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“PERNICIOSA E COERCITIVA”: contributo del collettivo Artaud su L’ALMANACCO de La Terra Trema

  • March 22, 2022 10:36 pm

PERNICIOSA, COERCITIVA

Siamo un Collettivo Antipsichiatrico e ci proponiamo come gruppo sociale che, costruendo
occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal
pregiudizio psichiatrico. Il nostro impegno consiste nell’osservazione e nell’analisi del ruolo sempre
più ingombrante che la psichiatria si vede riconoscere all’interno della società, ponendo particolare
attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente
e trasversalmente. L’attività del collettivo si articola in due diversi piani. Un piano è innanzitutto
quello politico, attraverso le forme che sono proprie del collettivo, mentre l’altro è quello della
relazione e del sostegno alle persone che richiedono il nostro aiuto. Il lavoro di analisi e di denuncia
è accompagnato da iniziative volte alla diffusione di cultura antipsichiatrica come, ad esempio, la
presentazione di libri, opere teatrali, film, video, incontri e dibattiti.
Inoltre siamo dotati di un telefono cellulare e riceviamo, allo sportello d’ascolto antipsichiatrico
presso la nostra sede, le persone che hanno la necessità di contattarci in caso di emergenza
psichiatrica o semplicemente per confrontarsi, avere dei consigli o essere ascoltate. Allo stesso
modo veniamo interpellati da diverse persone attraverso il nostro indirizzo email.
Negli ultimi decenni la psichiatria ha radicato il suo pensiero e le sue tecniche nell’intero corpo
sociale diventando un vero e proprio strumento di controllo trasversale a varie Istituzioni e fasce
d’età. Questa tendenza si è ingrandita e rafforzata durante la pandemia. Aver vissuto un periodo
senza contatti sociali dovuto alla paura del contagio, lo stress da confinamento e la crisi economica
che sta colpendo ampi strati sociali, ha causato un incremento dei disagi psichici.
L’epidemia da Covid-19, e come è stata affrontata, ha messo in difficoltà una parte della
popolazione, generando disagi, patologie e fragilità.
Le persone che hanno sviluppato maggiormente stress dovuto alla pandemia sono le donne e gli
adolescenti. Le donne hanno patito maggiormente le conseguenze della crisi economica generata
dall’interruzione di alcune attività economiche. Hanno dovuto far fronte all’aumento del lavoro di
cura innescato da chiusure delle scuole, dei servizi dedicati all’infanzia e all’assistenza delle persone
più fragili; sono aumentate le difficoltà di trovare un equilibrio tra il lavoro retribuito e quello non
retribuito. In tutto questo non sono state aiutate economicamente, socialmente o culturalmente ma si
è registrato un aumento di diagnosi psichiatriche come depressione, disturbi bipolare e disforia di
genere.
Guardiamo anche con preoccupazione a quello che sta succedendo ai bambini e adolescenti in
ambito scolastico. Le scuole sono invase da screening neurodiagnostici, alla ricerca di presunti
disturbi che altro non sono che la legittima risposta dei ragazzi alla difficoltà del momento. Non è
lecito trasformare quanto accaduto in diagnosi, cercando disturbi neurologici che sono
semplicemente la conseguenza di una momentanea difficoltà nella crescita e nello sviluppo di
ragazzi e ragazze. Si tratta di evitare che i più piccoli vengano raggiunti da questi tentativi, proposti
nelle scuole senza alcun quadro normativo, di realizzare screening per andare alla ricerca di questi
disturbi.
L’invasione delle diagnosi psichiatriche non risparmia migranti, profughi e vittime delle nostre
guerre. Molti di loro che faticano a lasciarsi alle spalle l’orrore e a rielaborare il proprio vissuto
anziché ricevere un aiuto materiale e solidarietà umana vengono indirizzati in percorsi psichiatrici
con diagnosi di Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) con largo uso di antidepressivi e/o
neurolettici, a volte tali somministrazioni portano ad esiti infausti (episodi autolesionistici, suicidi
ecc..). Un orribile quanto reale paradosso che rivela l’inganno e la strategia che gli sta dietro: curare
il sintomo, cioè la persona “disturbata”, piuttosto che intervenire sulle reali cause del disturbo, cioè
la guerra, la mancanza di lavoro, la fame e le disuguaglianze sociali.”
Le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere pessime: le strutture sono fatiscenti, il cibo
insalubre, le docce e acqua calda carenti e esiste un sovraffollamento perenne. A tutto questo è da
aggiungere annientamento, deprivazione, contenzione fisica, farmacologica, violenza fisica e
psicologica. La reclusione genera disagi, patologie e fragilità che spesso esordiscono in carcere e si
protraggono anche dopo la scarcerazione. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti
penitenziari italiani (dato confermato sia dalla fonte del Dipartimento Amministrazione
Penitenziaria che da Ristretti Orizzonti) a fronte di una presenza media di 60.610 detenuti ovvero un
tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti. La salute nei luoghi di reclusione è inesistente,
manca personale medico e infermieristico , non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma
i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci.
L’Italia è l’unico paese al mondo dove dal 1978 con la legge 180 i Manicomi sono stati aboliti. Ma
la riforma del sistema psichiatrico si è rivelata più verbale che materiale: ai cambiamenti formali
non sono seguite differenze sostanziali delle condizioni di vita dei soggetti internati. Quello che è
certo è che la rivoluzione psichiatrica all’italiana ha riguardato solo i luoghi della psichiatria, ma
non i trattamenti e le logiche sottostanti. Con la legge che ordina la chiusura degli Ospedali
Psichiatrici, che nel 1978 erano 76, si è verificata una trasformazione che ha visto sorgere tutta una
serie di piccole strutture; all’interno delle quali continuano a perpetuarsi sia l’etichetta di “malato
mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria. Ad oggi abbiamo 320 reparti psichiatrici,
gli SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e circa 3200 strutture psichiatriche residenziali e
centri diurni sul territorio dove in molti casi si sono conservati i dispositivi e gli strumenti propri dei
manicomi, quali il controllo del tempo, dei soldi, l’obbligo delle cure, il ricorso alla contenzione e
l’elettroshock. Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una
terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce.
Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio),
l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla
psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche
(obbligo di cura, contenzione meccanica e farmacologica, internamento) deve essere portato avanti
e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il
soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
Nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di
degenza che durante le procedure di TSO. La contenzione non è un atto medico e non ha alcuna
valenza terapeutica: è un evento violento e dannoso per la salute mentale e fisica di chi la subisce;
offende la dignità delle persone e compromette gravemente la relazione terapeutica. Ribadiamo la
necessità di proibire, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie,
assistenziali e penitenziarie italiane.
Un altro inganno del sistema psichiatrico sta nel credere che un Trattamento Sanitario Obbligatorio
duri in fondo solo sette giorni, o quattordici nel caso peggiore. La verità è che il TSO implica una
coatta presa in carico della persona da parte dei Servizi di salute mentale del territorio che può
durare per decenni. Una volta entrato in questo meccanismo infernale, una volta bollato con
l’infamia della malattia mentale, il paziente vi rimane invischiato a vita, costretto a continue visite
psichiatriche e soprattutto, a trattamenti con farmaci obbligatori pena un nuovo ricovero. Per i
ricoverati in TSO e considerati “agitati” si ricorre ancora all’isolamento e alla contenzione fisica,
mentre i cocktails di farmaci somministrati mirano ad annullare la coscienza di sé della persona, a
renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere. Il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si
può raggiungere durante una settimana di TSO ha pochi eguali, anche per il bombardamento
chimico a cui si è sottoposti. Ecco come l’obbligo di cura oggi non significhi più necessariamente la
reclusione in una struttura, ma si trasformi nell’impossibilità di modificare o sospendere il
trattamento psichiatrico sotto costante minaccia di ricorso al ricovero coatto sfruttato come
strumento di ricatto e repressione.
I colloqui spesso sono troppo brevi, giusto il tempo per darti la terapia e senza la possibilità di
essere ascoltati o di esprimere i dubbi e le difficoltà. Chi è obbligato a frequentare i servizi
psichiatrici e costretto ad assumere psicofarmaci è probabile che debba continuare a prenderli per il
resto della vita, proprio come un “diabetico prende l’insulina”. Inoltre la possibilità di ricevere uno
piccolo stipendio induce le persone in carico ai centri d’igiene mentale ad accettare spesso lavori
umilianti, sottopagati, ripetitivi e poco stimolanti. L’unico interesse della psichiatria non sembra
essere quello dichiarato della “cura”, ma la progressiva cronicizzazione del malessere: tutte le altre
discipline mediche hanno come obiettivo la dimissione del malato, il sistema psichiatrico, invece, ti
prende in carico a vita.
Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura,
trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e
ambientale, ecc) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.
Uno concreto percorso di superamento delle pratiche psichiatriche passa necessariamente da uno
sviluppo di una cultura non etichettante, senza pregiudizi e non segregazionista, largamente diffusa,
capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane
contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

