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giovedì 13 ottobre: APPELLO MOBILITAZIONE a ROMA in OCCASIONE dell’INCONTRO dell’OMS sulla SALUTE MENTALE

  • September 12, 2022 9:53 pm

IL CAPITALISMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

Una buona salute mentale consente alle persone di lavorare in modo produttivo e di realizzare appieno il proprio potenziale. Al contrario, una cattiva salute mentale interferisce con la capacità di lavorare, studiare e apprendere nuove competenze. Essa ostacola i risultati scolastici dei bambini e può avere un impatto sulle prospettive occupazionali future. I ricercatori stimano che solo a causa della depressione e dell’ansia si perdono ogni anno 12 miliardi di giorni lavorativi produttivi, per un costo di quasi 1.000 miliardi di dollari. Questo dato comprende i giorni persi per assenteismo, presenzialismo (quando si va al lavoro ma non si lavora) e turnover del personale.” (World mental Health report. Tranforming mental health for all; Cap. 4.3.2 Economic Benefits; OMS 2022).

Il 13 e 14 ottobre 2022 si terrà a Roma l’incontro internazionale promosso dall’OMS (Organizzazone Mondiale della Sanità) in cui si presenterà il World Mental Health Report.

È in questa occasione che nasce la chiamata a scendere in piazza a Roma Giovedì 13 Ottobre.

OCCUPARSI DELLE CAUSE NON GENERA PROFITTO

La gestione sanitaria dell’emergenza pandemica ha evidenziato una totale assenza di interventi diretti ad approfondire le cause che l’hanno determinata, occupandosi esclusivamente dei sintomi. Focalizzare l’attenzione sulla ricerca delle cause avrebbe significato inevitabilmente attuare una radicale trasformazione delle politiche sociali, economiche, ambientali, sanitarie, relazionali. Troppo costoso e quindi, poco produttivo. La psichiatria funziona con le stesse modalità: al presentarsi di una crisi non vengono prese in considerazione le cause che l’hanno determinata, la persona viene espropriata della possibilità di esprimere i propri significati e di autodeterminarsi attraverso un potere del tutto arbitrario il cui interesse non é affatto quello dichiarato della cura, ma piuttosto la progressiva medicalizzazione e cronicizzazione della crisi.
Lo Stato in questi due anni si è comportato allo stesso modo: in nome di una presunta irresponsabilità collettiva ha imposto le sue direttive dall’alto imponendosi come organo iper-razionale, una mente che ‘decide’ e sovradetermina il ‘corpo’ sociale, che in quanto ‘corpo’ è ad esso subordinato secondo un dualismo riduzionista para-psichiatrico appunto. Lo Stato e i suoi tecnici hanno valutato lo ‘stato di necessità’ secondo le leggi dell’economia, e gestito l’emergenza/crisi con la contenzione – l’esproprio della salute – esattamente come avviene in psichiatria. Allo stesso modo si è imposto un trattamento farmacologico col ricatto, impedendo alle persone di esprimere il proprio consenso, assicurando l’immediato introito per Big Pharma e lasciando solo chi ha subito le conseguenze sulla propria salute degli effetti collaterali del vaccino.

PER LA LIBERTÀ DI SCELTA CONTRO L’OBBLIGO DI CURA

L’attuale prassi nelle istituzioni psichiatriche prevede l’assunzione obbligatoria di psicofarmaci che a lungo termine risultano il più delle volte essere dannosi e invalidanti. La progressiva cronicizzazione della sofferenza è funzionale da un lato alla presa in carico a vita dall’altro al profitto delle multinazionali del farmaco.
La parola della persona non viene presa in considerazione o addirittura giudicata come sintomo della malattia, mentre vivere in una società fondata sulla prestazione e l’individualismo, la solitudine e l’assenza di una dimensione comunitaria sembra cosa del tutto normale. Si interviene sui sintomi categorizzandoli come espressione di “malattia mentale” ricorrendo ai TSO, alla contenzione fisica, meccanica e farmacologica. Nei CIM i colloqui sono troppo brevi e non c’è nessuna possibilità di essere ascoltatз o di esprimere dubbi e difficoltà.
Crediamo che rivendicare il diritto ad avere parola e ad autodeterminarsi significhi anche riappropriarsi delle proprie esperienze, delle difficoltà, della sofferenza e della molteplicità di modi per affrontarla. Siamo convintз che ci siano persone, tra coloro che operano all’interno delle strutture sanitarie, che si rifiutano di essere complici di questo sistema di oppressione e che preferiscono slegare piuttosto che contenere, ascoltare piuttosto che mettere a tacere con i farmaci, essere solidali con chi si sottrae alle logiche di competizione. Sono loro che vorremmo al nostro fianco.

TECNOLOGIE E DIGITALIZZAZIONE: LA RELAZIONE NEGATA

Si parla di “salute mentale digitale”, un processo che strumentalizza le retoriche dell’innovazione, dell’accessibilità e dell’inclusione, introducendo invece forme sempre più specializzate di controllo, disciplinamento ed esclusione. Una “salute” sempre più delegata al dispositivo tecnico, costruita intorno alle esigenze del mercato dell’industria tecnologica e all’inesorabile sottrazione di reali spazi di soggettivazione, autodeterminazione e solidarietà dal basso.

CONTRO IL PROIBIZIONISMO PER LA RIDUZIONE DEL DANNO

C’è un’evidente contraddizione nei proclami dell’OMS, da un lato si promuove il consumo di sostanze “psicotrope” legali con effetti disastrosi, dall’altro si criminalizza l’autoconsumo di sostanze psicoattive. Al mondo un detenuto su cinque è in carcere per violazioni delle leggi sulle droghe. In Italia circa un terzo della popolazione detenuta è in carcere per questo motivo. Il proibizionismo non solo ha fallito, ma è esclusivamente funzionale al controllo sociale e a finanziare narco-mafie e narco-stati utili al riciclo e alla riproduzione del Capitale. E’ fondamentale dare voce allз consumatorз, attivando politiche dal basso improntate alla riduzione del danno e al consumo consapevole.

PER L’ABOLIZIONE DELLA CONTENZIONE E DELL’ELETTROSHOCK

Nonostante le belle parole dell’OMS nei reparti psichiatrici si continua a morire legati nei letti di contenzione. Continuano ad essere praticati dispositivi manicomiali e coercitivi come l’uso dell’elettroshock, l’obbligo di cura, la contenzione farmacologica, le porte chiuse, le grate alle finestre, le limitazioni e il controllo della libertà personale.

Non c’è salute nei CPR, nelle carceri, negli SPDC, luoghi di tortura e annientamento delle persone. Non c’è salute dove c’è violenza e discriminazione di genere, senza diritto effettivo all’aborto e supporto alla genitorialità. Non c’è salute nelle politiche economiche che finanziano armamenti e guerre, sottraendo risorse alla collettività e ai bisogni delle persone.

La salute che vogliamo si basa su percorsi di solidarietà, autogestione e mutualismo dal basso. E’ il frutto dell’interdipendenza tra corpi, condizioni sociali e ambientali.

