dai nostri spazi!

Il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

CANAPISA 2017: LA FOLLIA di CURARE la PAZZIA

  • May 18, 2017 6:14 pm

come collettivo antipsichiatrico anche quest’anno parteciperemo a Canapisa.

sotto il volantino che distribuiremo durante la street parade.

CANAPISA STREET PARADE 2016 Sabato 20 maggio ore 16 Piazza Sant’Antonio – PISA

 

LA FOLLIA DI CURARE LA PAZZIA

Sulla crisi , il controllo sociale e il proibizionismo…

Anche quest’anno parteciperemo a Canapisa per sostenere la lotta antiproizionista e ribadirne l’affinità  con quella antipsichiatrica. Rivendichiamo la libertà di scegliere per noi stessi e rifiutiamo qualsiasi forma di patologizzazione dei comportamenti, tesa a creare categorie sociali discriminate e emarginate come quelle di “drogato” e “pazzo”.

L’istituzione psichiatrica è infatti uno dei principali strumenti che il sistema usa per ostacolare l’autodeterminazione degli individui, per arginare qualsiasi critica sociale e normalizzare quei comportamenti ritenuti “pericolosi” poiché non conformi al mantenimento dello status quo, intervenendo nel complesso ambito della sofferenza.

Assistiamo oggi ad una sistematica diffusione della crisi, sia sociale, economica e personale; le cui cause vanno ricercate nella società in cui viviamo e nello stile di vita che ci viene imposto e non nei disturbi biochimici della mente.

La logica psichiatrica sminuisce invece le nostre sofferenze, riducendo le reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova sottoposto  a sintomi di malattia e medicalizzando gli eventi naturali della vita.

Poiché la risposta psichiatrica è sempre la stessa per tutte le situazioni – diagnosi-etichetta e cura farmacologica – crediamo che rivendicare il diritto all’autodeterminazione in ambito psichiatrico significhi “riappropriarsi” della follia e della molteplicità di maniere per affrontarla, elaborandola in maniera autonoma.

La psichiatria moderna è diventata una tecnica di repressione tramite psicofarmaci. Che bisogno c’è della camicia di forza quando oggi basta una pillola oppure una siringa?

Sicuramente l’uso della violenza (non del tutto sparito, infatti in molti reperti si usa ancora la contenzione meccanica) è un approccio più appariscente e rumoroso, ecco perché è preferibile una tecnica, farmacologica, silenziosa, incontrollabile e diluibile. E’ molto più semplice convincere qualcuno a prendere delle pasticche o a farsi fare iniezioni che a farsi legare ad un letto.

L’istituzione psichiatrica continua a compiere la sua funzione di esclusione e controllo sociale, ed ha enormemente ampliato il suo bacino d’utenza aumentando di anno in anno il numero delle “malattie mentali” da curare, ossia dei comportamenti “devianti” da uniformare.

Tra questi rientra il consumo di sostanze psicoattive, che oggi diviene sintomo di un disagio da trattare con cure psichiatriche, trasformando un fenomeno culturale e sociale in una questione sanitaria. Negli ultimi anni a causa del decreto Fini-Giovanardi ed alle nuove proposte di legge in materia psichiatrica, si è rafforzato il legame proibizionismo-psichiatria ed i consumatori di sostanze illegali sono diventati merce per le multinazionali farmaceutiche e per l’industria del recupero e della riabilitazione sulla base di una doppia diagnosi che li vede “malati mentali” in quanto drogati e “drogati” a causa della loro “malattia mentale”.

Nonostante si dimostri proibizionista nei confronti di chi consuma volontariamente sostanze, la psichiatria diffonde sul mercato molecole psicoattive e somministra trattamenti farmacologici che sono spesso introdotti coercitivamente nel corpo delle persone.

Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia. Siamo qui a chiedere dunque: qual’è la vera differenza fra le droghe illegali e gli psicofarmaci?

Siamo contro l’obbligo di cura e contro il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), non condanniamo a priori l’utilizzo di psicofarmaci ma pensiamo che spetti all’individuo deciderne in libertà e consapevolezza l’assunzione.

Il TSO, la cui applicazione avviene nei reparti ospedalieri preposti (i cosiddetti SPDC), ha effetti coercitivi che vanno ben oltre le mura della stanza d’ospedale: è usato, presso i CIM o i Centri Diurni, anche come strumento di ricatto quando la persona chiede di interrompere il trattamento o sospendere/scalare la terapia; infatti oggi l’ obbligo di cura non si limita più alla reclusione in una struttura, ma si trasforma nell’impossibilità effettiva di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero coatto cui ci si avvale alla stregua di strumento di oppressione e punizione. Per questo ancora una volta diciamo NO ai TSO, perché i trattamenti sanitari non possono e non devono essere coercitivi e affinché nessuno più debba morire di psichiatria

Sentiamo pertanto l’esigenza di contrastare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le pratiche psichiatriche e di smascherare l’interesse economico che si cela dietro l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.