per info:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669

 

DOSSIER STRAGE CARCERE SANT’ANNA vol.2 + CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO

  • March 13, 2022 9:47 pm

a questo link potete scaricare il dossier 2022 sulla strage al carcere Sant’Anna di Modena a cura del Comitato verità e giustizia per i morti del Sant’Anna.

dossier carceri 2022

Sotto il nostro intervento scritto per il dossier dal titolo “CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO”

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

CARCERE E PSICHIATRIA: STRUMENTI DI CONTROLLO
È sempre più evidente come la nostra società improntata su prestazione, competizione, produttività e consumo stia accrescendo diseguaglianze e disagi, tanto più nell’attuale situazione pandemica: cresce la povertà, la mancanza di reddito, la sicurezza di un futuro dignitoso. Crescono le difficoltà soprattutto nelle fasce più deboli e la drastica diminuzione delle relazioni sociali, di cui ogni essere umano necessita, non ha fatto altro che aumentare il malessere generando ulteriore marginalità, fragilità e isolamento. Nell’attuale assetto societario le Istituzioni totali che si “occupano” degli ultimi, degli esclusi, “di quelli che non ci stanno più dentro” vedono accrescere la loro importanza e potenza. Chi viene bollato come criminale o considerato pazzo viene escluso dalla società e rinchiuso. Alcuni soggetti sociali per il semplice fatto di rientrare in categorie (matto, criminale, tossico, delinquente ecc…) o per avere addosso un’etichetta, uno stigma, non sono più ritenuti esseri umani o lo sono di serie B, sono squalificati dalla categoria del “cittadino con diritti” e, cosa grave, questo non suscita indignazione.

Quando la persona non è più considerata tale, ma identificata con un’etichetta, inizia un vero e proprio processo di de-umanizzazione. Numerose sono le storie di coloro che con diagnosi psichiatriche vengono presi con la forza, obbligati a seguire percorsi che non vogliono, costretti e/o ricattati a prendere una terapia farmacologica che non desiderano e che sono sottoposti a lunghi giorni di degenza obbligatoria a volte legati ai letti di contenzione.

Nei luoghi di reclusione e nelle Istituzioni totali l’Istituzione può praticare su questi soggetti ogni tipo di violenza senza suscitare scandalo poiché praticata su persone de-umanizzate. È sempre un contesto culturale, sociale, politico, istituzionale a generare un clima, un ambiente all’interno del quale infierire sul corpo e sullo spirito di un altro essere umano diventa normale.
Le privazioni, le torture, le umiliazioni che le persone rinchiuse in carcere e nelle strutture psichiatriche devono subire quotidianamente sono indicibili, non se ne parla e non se ne deve parlare. Indicibile è il fatto che non sia garantita in alcun modo l’incolumità psicofisica delle persone sottoposte a privazione della libertà e che, quando gli esiti non sono letali, le violenze rimangono seppellite dall’omertà istituzionale, anche quando comportano lesioni invalidanti. Le morti spesso vengono archiviate come naturali.(1) Si possono subire torture e arrivare a morire senza che la vicenda affiori mai neanche su un trafiletto di un giornale, se non c’è una rete familiare o amicale abbastanza inserita nel contesto sociale da trovare il modo di farla emergere.