Non si può garantire salute per tuttз, senza lavoro, scuola e università, spazi comuni e di socialità liberati dalle logiche del profitto neoliberista. Crediamo che non ci sia bisogno di uno Stato né di un’organizzazione Mondiale che si proponga di riorganizzare e che sovradetermini la nostra salute e le nostre vite. Siamo convintз che ritrovarsi, ricostruire delle relazioni e delle comunità, riprendersi strade e spazi, possa essere un primo passo per aprire un orizzonte nel quale dar vita a luoghi liberi dalle dinamiche individualistiche, di sfruttamento e mercificazione.

PRESIDIO COMUNICATIVO

Giovedì 13 ottobre alle ore 11.00 – Piazza del Risorgimento – Roma

INVITIAMO TUTT3 A PARTECIPARE!

Assemblea Antipsichiatrica

COMUNICAZIONE PAUSA ESTIVA

  • August 9, 2022 10:56 pm

Le attività del Collettivo Artaud verranno sospese per la prossima settimana. Il telefono resta attivo (335 7002669). Lo sportello d’ascolto antipsichiatrico e le assemblee settimanali riprenderanno da martedì 23 agosto. Per eventuali urgenze e per fissare eventuali incontri telefonateci al 335 7002669 oppure contattateci via mail a antipsichiatriapisa@inventati.org

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669

INTERVISTA A ROSSELLA MALUNE AVVOCATA DI ALICE E ANTONIO DI VITA

  • July 19, 2022 9:54 pm

Pubblichiamo l’intervista a Rossella Malune, avvocata di Antonio e Alice di Vita. L’intervista, a cura dell’ associazione Informare un’H, ricostruisce la storia di Alice e di suo padre Antonio che hanno dovuto e devono ancora fare i conti con le degenerazioni dell’istituto di Amministrazione di Sostegno e con molte altre forme di discriminazione sistemica che incidono pesantemente sulle loro vite.

Storia di Alice, un altro caso di cattiva applicazione dell’amministrazione di sostegno:

Gentilissima avvocata Malune, vuole presentarci Alice e suo padre Antonio?
«Alice è una giovane donna di 28 anni nata con un lieve-moderato ritardo mentale a cui all’età di 11 anni è stata diagnosticata un’epilessia tipo assenze, senza cerebropatia. All’età di 12 anni è stata affidata ai servizi sociali dal Tribunale dei minori, presso i quali è rimasta sino all’età di 18 anni a causa dei conflitti, allora esistenti, tra i genitori, come spesso accade alle coppie separate che si rivolgono ai servizi sociali. Per alcuni anni, divenuta maggiorenne, ha rifiutato di assumere con regolarità farmaci per l’epilessia e ha fatto uso di sostanze stupefacenti a partire dal 2014. In seguito ad un eccesivo uso di droghe, nel 2017, ha riportato un presunto arresto cardiorespiratorio che ha determinato un coma post-anossico, a cui sono residuati diversi esiti tra cui una insufficienza respiratoria trattata con tracheostomia. Tale situazione doveva essere temporanea in quanto all’epoca è stato riferito al padre, il signor Antonio Di Vita, che la cannula poteva essere rimossa, ma di fatto Alice porta tutt’ora la cannula tracheostomica.
Antonio Di Vita è un padre che si prende cura della figlia, che nutre un amore incondizionato verso di lei, che vuole essere partecipe della sua vita e vuole essere informato delle decisioni che riguardano la stessa al fine di tutelarla. Inoltre non si rassegna ad una condizione patologica della figlia ma è disposto a fare tutto il possibile per rendere migliore e più autonoma la vita di Alice. Soprattutto si batte affinché venga rispettata la volontà di Alice

La vicenda di Alice inizia nel 2017, a seguito di un presunto arresto cardiaco che ha comportato il suo ricovero presso il Reparto di Rianimazione del Careggi a Firenze, ed un successivo trasferimento prima all’Istituto Don Gnocchi, poi in altre strutture. Alice come ha vissuto l’esperienza dell’istituzionalizzazione e quali conseguenze ha avuto sulla sua salute?
«Alice è stata sradicata dal proprio contesto sociale, dal suo paese, dalle sue amicizie, dalla sua vita e pertanto non può aver vissuto serenamente questa orribile esperienza durata anni. Infatti è stata trasferita da una struttura all’altra. Tali luoghi sono utilizzati, frequentati solo da persone disabili e spesso è negata ogni iterazione con l’esterno, infatti nel caso specifico di Alice sono state addirittura negate le visite del padre, per alcuni periodi, per non parlare del divieto di frequentazione da parte degli amici. Per cui Alice ora è traumatizzata dall’idea di ritornare in una struttura, che vive come un incubo. Inoltre non è stata sufficientemente assistita dal punto di vista della salute, non sono stata fatte le visite mediche e i doverosi controlli al fine di migliorare la sua condizione.»

Antonio ha raccontato che mentre era ospitata preso l’Istituto Don Gnocchi di Firenze, Alice veniva legata al letto o alla sedia, veniva imbottita di psicofarmaci, e presentava infezioni e piaghe conseguenti alle cattive condizioni igieniche. Ci sono state delle verifiche riguardo all’uso della contenzione ed agli aspetti igienico-sanitari?
«Purtroppo non è stato fatto niente e il padre non è stato ascoltato. Il signor Di Vita in quel periodo ha presentato degli esposti alla procura di Firenze, ma che io sappia non vi sono stati controlli negli istituti.»

Mentre Alice era istituzionalizzata il suo fratellastro ha proposto che le venisse affiancato un amministratore di sostegno. Da allora ne sono stati nominati diversi. In che misura è stata presa in considerazione la volontà di Alice e di suo padre riguardo a queste nomine?
«Occorre precisare che Alice Di Vita è una ragazza non in grado di provve­dere ai propri interessi perché versa in stato di disabilità, ma non è tout court inca­pace, nel senso che è in grado di esprimere i propri desideri, è in grado di riferire su quello che è accaduto nel suo passato, è in grado di comprendere le domande che le vengono poste e di dare risposte adeguate e opportune, e soprattutto è in grado di esprimere il  proprio dissenso per una collocazione in istituto mentre esprime il desiderio di abitare con il padre. Alice Di Vita ha il diritto di scegliere dove, come e con chi vivere nonostante la disabilità, di essere una persona attiva e decidere per la propria vita in quanto libero individuo. Il Giudice Tutelare dovrebbe tener conto dei desideri e delle preferenze di Alice, nel rispetto della nostra Costituzione e delle norme sovranazionali, in particolare della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Purtroppo però non viene ascoltata e nonostante abbia espresso chiaramente il suo disagio nei confronti dell’attuale amministratore di sostegno, nonché, tramite la sottoscritta, abbia espresso in un suo scritto tale disapprovazione, il Giudice ad oggi non ha disposto una sua audizione.
Il signor Di Vita è un padre che non si rassegna, esprime le proprie opinioni e contestazioni, ma tutto questo viene visto dalla Istituzioni come una “mancanza di collaborazione” o come “comportamento oppositivo”. Il padre, giustamente, vuole solo essere presente per la figlia e a suo modo tutelarla. Il padre da voce ad Alice e mette in risalto la sua volontà, vuole migliorare le condizioni di vita e di salute di Alice nel rispetto della sua volontà. Ma purtroppo nonostante ci siano state decine di istanze e richieste, abbiamo sempre avuto grosse difficoltà ad essere ascoltati.
Non mi risulta sia stato richiesto il parere di Alice e del Padre sulla nomina dei vari amministratori di sostegno.»