 

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

via San Lorenzo 38 56100 Pisa

 antipsichiatriapisa@inventati.org

www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

L’8 MARZO, LOTTO SEMPRE!

  • March 3, 2017 4:53 pm

L’8 MARZO, LOTTO SEMPRE!

Il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa aderisce e partecipa allo sciopero globale femminista dell’8 marzo 2017.

Il movimento antipsichiatrico, come il femminismo e il transfemminismo, lotta da sempre per il diritto all’autoderminazione di tutte e tutti, contro la psichiatria come scienza del controllo sociale.

Religione e psichiatria si sono sempre preoccupate di esercitare il loro repressivo controllo su tutti quei comportamenti che, nelle differenti epoche, hanno suscitato e suscitano scandalo: dalla sessualità non convenzionale, al pensiero libertino; dalla disobbedienza alla famiglia, alla dissidenza politica; dalla diversità, alla stravaganza o incomprensibile stranezza. Ogni comportamento che si discosta dalla norma in una società che richiede efficienza, produttività e concorrenzialità, viene definito patologico.

Le carenze individuali della persona che vive una situazione di squilibrio vengono ricercate ed esaltate, anche quando si riconoscono le cause sociali del disagio. Ne è un chiaro esempio la categoria diagnostica del PTSD (disturbo da stress post-traumatico) che valuta il difetto della persona nel reagire a esperienze fortemente traumatiche, anziché il dramma sociale vissuto, invertendo così i termini di causa ed effetto.

I Manuali Diagnostici e Statistici dei Disturbi Mentali, DSM 1°, 2° e 3° includevano l’omosessualità tra le malattie mentali con annesse spiegazioni “scientifiche”. Solo nel DSM 4° del 1994, dopo un lungo dibattito e scontri interni, l’omosessualità come patologia non apparirà più, così come non vi si troverà l’isteria, che portò alla reclusione di migliaia di donne negli istituti manicomiali. Ma quante altre presunte malattie mentali sono state classificate col medesimo metodo “scientifico”?

Sopravvive ad esempio, seppur cambiato di nome, il disturbo dell’identità di genere, oggi disforia di genere. Proliferano le categorie diagnostiche associate alla vita della donna, dalla depressione post-partum, al disturbo disforico premestruale, e il sesso femminile è addirittura considerato un fattore di rischio nella depressione.

Anche l’infanzia è sotto i riflettori della psichiatria, così come il mondo migrante e quello precario: i soggetti improduttivi o socialmente “deboli” incarnano oggi tutta la sintomatologia del divario economico e sociale che viviamo e diventano destinatari di “cure”, anche obbligatorie, giacché la famigerata chiusura dei manicomi non ha intaccato il ricovero coatto e il trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

Gli psichiatri si ergono a “curatori dell’infelicità” a sostegno dell’industria farmaceutica: più la nostra esistenza si complica, più ci propongono di alleviare le nostre difficoltà con molecole (psicofarmaci) che diluiscono silenziosamente la nostra capacità di reazione. Veniamo spinte a ricorrere al camice bianco come sostituto della solidarietà spontanea fra le persone. Si risponde alla necessità di riconoscimento delle esperienze drammatiche e delle sofferenze esistenziali, con diagnosi che vanificano la volontà di riprendere in mano le nostre vite, perché il problema siamo noi, che siamo “malate”.

CONTRO CHI CI VUOLE SUCCUBI, OBBEDIENTI E INQUADRATE.

CONTRO OGNI ETICHETTA PSICHIATRICA. CONTRO L’OBBLIGO DI CURA.

CONTRO LA PSICHIATRIA SCIENZA DEL CONTROLLO SOCIALE.

PER IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE E IL RICONOSCIMENTO DELLE DIFFERENZE:

NOI SCIOPERIAMO!!!

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud Pisa

www.artaudpisa.noblogs.org

CONTRO il PROIBIZIONISMO: DIFESA ATTIVA…

  • November 16, 2016 4:59 pm

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 A Pisa è nato lo SPORTELLO e il TELEFONO CONTRO IL PROIBIZIONISMO con CONSIGLI MEDICI e LEGALI

A cura di Osservatorio Antipro CANAPISA

PER INFO E CONTATTI:  370 3002016 / www.osservatorioantipro.org