Attraverso l’isolamento, che sradica il detenuto e il paziente psichiatrico, dal suo ambiente di relazionale e di vita, l’Istituzione totale inizia a mettere in atto un processo di trasformazione dell’individuo tale nel produrre un’incapacità nella persona nel fronteggiare banali situazioni quotidiane. Il concetto di sé, viene mantenuto attraverso una serie di strumenti che consentono all’individuo di mantenere un’immagine coerente di se stesso. La deprivazione materiale e relazionale tipica delle Istituzioni totali toglie all’individuo entrambe queste possibilità. In questo modo si indebolisce il rapporto che il singolo ha con il proprio sé. L’ Istituzione totale attacca sistematicamente il sé dell’individuo attraverso una serie di processi standardizzati.(2) L’internato perde ogni ruolo che rivestiva nella società esterna e perde la possibilità di rivestirne di diversi, finendo così per essere ridotto e identificato con un unico ruolo: il detenuto, nel caso del carcere, il malato mentale, in psichiatria. La sua identità viene atrofizzata e l’unico rispecchiamento sociale possibile all’interno delle mura è quello fornito dall’istituzione stessa. Questo impoverimento viene rafforzato al momento dell’entrata in istituto carcerario o in reparto psichiatrico dove il detenuto o il paziente deve depositare i propri oggetti. In questo modo si toglie al singolo la possibilità di caratterizzarsi e di distinguersi dagli altri.
In carcere, già prima della nascita delle REMS (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), sono stati aperti reparti dedicati alle persone psichiatrizzate, adesso si chiamano Articolazioni Tutela Salute Mentale (ATSM). Veri e propri manicomi all’interno delle carceri. Celle buie, materassi marci, gabinetti intasati, persone incapaci di muoversi e parlare perché sedate con dosi massicce di psicofarmaci. La gabbia chimica e quella di cemento si uniscono in questi nuovi reparti. La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico, non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci. Oggi un detenuto su quattro è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.(3) Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che può richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non  dovrebbero starci. Nel 2020 c’erano 174 persone rinchiuse in carcere in attesa di venire imprigionate in una REMS. La soluzione non è certo costruirne di nuove né aumentarne la capienza.

Con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-reclusione riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostituendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori e contenitivi. Il manicomio non è una struttura è un criterio. Non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Il problema resta l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali.

Noi crediamo nella necessità di costruire di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o Amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto. Uno concreto percorso di superamento delle Istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della  psichiatria.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
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(1) M. Prette, Tortura. Una pratica indicibile, Sensibili alle Foglie, Roma, 2017
(2) E. Mauri, Perché il carcere? Costruire un immaginario che sappia farne a meno, Sensibili alle Foglie, Roma, 2021
(3) https://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/salute-rems/

L’ARCHIVIAZIONE della MORTE di MATTEO TENNI…

  • February 22, 2022 10:33 pm

Riceviamo e pubblichiamo il link al video con la testimonianza della madre di Matteo Tenni e il comunicato contro l’archiviazione dell’indagine sull’uccisione di Matteo.