Come descriverebbe il rapporto di Alice con i diversi amministratori di sostegno che si sono succeduti? E le interazioni con i Giudici Tutelari?
«La funzione dell’amministratore di sostegno è sostanzialmente quella di supportare la beneficiaria, pertanto ha il dovere di prendersi cura dell’amministrata. Il dovere di supportare richiede che vengano ascoltati i bisogni e le aspirazioni dell’amministrato, come afferma il codice civile, nonché che l’amministratore informi l’amministrato delle iniziative che intende prendere e che provveda a comunicare al Giudice il suo eventuale dissenso. Tutto questo non c’è e non c’è mai stato. L’amministratore di sostegno non parla con Alice. Ed anche quando era collocata in istituto non vi era comunicazione con Alice. Ultimamente la giovane donna si agita e non vuole vederlo perché ha paura di Lui, teme che venga ricondotta in una struttura e per questo, nel suo modo di ragionare, vuole evitarlo.
L’amministratore di sostegno dovrebbe aiutare Alice a curarsi nel modo migliore ma non imporre il luogo in cui stare. Per quanto mi è stato riferito anche i precedenti amministratori non prendevano in considerazione la volontà di Alice.
Una o due volte da quando è stato aperto il procedimento è stata sentita dal Giudice Tutelare, tendenzialmente si prendono in esame le relazioni dei servizi sociali senza ascoltare la volontà diretta di Alice.»

Nonostante Antonio non abbia mai avuto precedenti penali, né problemi con la giustizia o perizie psichiatriche negative, e nonostante Alice abbia innumerevoli volte manifestato la volontà di vivere con lui, per un certo periodo gli è stato impedito di vedere sua figlia, e non è stato preso in considerazione nella nomina ad amministratore di sostegno. Sono state date delle spiegazioni in merito?
«Nessuna spiegazione reale ed esaustiva. In generale viene giustificato con la relazione dei servizi sociali riguardo alla conflittualità genitoriale, quando in realtà non è una situazione attuale e in ogni caso i genitori non vivono insieme, per cui non ha alcuna rilevanza, inoltre si dà credito al giudizio, sempre dei servizi sociali, di inadeguatezza in rapporto ai bisogni della ragazza (per entrambi i genitori). Purtroppo non vi è un buon rapporto con l’amministratore di sostegno per cui il signor Di Vita viene descritto diversamente da come è realmente. Sono state fatte tantissime illazioni senza prova alcuna, senza contradditorio e senza rispetto dei suoi diritti. Inoltre vi è stata alcuni anni fa una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) su Alice in cui sul signor Di Vita è stato espresso un giudizio di “personalità paranoide e narcisistica” (un parere, tra l’altro, non richiesto nel quesito del Giudice) e questo viene utilizzato in negativo. In realtà le perizie psichiatriche che sono state fatte su Di Vita, per mia richiesta, negano tale condizione.»

Lei è riuscita a ottenere che da gennaio 2021 Alice fosse trasferita dapprima presso l’abitazione di sua madre a Montevarchi (Arezzo), con la quale però Alice non ha un buon rapporto, ed in seguito (nell’agosto 2021) presso l’abitazione di Antonio, nello stesso Comune. Può illustrarci brevemente questi passaggi e quali criticità persistono tuttora?
«Abbiamo fatto innumerevoli istanze e utilizzato il periodo emergenziale per porre il problema al Giudice, in quanto Alice, essendo una ragazza potatrice di cannula trachestomica, era soggetta ad un rischio maggiore nella struttura piuttosto che a casa. Con l’intervento anche del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e del Difensore civico della Toscana, i quali hanno scritto più volte all’amministratore di sostegno per porre delle domande sui rischi concreti di Alice, siamo riusciti a ottenere una collocazione provvisoria nella casa materna. La madre aveva all’epoca preso una casa in affitto vicino al padre, a Montevarchi, e di comune accordo abbiamo proposto tale collocazione e l’abbiamo ottenuta. Successivamente la madre di Alice non ha potuto prendersi cura di lei e ha chiesto l’intervento del padre, anche perché Alice ripetutamente chiedeva di essere portata da lui; di fatto con l’accordo dell’amministratore di sostegno è stata trasferita a casa del padre. Ma purtroppo ad oggi non abbiamo un provvedimento ufficiale di collocazione presso il padre e persistono delle problematiche in quanto, come detto sopra, Alice rifiuta di vedere l’amministratore di sostegno. Alice è seguita dal padre che si prende cura di lei, la porta ai controlli medici, assume i farmaci prescritti (è migliorata notevolmente sia nell’aspetto estetico che nella postura), tutto a sue spese, senza ricevere alcun aiuto economico nonostante Alice percepisca una pensione di invalidità e un’indennità di accompagnamento, ovviamente amministrata dall’amministratore di sostegno. Per fare un esempio, quando era in struttura e dalla madre neppure camminava più, ora è in grado di andare in bicicletta da sola, mangia da sola, esegue dei compiti semplici in casa, etc.
In generale quando un figlio maggiorenne è portatore di handicap di particolare gravità ha bisogno (e diritto) di frequentazioni, visite e rapporti significativi con i parenti, ha diritto ad uno speciale accudimento e cure particolari, continuative e permanenti da parte dei genitori. Cure non sempre delegabili, sotto il profilo dell’impegno e dell’attenzione esternata, a soggetti terzi.  Nello specifico Alice ha bisogno di tali cure e frequentazioni e il signor Di Vita ha dimostrato che con il suo impegno e la sua assistenza Alice è migliorata.
Ora è necessario ottenere un provvedimento di collocazione presso la casa paterna e una sostituzione dell’amministratore di sostegno a favore del padre. Purtroppo l’attuale amministratore di sostegno non è dello stesso avviso e si oppone a tali richieste

Lei ha presentato una richiesta volta a far sostituire l’attuale amministrazione di sostegno con il padre di Alice. Finalmente il 23 giugno scorso il Giudice Tutelare ha preso in considerazione questa richiesta ed ha nominato un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) preposto a valutare le capacità genitoriali di Antonio. L’udienza per il conferimento dell’incarico è stata fissata per il prossimo ottobre. Siamo vicini alla soluzione della vicenda o ci sono altri aspetti da risolvere?
«La logica e la giustizia dovrebbero portare ad una soluzione con collocazione di Alice presso il padre e la sostituzione dell’amministratore di sostegno, ma purtroppo per esperienza non posso permettermi di pensare che tutto sia risolto in quanto ci sono i servizi sociali e l’attuale amministratore di sostegno che non sono dello stesso avviso e si oppongono a tale soluzione. Inoltre Alice essendo un soggetto fragile, portatrice di cannula tracheostomica, ha necessità di maggiori cure e tale condizione viene utilizzata per impedire la collocazione domiciliare. Tale problematica dovrebbe essere risolta dal fatto che in undici mesi il padre non ha avuto nessun problema con la cura di Alice, al contrario di quanto accaduto in struttura, però dobbiamo aspettare la consulenza tecnica d’ufficio e la decisione del Giudice. Inoltre un aspetto ancora più importante è quello di far fare ad Alice tutti i controlli per una possibile eliminazione della cannula trachestomica, in tanti anni di istituzionalizzazione non è stato fatto nulla per migliorare le condizioni di Alice, nonostante entrambi i genitori chiedessero interventi in tal senso.
Solo ultimamente vi è stato un intervento a Cesena, quando Alice era già fuori dalla struttura, ma non ha portato ad un esito positivo. È necessario continuare e non fermarsi come sostenuto dal direttore del reparto dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatra dell’Ospedale Bufalini di Cesena, il quale esorta a rivolgersi ad altri centri con diverse tipologie di intervento.»

Nella sua vicenda Alice si è vista negare molti dei diritti riconosciuti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009). Tra le violazioni più vistose vi è il fatto di non aver alcuna voce in capitolo nelle decisioni che riguardano la sua vita (art. 12), il non poter scegliere dove e con chi vivere (art. 19), una tracheotomia che doveva essere temporanea immotivatamente protratta per anni (art. 25). A suo giudizio, com’è stato possibile?
«Credo che la ragione sia da ricercare nel fatto che in gran parte la Convenzione ONU, nonostante la ratifica del 2009, in Italia non sia sufficientemente conosciuta. Inoltre le decisioni politiche troppo spesso non si occupano della disabilità, che di fatto viene trascurata. È necessario far comprendere che se la Convezione ONU venisse realmente attuata darebbe maggiore dignità e sosterrebbe i diritti delle persone disabili, che non sono diversi da quelli delle altre persone. Probabilmente la soluzione è proprio quella di fare informazione tramite le Associazioni che si occupano di queste problematiche, dare voce alle persone e alle loro testimonianze, nonché creare una rete tra queste Associazioni che pongono il problema e in tal modo farsi sentire e ottenere maggiori soluzioni.»

 

INTERVISTA a RADIO BLACKOUT sull’ENNESIMA MORTE PER CONTENZIONE MECCANICA in REPARTO PSICHIATRICO

  • May 26, 2022 10:44 pm

Sotto il link per sentire l’intervista che abbiamo fatto a Radio BlackOut, come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, per parlare dell’ennesima morte per contenzione meccanica avvenuta il 7 maggio 2002 in un reparto psichiatrico a Monterotondo (Roma).

L’uomo, italiano di 36 anni, era ricoverato da alcuni giorni in SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e proveniva da una comunità terapeutica privata e accreditata, la Reverie di Capena; sembra non fosse in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Al momento della sua morte era legato e sembra che fosse stato anche sedato, due condizioni che possono indurre la morte.

L’intervista inizia al minuto 48.

https://radioblackout.org/podcast/tutta-n-ata-storia-del-17-5-2022/

“IL ROVESCIO DELLA GUERRA. Psichiatria militare e “terapia elettrica” durante il Primo conflitto mondiale”

  • May 22, 2022 10:35 pm

È uscito “IL ROVESCIO DELLA GUERRA. Psichiatria militare e “terapia elettrica” durante il Primo conflitto mondiale” di Marco Rossi edizioni Malamente. Con una prefazione del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud. Sotto il link, la sinossi del libro e la nostra prefazione.

https://edizionimalamente.it/catalogo/il-rovescio-della-guerra/

La Prima guerra mondiale, con le sue dimensioni estreme, vide l’irruzione massiva di feriti “dentro”, invalidi con corpi apparentemente integri: per la psichiatria fu uno sterminato campo di studio e sperimentazione. Nella convinzione che per curare la mente bisognasse intervenire con forza sul corpo, le pratiche messe in atto contemplavano un vero catalogo di supplizi, compresa la cosiddetta terapia elettrica, intesa sia come strumento di cura per le nevrosi di guerra che come mezzo per smascherare i simulatori. D’altra parte, ogni soldato sofferente era visto e trattato come un presunto simulatore, quindi come un traditore della patria; specularmente, ogni insubordinato era guardato alla stregua di un malato di mente. L’orizzonte della cura si andò così perdendo, oscurato dall’ideologia nazionalista e dal militarismo. Il rovescio della guerra restituisce alla memoria a lungo negata gli orrori subiti dai soldati al fronte e nei manicomi: carne da macello sacrificata per gli affari del capitale. Allora come oggi, per molti di questi sopravvissuti più sensibili o fragili – vincitori o vinti – non resta che una vita da “scemi di guerra”.

Generale, l’uomo fa di tutto.

Può volare e può uccidere.

Ma ha un difetto: può pensare.

(B. Brecht)