https://youtu.be/faPIAC-WzD4

Non si può vivere così
Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull’archiviazione dell’assassinio di Matteo. Non mi
sottraggo, e colgo l’occasione per salutarvi e abbracciarvi tutti.
Quante volte abbiamo portato in strada lo striscione che abbiamo fatto nel 2009 dopo la morte
di Stefano Frapporti? “Non si può morire così”, abbiamo detto e urlato in tutti questi anni. Lo
abbiamo fatto per Aldo Bianzino, per Federico Rasman, per Federico Aldrovandi, per Stefano
Cucchi e tanti, troppi altri ammazzati dalla polizia e dai carabinieri. Lo abbiamo fatto per
Minichino, bollito vivo mentre lavorava a cinquanta gradi di temperatura a una pressa della
Marangoni. Lo abbiamo fatto per Abdelsalem, travolto durante un picchetto operaio a
Piacenza. E da mesi lo si ripete per Matteo Tenni. Ma potremmo aggiungere il giovane
Lorenzo, ucciso da un’alternanza-lavoro che organizza lo sfruttamento dei ragazzi da parte delle
aziende. E potremmo aggiungere i morti per il crollo del ponte Morandi e i rivoltosi assassinati
in carcere nel marzo del 2020. Così come potremmo parlare della lunga strage nel
Mediterraneo, o nei lager libici generosamente finanziati dal governo italiano, o di quella
quotidiana carneficina che è la Ripresa voluta dal governo Draghi e da Confindustria: non è
forse per spremere di più i lavoratori e fare profitti più in fretta che si tolgono i freni alle
macchine tessili, si saltano le manutenzioni delle funivie o si costringe a lavorare 10-12 ore al
giorno nei cantieri edili al fine di aumentare gli appalti grazie al Super Bonus? O vogliamo
parlare degli anziani morti da soli nelle case di riposo? O dei tanti deceduti per Covid che una
medicina del territorio non disattivata dai tagli decennali e non ostacolata dalle circolari
ministeriali avrebbe potuto curare a casa?
Insomma, per noi e la nostra gente è sempre più facile morire così. E lasciamo ad altri l’ipocrisia
di scandalizzarsi se un giudice assolve preliminarmente un carabiniere assassino. Dirò solo che
se il secondo ha la falsa scusa dell’agitazione del momento, il primo, che con calma e nel suo
comodo ufficio decide di uccidere Matteo una seconda volta, mi fa ancora più schifo.
E non vi dirò parole di giustizia. Perché non ce ne sono. L’unico sentimento profondamente
umano, per me, è la vendetta per questa lista infinita dei nostri morti.
No, non si può morire così. Ma così, mi chiedo e vi chiedo, si può forse vivere?
Si può vivere in una società in cui vale solo il profitto, una società che ci sta portando dritti
verso la guerra? Si può accettare la tragica farsa di governanti e tecnocrati – distruttori seriali
dell’umano, del suo ambiente e del suo benessere – che impongono le più assurde restrizioni e
discriminazioni in nome della cosiddetta salute pubblica? Si può accettare di esibire un codice
digitale per poter esistere?
Non farò il favore di dire, a qualche distratto passante, che dovrebbe preoccuparsi delle vite degli
altri. Sono la mia, la vostra e la sua di vita ad essere già un’appendice delle macchine, il timbro
su una scheda, l’ingiunzione di un algoritmo. I carabinieri e i giudici hanno proprio lo scopo di
controllare il recinto in cui ci stanno chiudendo – dentro il quale ci è concesso un modo sempre
più uniforme di pensare, di parlare, di agire, di curarsi, di incontrarsi. Il “distanziamento
sociale” – ognuno nella sua bolla, impotente e concorrente degli altri – non è un mezzo: è
l’obiettivo. Il punto, allora, non è come moriremo. Ma come stiamo vivendo.

Rovereto, 18 febbraio 2022

dalla Trasmissione radio MEZZ’ORA D’ARIA: PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

  • February 6, 2022 12:41 pm

Pubblichiamo il link per sentire la puntata andata in onda sabato 22 gennaio su Mezz’ora d’aria, trasmissione radio anticarceraria bolognese sulle frequenze di Radio Città Fujiko, una puntata per parlare di carcere femminile, infanzia reclusa e psichiatria.

https://brughiere.noblogs.org/post/2022/01/19/per-un-mondo-senza-psichiatria-senza-carcere-e-senza-frontiere/Il podcast della puntata si trova anche sul sul sito della trasmissione https://www.autistici.org/mezzoradaria/

PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

A luglio del 2021 è stata aperta una sezione ‘nido’ al femminile della Dozza proprio accanto alla sezione psichiatrica – la cosi detta ‘sezione articolazione salute mentale’, l’unica femminile in Emilia Romagna. Il carcere che annienta gli adulti si è organizzato per l’infanzia: un nido dietro le sbarre accanto al repartino psichiatrico, due dispositivi che insieme esprimono tutta la ferocia del sistema carcerario.


articolo per agenda Scarceranda 2022: Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

  • January 16, 2022 9:33 pm

è uscita l’Agenda SCARCERANDA 2022 “Contro il carcere giorno dopo giorno” con un nostro contributo su carcere, psichiatria e REMS che mettiamo sotto.