Continua la collaborazione con Marco Rossi, di cui da tempo apprezziamo il lavoro di indagine storica. In questa sua ricerca – avviata assieme – ricostruisce come durante la Prima guerra mondiale, quindi prima dell’invenzione dell’elettroshock, la corrente elettrica fosse stata già utilizzata sui soldati degli eserciti europei «per il trattamento delle nevrosi di guerra, oltre che per smascherare presunti simulatori». Siamo quindi di fronte alla prima affermazione, sul piano psichiatrico, della corrente elettrica come strumento di “cura” e disciplinamento. Durante il Primo conflitto mondiale migliaia di persone furono internate nei manicomi. La psichiatria militare rifiutava però di riconoscere nella guerra la causa delle psiconevrosi dei soldati, che erano considerate effetti collaterali che si manifestavano in individui “predisposti”. Al periodo bellico e all’uso della corrente Al periodo bellico e all’uso della corrente faradica sui soldati, seguiranno gli anni della sperimentazione di nuove terapie da shock consistenti nell’infliggere volontariamente un trauma, ritenendo che il controllo e la gestione dello shock così provocato potesse portare a risultati terapeutici. Nei manicomi, nelle cliniche psichiatriche universitarie e religiose, così come successivamente nei lager, si perfeziona l’induzione di stati di incoscienza con l’utilizzo delle più svariate sostanze e procedure. Dal 1917 al 1935 si introducono in psichiatria la malarioterapia, la «cura del sonno a permanenza» tramite iniezione ciclica di barbiturici, lo shock insulinico e la terapia convulsiva mediante iniezioni di Cardiazol. Ma è nel 1938 che la corrente elettrica si insedia ufficialmente tra gli strumenti di “cura” psichiatrici; a Roma, Cerletti sperimenta, prima sui maiali e poi sulle persone, l’ultima delle terapie da shock: l’elettroshock. Nonostante la brutalità di tali pratiche, tanto il coma insulinico come la convulsione da Cardiazol si diffusero immediatamente. Lo stesso avvenne poi per l’elettroshock, tuttora utilizzato e largamente praticato nel mondo e anche in Italia, dove sono sedici i centri, fra pubblici e privati, in cui viene utilizzata su circa trecento persone l’anno la cosiddetta terapia elettroconvulsivante (TEC).1 Dolore e terrore erano nei primi decenni del Novecento parte fondamentale delle pratiche psichiatriche di investigazione e recupero; ma ancora oggi queste non hanno mutato la loro essenza violenta e si manifestano attraverso la coercizione, l’obbligo di cura, la contenzione meccanica e farmacologica. Il Disturbo da stress post traumatico (PTSD) è un concetto che è stato sviluppato in un contesto di guerra per descrivere l’esperienza del soldato. Si è evoluto in vari modi attraverso la «sindrome cardiaca del soldato», la «nevrosi da spavento», lo «shock da granata» e la «stanchezza in battaglia». Negli anni Settanta, il dsm iii (il Manuale statistico e diagnostico, terza revisione) ridefiniva il ptsd per tener conto delle reazioni dei veterani della guerra in Vietnam.2 Oggi è considerato come la possibile risposta di un soggetto a un evento critico abnorme (terremoti, incendi, nubifragi, attentati, azioni belliche, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, etc.). Al ptsd si risponde con trattamenti psico-farmacologici dagli esiti spesso letali. Tra i soldati statunitensi in Afghanistan, sono più quelli che si suicidano una volta ritornati a casa (a volte dopo aver sterminato anche la famiglia), che quelli morti in combattimento.3 Analogamente, in Ucraina tra i reduci di guerra è stato segnalato un aumento di psicofarmaci del 170%. Con la stessa diagnosi di ptsd e il medesimo trattamento vengono gestiti i traumi delle vittime civili: antidepressivi e antipsicotici nei campi profughi, negli hotspot, neiCIE (Centri di identificazione ed espulsione). Per le donne kurde yazide disperate per la perdita di figli e parenti, si aprono le porte dei manicomi turchi. Simile dramma viene vissuto dai bambini palestinesi della striscia di Gaza, costretti a vivere fin dalla nascita in quella prigione a cielo aperto su cui le multinazionali delle armi sperimentano sempre nuovi ordigni. Il 90% di loro soffre di disturbi psicologici; purtroppo molte fra le tante ONG(Organizzazioni non governative) occidentali che operano nella striscia si limitano a importare tout court diagnosi e cure farmacologiche come da DSM v. Un orribile quanto reale paradosso che rivela, oggi come allora, l’inganno e la strategia che vi stanno dietro: curare il sintomo, cioè la persona “disturbata”, piuttosto che intervenire sulle reali cause del disturbo, cioè la guerra, l’occupazione militare, i bombardamenti, l’embargo, la fame, la chiusura delle frontiere e le disuguaglianze sociali. Negli odierni conflitti, come in quelli del secolo scorso, non si è mai cessato di usare e di osservare i soldati come cavie per sperimentare gli effetti di nuove sostanze utili da un lato a potenziare l’efficacia del combattente, dall’altro a ridurre lo stress e l’eventuale “rimorso” che ciascun essere umano prova nell’uccidere un suo simile. Per tale scopo vengono assunte le cosiddette go pills prima di azioni di guerra di lunga durata e le no go pills prescritte al ritorno da tali azioni per “resettare” la propria coscienza e “normalizzare” la propria vita.4 In tutte le nazioni, da sempre, l’industria militare riceve enormi finanziamenti che le permettono di anticipare e utilizzare le nuove scoperte scientifiche di almeno un decennio rispetto al successivo utilizzo civile. È un trend tanto più pernicioso con l’avvento dell’era cibernetica e del capitalismo digitale. Le nuove strategie militari prevedono non solo l’utilizzo di sostanze psicoalteranti, ma anche di esoscheletri che aumentano le prestazioni fisiche del soldato e l’applicazione al corpo di personal status monitor che dovrebbero consentire, attraverso l’utilizzazione di tecnologie di neuro imaging di visualizzare regioni del cervello in modo da guidare i processi cognitivi e decisionali. L’assunzione, da remoto, del controllo di un soldato è già resa possibile, per esempio, dai caschi che vengono fatti indossare ai piloti dei caccia f35. Il comando giunge in automatico al pilota senza essere avvertito, perché utilizza sensori e arriva direttamente al cervello tramite il casco. 5Anche per tutto ciò la psichiatria militare riveste un ruolo sempre più importante e ha avuto un grande incremento: le odierne imprese militari comportano l’utilizzo di stuoli di psichiatri al seguito delle truppe. Un segnale allarmante di come una disciplina medica, basata da sempre su esami diagnostici inesistenti, stia sempre più allargando i suoi confini. Guerre, controllo psichiatrico mascherato da intervento umanitario e business delle multinazionali del farmaco, sono un pericoloso mix che dovrebbe renderci più vigili su ciò che il futuro prossimo sembra riservarci. Il rovescio della guerra ha il grande pregio di restituire alla memoria – a lungo negata – gli orrori subiti dai soldati al fronte e nei manicomi: carne da macello sacrificata per gli affari del Capitale. Allora come oggi, per molti dei sopravvissuti più sensibili o fragili (vincitori o vinti), una vita da “scemi di guerra”.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

per info:

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
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Note:

1 Gianna Milano, In Italia si usa l’elettroshock su 300 persone, 24 ago. 2017<https://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/24/news-in-italia-300-malati-vengono-curati-con-l-elettroshock-1.308370>

2 Cfr. Samah Jabr, Sumud. Resistere all’oppressione, Roma, Sensibili alle Foglie, 2021

3 Cfr. Afghanistan: morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312), 18 ago. 2021, <https://www.peacelink.it/conflitti/a/48700.html>.

4 Cfr. Alessandro De Pascale, Guerra & droga, Roma, Castelvecchi, 2017

5 Cfr. Renato Curcio, Identità cibernetiche, Roma, Sensibili alle foglie, 2020.

“PERNICIOSA E COERCITIVA”: contributo del collettivo Artaud su L’ALMANACCO de La Terra Trema