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org 335 7002669
via San Lorenzo 38 Pisa

Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

La Legge n°81 del 2014 ha disposto la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e ha previsto l’ entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza) su tutto il territorio nazionale. La misura di affidamento ai servizi sociali e sanitari, anziché a quelli giudiziari, costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l’essenza della questione.

Come si finisce in una REMS ? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell’imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia ad un percorso in una REMS o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

La legge 81/2014 non ha intaccato il sistema del “doppio binario”: quello che riserva agli autori di reato – se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale – un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più pulite, ma all’interno delle quali finiscono sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Una carenza che non ha reciso la logica sottesa al trattamento dei “folli rei”, quella del mancato riconoscimento di una piena dignità alle persone, anche attraverso l’attribuzione della responsabilità per i propri atti.

Per superare realmente il modello manicomiale occorre non riproporre i criteri e i modelli di custodia e metter mano a una riforma degli articoli del codice di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.

Al contrario con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori, e contenitivi.

Il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il manicomio non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.

Non ci aspettiamo che lo Stato cancelli l’articolo che istituisce la pericolosità sociale, visto che negli ultimi anni è stato utilizzato molto dalla magistratura per colpire e reprimere le lotte.

Nelle REMS la durata della misura di sicurezza non pessere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto. Spesso invece accade che le persone che hanno già scontato in carcere tale pena finiscano nelle REMS e non vengano liberati subito e senza condizioni. Infatti la normativa in vigore effettua questa equiparazione solo per la misura di sicurezza definitiva ma questo non vale per le persone che hanno la libertà vigilata con affidamento ai servizi di salute mentale che può estendersi all’infinito. Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che p richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non dovrebbero starci. La soluzione non è certo costruire nuove REMS né aumentarne la capienza.

Le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere pessime: le strutture sono fatiscenti, il cibo insalubre, le docce e acqua calda carenti e esiste un sovraffollamento perenne. A tutto questo è da aggiungere annientamento, deprivazione, contenzione fisica, farmacologica, violenza fisica e psicologica. La reclusione genera disagi, patologie e fragilità che spesso esordiscono in carcere e si protraggono anche dopo la scarcerazione. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti penitenziari italiani (dato confermato sia dalla fonte del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che da Ristretti Orizzonti) a fronte di una presenza media di 60.610 detenuti ovvero un tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti. Per quanto riguarda gli atti di autolesionismo, nel 2019 svetta il carcere di Poggioreale a Napoli con 426 atti (18,79 su 100 detenuti); mentre il valore più alto ogni 100 detenuti lo detiene l’istituto penitenziario di Campobasso con 110,43 atti ogni 100 detenuti, seguito da quello di Belluno che sfiora quota 100 (98,72).

La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico , non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci.

Più di un detenuto su 4 è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.

Noi crediamo nel bisogno e nella costruzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o Amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

 

SOLIDARIETA’ CONCRETA PER GIOVANNA

  • December 26, 2021 5:23 pm

Tempo fa abbiamo espresso solidarietà e vicinanza a Giovanna, ferita da parte delle forze dell’ordine in Val di Susa.
Giovanna era stata colpita in pieno volto da uno dei lacrimogeni, sparati dalla polizia ad altezza uomo nei confronti degli attivisti No Tav. Oggi pubblichiamo l’invito, che trovate sotto, a donare un contributo per sostenere le spese sanitarie che deve affrontare.

il Collettivo Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org 335 7002669
via San Lorenzo 38 Pisa

Ciao,
Dopo l’intervento di aprile e la lunga ripresa che è seguita, Giova è tornata a lavoro e alle attività quotidiane e di lotta.
A ottobre c’è stato il secondo intervento e a novembre un terzo.

Il morale è alto ma la sanità non smette di farci arrabbiare, noi come tante altre persone che vi si rivolgono. Disorganizzazione, sfruttamento selvaggio di chi ci lavora, assenza di tutele per chi ha bisogno di cure, costi esorbitanti perché il SSN non garantisce l’accesso gratuito a tutte le cure.

In seguito all’ultimo intervento è necessaria una riabilitazione della mandibola e dei supporti specifici per la cura, nonché visite e accertamenti oculistici.
Le spese sono altissime, si parla di diverse migliaia di euro. Senza queste cure le operazioni fatte rischiano di non essere utili.

Abbiamo quindi deciso di scrivervi e raccogliere l’invito, che in tant* ci avete fatto, di contribuire alle spese che affrontiamo. Per ora abbiamo deciso di inviare questo messaggio a compagn, *amic* e organizzazioni del nostro territorio in modo da sostenere le spese più imminenti.

Per far ciò abbiamo aperto un conto apposito di cui vi diamo gli estremi per il bonifico.

Vi ringraziamo anticipatamente per lo sforzo e il sostegno,
Un grande abbraccio
Compagne e compagni di Pisa

Iban: IT38K3608105138254838454853
Giovanna Saraceno

INTERVISTA al Collettivo ANTONIN ARTAUD

  • December 24, 2021 4:36 pm

Pubblichiamo l’intervista che ci hanno fatto le persone che gestiscono Cirkoloco . Questo è un progetto che nasce a Firenze nel 2016. All’interno dello spazio dell’Exfila si trova il Cirkoloco, bar sociale che pone particolare attenzione nei confronti di persone con vissuti legati alla salute mentale. Il bar infatti è gestito da personale che ha affrontato, o tutt’ora affronta, disagi psichici e tanti volontari dell’Associazione Bottega del Tempo. L’intervista è uscita sul giornale “L’Eco Loca”.

http://www.cirkoloco.it/

Intervista al collettivo Antonin Artaud

Abbiamo incontrato al Cirkoloco alcuni membri del collettivo antipsichiatrico di Pisa “Antonin Artaud”. Eravamo curiosi di conoscere le loro idee ed iniziative perché dell’antipsichiatria se ne parla poco, e forse anche a sproposito. Loro sono stati molto disponibili e l’incontro è stato interessante e proficuo. Abbiamo iniziato presentando al collettivo la nostra associazione.

Il nostro consigliere Alessandro ha posto le prime domande: “Cos’è l’Antipsichiatria? Cosa contesta alla psichiatria tradizionale? Che cosa propone in alternativa?“.

Ha risposto Alberto:

“Ci chiamiamo collettivo antipsichiatrico perché riteniamo la psichiatria una disciplina medica particolarmente perniciosa e mortificante. È l’unica disciplina medica che obbliga alla cura, in tutte le altre si può scegliere il tipo di cura o non farla. Questo fa sì che gli abusi siano dietro l’angolo. Se andiamo a vedere la storia c’è da mettersi le mani sui capelli e questa situazione non sta cambiando. Il connubio fra aziende farmaceutiche e il controllo sociale tramite la psichiatria causano l’isolamento e la discriminazione di molte persone.