  • March 22, 2022 10:36 pm

PERNICIOSA, COERCITIVA

Siamo un Collettivo Antipsichiatrico e ci proponiamo come gruppo sociale che, costruendo
occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal
pregiudizio psichiatrico. Il nostro impegno consiste nell’osservazione e nell’analisi del ruolo sempre
più ingombrante che la psichiatria si vede riconoscere all’interno della società, ponendo particolare
attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente
e trasversalmente. L’attività del collettivo si articola in due diversi piani. Un piano è innanzitutto
quello politico, attraverso le forme che sono proprie del collettivo, mentre l’altro è quello della
relazione e del sostegno alle persone che richiedono il nostro aiuto. Il lavoro di analisi e di denuncia
è accompagnato da iniziative volte alla diffusione di cultura antipsichiatrica come, ad esempio, la
presentazione di libri, opere teatrali, film, video, incontri e dibattiti.
Inoltre siamo dotati di un telefono cellulare e riceviamo, allo sportello d’ascolto antipsichiatrico
presso la nostra sede, le persone che hanno la necessità di contattarci in caso di emergenza
psichiatrica o semplicemente per confrontarsi, avere dei consigli o essere ascoltate. Allo stesso
modo veniamo interpellati da diverse persone attraverso il nostro indirizzo email.
Negli ultimi decenni la psichiatria ha radicato il suo pensiero e le sue tecniche nell’intero corpo
sociale diventando un vero e proprio strumento di controllo trasversale a varie Istituzioni e fasce
d’età. Questa tendenza si è ingrandita e rafforzata durante la pandemia. Aver vissuto un periodo
senza contatti sociali dovuto alla paura del contagio, lo stress da confinamento e la crisi economica
che sta colpendo ampi strati sociali, ha causato un incremento dei disagi psichici.
L’epidemia da Covid-19, e come è stata affrontata, ha messo in difficoltà una parte della
popolazione, generando disagi, patologie e fragilità.
Le persone che hanno sviluppato maggiormente stress dovuto alla pandemia sono le donne e gli
adolescenti. Le donne hanno patito maggiormente le conseguenze della crisi economica generata
dall’interruzione di alcune attività economiche. Hanno dovuto far fronte all’aumento del lavoro di
cura innescato da chiusure delle scuole, dei servizi dedicati all’infanzia e all’assistenza delle persone
più fragili; sono aumentate le difficoltà di trovare un equilibrio tra il lavoro retribuito e quello non
retribuito. In tutto questo non sono state aiutate economicamente, socialmente o culturalmente ma si
è registrato un aumento di diagnosi psichiatriche come depressione, disturbi bipolare e disforia di
genere.
Guardiamo anche con preoccupazione a quello che sta succedendo ai bambini e adolescenti in
ambito scolastico. Le scuole sono invase da screening neurodiagnostici, alla ricerca di presunti
disturbi che altro non sono che la legittima risposta dei ragazzi alla difficoltà del momento. Non è
lecito trasformare quanto accaduto in diagnosi, cercando disturbi neurologici che sono
semplicemente la conseguenza di una momentanea difficoltà nella crescita e nello sviluppo di
ragazzi e ragazze. Si tratta di evitare che i più piccoli vengano raggiunti da questi tentativi, proposti
nelle scuole senza alcun quadro normativo, di realizzare screening per andare alla ricerca di questi
disturbi.
L’invasione delle diagnosi psichiatriche non risparmia migranti, profughi e vittime delle nostre
guerre. Molti di loro che faticano a lasciarsi alle spalle l’orrore e a rielaborare il proprio vissuto
anziché ricevere un aiuto materiale e solidarietà umana vengono indirizzati in percorsi psichiatrici
con diagnosi di Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) con largo uso di antidepressivi e/o
neurolettici, a volte tali somministrazioni portano ad esiti infausti (episodi autolesionistici, suicidi
ecc..). Un orribile quanto reale paradosso che rivela l’inganno e la strategia che gli sta dietro: curare
il sintomo, cioè la persona “disturbata”, piuttosto che intervenire sulle reali cause del disturbo, cioè
la guerra, la mancanza di lavoro, la fame e le disuguaglianze sociali.”
Le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere pessime: le strutture sono fatiscenti, il cibo
insalubre, le docce e acqua calda carenti e esiste un sovraffollamento perenne. A tutto questo è da
aggiungere annientamento, deprivazione, contenzione fisica, farmacologica, violenza fisica e
psicologica. La reclusione genera disagi, patologie e fragilità che spesso esordiscono in carcere e si
protraggono anche dopo la scarcerazione. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti
penitenziari italiani (dato confermato sia dalla fonte del Dipartimento Amministrazione
Penitenziaria che da Ristretti Orizzonti) a fronte di una presenza media di 60.610 detenuti ovvero un
tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti. La salute nei luoghi di reclusione è inesistente,
manca personale medico e infermieristico , non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma
i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci.
L’Italia è l’unico paese al mondo dove dal 1978 con la legge 180 i Manicomi sono stati aboliti. Ma
la riforma del sistema psichiatrico si è rivelata più verbale che materiale: ai cambiamenti formali
non sono seguite differenze sostanziali delle condizioni di vita dei soggetti internati. Quello che è
certo è che la rivoluzione psichiatrica all’italiana ha riguardato solo i luoghi della psichiatria, ma
non i trattamenti e le logiche sottostanti. Con la legge che ordina la chiusura degli Ospedali
Psichiatrici, che nel 1978 erano 76, si è verificata una trasformazione che ha visto sorgere tutta una
serie di piccole strutture; all’interno delle quali continuano a perpetuarsi sia l’etichetta di “malato
mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria. Ad oggi abbiamo 320 reparti psichiatrici,
gli SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e circa 3200 strutture psichiatriche residenziali e
centri diurni sul territorio dove in molti casi si sono conservati i dispositivi e gli strumenti propri dei
manicomi, quali il controllo del tempo, dei soldi, l’obbligo delle cure, il ricorso alla contenzione e
l’elettroshock. Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una
terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce.
Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio),
l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla
psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche
(obbligo di cura, contenzione meccanica e farmacologica, internamento) deve essere portato avanti
e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il
soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
Nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di
degenza che durante le procedure di TSO. La contenzione non è un atto medico e non ha alcuna
valenza terapeutica: è un evento violento e dannoso per la salute mentale e fisica di chi la subisce;
offende la dignità delle persone e compromette gravemente la relazione terapeutica. Ribadiamo la
necessità di proibire, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie,
assistenziali e penitenziarie italiane.
Un altro inganno del sistema psichiatrico sta nel credere che un Trattamento Sanitario Obbligatorio
duri in fondo solo sette giorni, o quattordici nel caso peggiore. La verità è che il TSO implica una
coatta presa in carico della persona da parte dei Servizi di salute mentale del territorio che può
durare per decenni. Una volta entrato in questo meccanismo infernale, una volta bollato con
l’infamia della malattia mentale, il paziente vi rimane invischiato a vita, costretto a continue visite
psichiatriche e soprattutto, a trattamenti con farmaci obbligatori pena un nuovo ricovero. Per i
ricoverati in TSO e considerati “agitati” si ricorre ancora all’isolamento e alla contenzione fisica,
mentre i cocktails di farmaci somministrati mirano ad annullare la coscienza di sé della persona, a
renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere. Il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si
può raggiungere durante una settimana di TSO ha pochi eguali, anche per il bombardamento
chimico a cui si è sottoposti. Ecco come l’obbligo di cura oggi non significhi più necessariamente la
reclusione in una struttura, ma si trasformi nell’impossibilità di modificare o sospendere il
trattamento psichiatrico sotto costante minaccia di ricorso al ricovero coatto sfruttato come
strumento di ricatto e repressione.
I colloqui spesso sono troppo brevi, giusto il tempo per darti la terapia e senza la possibilità di
essere ascoltati o di esprimere i dubbi e le difficoltà. Chi è obbligato a frequentare i servizi
psichiatrici e costretto ad assumere psicofarmaci è probabile che debba continuare a prenderli per il
resto della vita, proprio come un “diabetico prende l’insulina”. Inoltre la possibilità di ricevere uno
piccolo stipendio induce le persone in carico ai centri d’igiene mentale ad accettare spesso lavori
umilianti, sottopagati, ripetitivi e poco stimolanti. L’unico interesse della psichiatria non sembra
essere quello dichiarato della “cura”, ma la progressiva cronicizzazione del malessere: tutte le altre
discipline mediche hanno come obiettivo la dimissione del malato, il sistema psichiatrico, invece, ti
prende in carico a vita.
Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura,
trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e
ambientale, ecc) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.
Uno concreto percorso di superamento delle pratiche psichiatriche passa necessariamente da uno
sviluppo di una cultura non etichettante, senza pregiudizi e non segregazionista, largamente diffusa,
capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane
contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

per info:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
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DOSSIER STRAGE CARCERE SANT’ANNA vol.2 + CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO

  • March 13, 2022 9:47 pm

a questo link potete scaricare il dossier 2022 sulla strage al carcere Sant’Anna di Modena a cura del Comitato verità e giustizia per i morti del Sant’Anna.

dossier carceri 2022

Sotto il nostro intervento scritto per il dossier dal titolo “CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO”

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO
È sempre più evidente come la nostra società improntata su prestazione, competizione, produttività e consumo stia accrescendo diseguaglianze e disagi, tanto più nell’attuale situazione pandemica: cresce la povertà, la mancanza di reddito, la sicurezza di un futuro dignitoso. Crescono le difficoltà soprattutto nelle fasce più deboli e la drastica diminuzione delle relazioni sociali, di cui ogni essere umano necessita, non ha fatto altro che aumentare il malessere generando ulteriore marginalità, fragilità e isolamento. Nell’attuale assetto societario le Istituzioni totali che si “occupano” degli ultimi, degli esclusi, “di quelli che non ci stanno più dentro” vedono accrescere la loro importanza e potenza. Chi viene bollato come criminale o considerato pazzo viene escluso dalla società e rinchiuso. Alcuni soggetti sociali per il semplice fatto di rientrare in categorie (matto, criminale, tossico, delinquente ecc…) o per avere addosso un’etichetta, uno stigma, non sono più ritenuti esseri umani o lo sono di serie B, sono squalificati dalla categoria del “cittadino con diritti” e, cosa grave, questo non suscita indignazione.

Quando la persona non è più considerata tale, ma identificata con un’etichetta, inizia un vero e proprio processo di de-umanizzazione. Numerose sono le storie di coloro che con diagnosi psichiatriche vengono presi con la forza, obbligati a seguire percorsi che non vogliono, costretti e/o ricattati a prendere una terapia farmacologica che non desiderano e che sono sottoposti a lunghi giorni di degenza obbligatoria a volte legati ai letti di contenzione.

Nei luoghi di reclusione e nelle Istituzioni totali l’Istituzione può praticare su questi soggetti ogni tipo di violenza senza suscitare scandalo poiché praticata su persone de-umanizzate. È sempre un contesto culturale, sociale, politico, istituzionale a generare un clima, un ambiente all’interno del quale infierire sul corpo e sullo spirito di un altro essere umano diventa normale.
Le privazioni, le torture, le umiliazioni che le persone rinchiuse in carcere e nelle strutture psichiatriche devono subire quotidianamente sono indicibili, non se ne parla e non se ne deve parlare. Indicibile è il fatto che non sia garantita in alcun modo l’incolumità psicofisica delle persone sottoposte a privazione della libertà e che, quando gli esiti non sono letali, le violenze rimangono seppellite dall’omertà istituzionale, anche quando comportano lesioni invalidanti. Le morti spesso vengono archiviate come naturali.(1) Si possono subire torture e arrivare a morire senza che la vicenda affiori mai neanche su un trafiletto di un giornale, se non c’è una rete familiare o amicale abbastanza inserita nel contesto sociale da trovare il modo di farla emergere.

Attraverso l’isolamento, che sradica il detenuto e il paziente psichiatrico, dal suo ambiente di relazionale e di vita, l’Istituzione totale inizia a mettere in atto un processo di trasformazione dell’individuo tale nel produrre un’incapacità nella persona nel fronteggiare banali situazioni quotidiane. Il concetto di sé, viene mantenuto attraverso una serie di strumenti che consentono all’individuo di mantenere un’immagine coerente di se stesso. La deprivazione materiale e relazionale tipica delle Istituzioni totali toglie all’individuo entrambe queste possibilità. In questo modo si indebolisce il rapporto che il singolo ha con il proprio sé. L’ Istituzione totale attacca sistematicamente il sé dell’individuo attraverso una serie di processi standardizzati.(2) L’internato perde ogni ruolo che rivestiva nella società esterna e perde la possibilità di rivestirne di diversi, finendo così per essere ridotto e identificato con un unico ruolo: il detenuto, nel caso del carcere, il malato mentale, in psichiatria. La sua identità viene atrofizzata e l’unico rispecchiamento sociale possibile all’interno delle mura è quello fornito dall’istituzione stessa. Questo impoverimento viene rafforzato al momento dell’entrata in istituto carcerario o in reparto psichiatrico dove il detenuto o il paziente deve depositare i propri oggetti. In questo modo si toglie al singolo la possibilità di caratterizzarsi e di distinguersi dagli altri.
In carcere, già prima della nascita delle REMS (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), sono stati aperti reparti dedicati alle persone psichiatrizzate, adesso si chiamano Articolazioni Tutela Salute Mentale (ATSM). Veri e propri manicomi all’interno delle carceri. Celle buie, materassi marci, gabinetti intasati, persone incapaci di muoversi e parlare perché sedate con dosi massicce di psicofarmaci. La gabbia chimica e quella di cemento si uniscono in questi nuovi reparti. La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico, non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci. Oggi un detenuto su quattro è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.(3) Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che può richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non  dovrebbero starci. Nel 2020 c’erano 174 persone rinchiuse in carcere in attesa di venire imprigionate in una REMS. La soluzione non è certo costruirne di nuove né aumentarne la capienza.

Con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-reclusione riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostituendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori e contenitivi. Il manicomio non è una struttura è un criterio. Non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Il problema resta l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali.

Noi crediamo nella necessità di costruire di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o Amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto. Uno concreto percorso di superamento delle Istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della  psichiatria.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

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(1) M. Prette, Tortura. Una pratica indicibile, Sensibili alle Foglie, Roma, 2017
(2) E. Mauri, Perché il carcere? Costruire un immaginario che sappia farne a meno, Sensibili alle Foglie, Roma, 2021
(3) https://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/salute-rems/

L’ARCHIVIAZIONE della MORTE di MATTEO TENNI…

  • February 22, 2022 10:33 pm

Riceviamo e pubblichiamo il link al video con la testimonianza della madre di Matteo Tenni e il comunicato contro l’archiviazione dell’indagine sull’uccisione di Matteo.

https://youtu.be/faPIAC-WzD4

Non si può vivere così
Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull’archiviazione dell’assassinio di Matteo. Non mi
sottraggo, e colgo l’occasione per salutarvi e abbracciarvi tutti.
Quante volte abbiamo portato in strada lo striscione che abbiamo fatto nel 2009 dopo la morte
di Stefano Frapporti? “Non si può morire così”, abbiamo detto e urlato in tutti questi anni. Lo
abbiamo fatto per Aldo Bianzino, per Federico Rasman, per Federico Aldrovandi, per Stefano
Cucchi e tanti, troppi altri ammazzati dalla polizia e dai carabinieri. Lo abbiamo fatto per
Minichino, bollito vivo mentre lavorava a cinquanta gradi di temperatura a una pressa della
Marangoni. Lo abbiamo fatto per Abdelsalem, travolto durante un picchetto operaio a
Piacenza. E da mesi lo si ripete per Matteo Tenni. Ma potremmo aggiungere il giovane
Lorenzo, ucciso da un’alternanza-lavoro che organizza lo sfruttamento dei ragazzi da parte delle
aziende. E potremmo aggiungere i morti per il crollo del ponte Morandi e i rivoltosi assassinati
in carcere nel marzo del 2020. Così come potremmo parlare della lunga strage nel
Mediterraneo, o nei lager libici generosamente finanziati dal governo italiano, o di quella
quotidiana carneficina che è la Ripresa voluta dal governo Draghi e da Confindustria: non è
forse per spremere di più i lavoratori e fare profitti più in fretta che si tolgono i freni alle
macchine tessili, si saltano le manutenzioni delle funivie o si costringe a lavorare 10-12 ore al
giorno nei cantieri edili al fine di aumentare gli appalti grazie al Super Bonus? O vogliamo
parlare degli anziani morti da soli nelle case di riposo? O dei tanti deceduti per Covid che una
medicina del territorio non disattivata dai tagli decennali e non ostacolata dalle circolari
ministeriali avrebbe potuto curare a casa?
Insomma, per noi e la nostra gente è sempre più facile morire così. E lasciamo ad altri l’ipocrisia
di scandalizzarsi se un giudice assolve preliminarmente un carabiniere assassino. Dirò solo che
se il secondo ha la falsa scusa dell’agitazione del momento, il primo, che con calma e nel suo
comodo ufficio decide di uccidere Matteo una seconda volta, mi fa ancora più schifo.
E non vi dirò parole di giustizia. Perché non ce ne sono. L’unico sentimento profondamente
umano, per me, è la vendetta per questa lista infinita dei nostri morti.
No, non si può morire così. Ma così, mi chiedo e vi chiedo, si può forse vivere?
Si può vivere in una società in cui vale solo il profitto, una società che ci sta portando dritti
verso la guerra? Si può accettare la tragica farsa di governanti e tecnocrati – distruttori seriali
dell’umano, del suo ambiente e del suo benessere – che impongono le più assurde restrizioni e
discriminazioni in nome della cosiddetta salute pubblica? Si può accettare di esibire un codice
digitale per poter esistere?
Non farò il favore di dire, a qualche distratto passante, che dovrebbe preoccuparsi delle vite degli
altri. Sono la mia, la vostra e la sua di vita ad essere già un’appendice delle macchine, il timbro
su una scheda, l’ingiunzione di un algoritmo. I carabinieri e i giudici hanno proprio lo scopo di
controllare il recinto in cui ci stanno chiudendo – dentro il quale ci è concesso un modo sempre
più uniforme di pensare, di parlare, di agire, di curarsi, di incontrarsi. Il “distanziamento
sociale” – ognuno nella sua bolla, impotente e concorrente degli altri – non è un mezzo: è
l’obiettivo. Il punto, allora, non è come moriremo. Ma come stiamo vivendo.

Rovereto, 18 febbraio 2022

dalla Trasmissione radio MEZZ’ORA D’ARIA: PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

  • February 6, 2022 12:41 pm

Pubblichiamo il link per sentire la puntata andata in onda sabato 22 gennaio su Mezz’ora d’aria, trasmissione radio anticarceraria bolognese sulle frequenze di Radio Città Fujiko, una puntata per parlare di carcere femminile, infanzia reclusa e psichiatria.

https://brughiere.noblogs.org/post/2022/01/19/per-un-mondo-senza-psichiatria-senza-carcere-e-senza-frontiere/Il podcast della puntata si trova anche sul sul sito della trasmissione https://www.autistici.org/mezzoradaria/

PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

A luglio del 2021 è stata aperta una sezione ‘nido’ al femminile della Dozza proprio accanto alla sezione psichiatrica – la cosi detta ‘sezione articolazione salute mentale’, l’unica femminile in Emilia Romagna. Il carcere che annienta gli adulti si è organizzato per l’infanzia: un nido dietro le sbarre accanto al repartino psichiatrico, due dispositivi che insieme esprimono tutta la ferocia del sistema carcerario.


articolo per agenda Scarceranda 2022: Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

  • January 16, 2022 9:33 pm

è uscita l’Agenda SCARCERANDA 2022 “Contro il carcere giorno dopo giorno” con un nostro contributo su carcere, psichiatria e REMS che mettiamo sotto.

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
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Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

La Legge n°81 del 2014 ha disposto la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e ha previsto l’ entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza) su tutto il territorio nazionale. La misura di affidamento ai servizi sociali e sanitari, anziché a quelli giudiziari, costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l’essenza della questione.

Come si finisce in una REMS ? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell’imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia ad un percorso in una REMS o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

La legge 81/2014 non ha intaccato il sistema del “doppio binario”: quello che riserva agli autori di reato – se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale – un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più pulite, ma all’interno delle quali finiscono sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Una carenza che non ha reciso la logica sottesa al trattamento dei “folli rei”, quella del mancato riconoscimento di una piena dignità alle persone, anche attraverso l’attribuzione della responsabilità per i propri atti.

Per superare realmente il modello manicomiale occorre non riproporre i criteri e i modelli di custodia e metter mano a una riforma degli articoli del codice di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.

Al contrario con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori, e contenitivi.

Il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il manicomio non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.

Non ci aspettiamo che lo Stato cancelli l’articolo che istituisce la pericolosità sociale, visto che negli ultimi anni è stato utilizzato molto dalla magistratura per colpire e reprimere le lotte.

Nelle REMS la durata della misura di sicurezza non pessere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto. Spesso invece accade che le persone che hanno già scontato in carcere tale pena finiscano nelle REMS e non vengano liberati subito e senza condizioni. Infatti la normativa in vigore effettua questa equiparazione solo per la misura di sicurezza definitiva ma questo non vale per le persone che hanno la libertà vigilata con affidamento ai servizi di salute mentale che può estendersi all’infinito. Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che p richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non dovrebbero starci. La soluzione non è certo costruire nuove REMS né aumentarne la capienza.

Le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere pessime: le strutture sono fatiscenti, il cibo insalubre, le docce e acqua calda carenti e esiste un sovraffollamento perenne. A tutto questo è da aggiungere annientamento, deprivazione, contenzione fisica, farmacologica, violenza fisica e psicologica. La reclusione genera disagi, patologie e fragilità che spesso esordiscono in carcere e si protraggono anche dopo la scarcerazione. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti penitenziari italiani (dato confermato sia dalla fonte del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che da Ristretti Orizzonti) a fronte di una presenza media di 60.610 detenuti ovvero un tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti. Per quanto riguarda gli atti di autolesionismo, nel 2019 svetta il carcere di Poggioreale a Napoli con 426 atti (18,79 su 100 detenuti); mentre il valore più alto ogni 100 detenuti lo detiene l’istituto penitenziario di Campobasso con 110,43 atti ogni 100 detenuti, seguito da quello di Belluno che sfiora quota 100 (98,72).

La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico , non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci.

Più di un detenuto su 4 è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.

Noi crediamo nel bisogno e nella costruzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o Amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

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