Noi cerchiamo di dare aiuto a chi subisce abusi. Diamo appoggio a chi cerca di uscire dalla psichiatria, diffondiamo una cultura diversa perché della psichiatria si può fare a meno. Non è una questione biologica come vogliono farci credere. Il disagio esiste, anzi è sempre più diffuso. Nessuno psichiatra può esibire un esame, come ad esempio una radiografia, per dimostrare una diagnosi. C’è stato un periodo in cui venivano fatti cadere i muri dei manicomi, ma ormai il manicomio si è diffuso e lo vediamo proprio nel nostro operato. Abbiamo un telefono di ascolto ed anche uno sportello. L’ascolto delle persone, senza pregiudizio, aiuta già tantissimo chi è vittima dello stigma psichiatrico. Stigma che nel contesto attuale con la pandemia rischia di ingrandirsi e rafforzarsi, infatti aver vissuto un periodo senza contatti sociali dovuto alla paura del contagio, lo stress da confinamento e la crisi economica, che sta colpendo ampi strati sociali, ha causato un incremento dei disagi psichici. La difficoltà maggiore è tirare fuori le persone dall’obbligo della cura perché spesso dopo un TSO non ti lasciano in pace. Chi finisce nella rete non riesce più ad uscirne. Noi cerchiamo dei mezzi legali per aiutarle, se è la loro volontà. Non siamo contro gli psicofarmaci a prescindere, siamo per la libertà di scelta delle sostanze da assumere. Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, se presi per lunghi periodi alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti. Per un periodo ha collaborato con noi una psichiatra che oltre all’ascolto dava importanza all’alimentazione per aiutare le persone in difficoltà. Sono fondamentali anche le relazioni sociali. I farmaci possono aiutare in alcuni momenti, non lo neghiamo, ma a lungo andare ci sono effetti collaterali irreversibili. Sappiamo bene che le persone trattate con psicofarmaci aumentano la probabilità di trasformare un episodio di sofferenza in una patologia cronica. La maggior parte di coloro che ricevano un trattamento farmacologico pesante va incontro a nuovi e più gravi sintomi psichiatrici, a patologie somatiche e a una compromissione cognitiva, fino ad arrivare a possibili casi di suicidio.

La malattia mentale non è il diabete. La maggior parte di queste malattie nascono da conflitti, soprattutto familiari. La famiglia crea un ambiente ristretto dove spesso avvengono conflitti che hanno queste conseguenze. Ci siamo a volte chiesti se diventare associazione, ma noi siamo per deistituzionalizzare la psichiatria. A volte per liberare chi si trova sotto le pressioni e gli obblighi esercitati dagli psichiatri del CIM (Centri Igiene Mentale) l’unico modo è quello di cercare medici psichiatri che utilizzano altri approcci terapeutici non coercitivi disposti a prendere in carico la persona. Uno concreto percorso di superamento delle pratiche psichiatriche passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non etichettante, senza pregiudizi e non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

Quindi secondo voi non esiste una psichiatria sana?”

“Esistono psichiatri, magari che sbagliano, ma che sono comunque in buona fede. A volte operano per il bene delle persone, perché hanno una visione più sociale però la psichiatria come istituzione è al servizio del potere. Ancora oggi l’impostazione è questa, sia per come viene insegnata nelle scuole, sia per come viene messa in pratica. Fanno ancora gli elettroshock, legano ancora ai letti.” A questo punto ci regalano un libro scritto da loro, basato sulle esperienze di alcune persone che hanno ricevuto l’elettroshock. Daniele, un altro membro del collettivo, ci dice che il metodo attuale non è molto diverso dal 1938, nel senso che adesso viene fatta l’anestesia, ma la corrente passa lo stesso attraverso il corpo, con tutte le sue conseguenze. In Toscana, Marche e Piemonte si è tentato di limitare questo trattamento, ma la risposta è stata che per l’articolo 32 della Costituzione è vietato impedirlo.

Non viene generalmente usato nemmeno il consenso informato. Lo scopo dell’elettroshock è causare un attacco epilettico, per far stare meglio i pazienti. C’era anche la logica di far perdere la memoria, sempre con l’idea di migliorare le condizioni dei pazienti.

Giulia, altra consigliera della nostra associazione, prende la parola:

Alla conferenza nazionale sulla Salute Mentale, dove sono intervenuti una trentina di psichiatri, sembrava di sentire voi. In molti hanno criticato il modello attuale di psichiatria, la responsabile del CSM di Tor Bella Monaca ha detto che qui il problema è la miseria. Che molte persone hanno chiesto l’invalidità perché è l’unico modo per campare. Gli abusi, il modello dell’ambulatorio, il ricovero, il TSO… però se ci fosse un modo alternativo? Se anche chi ci lavora è contrario ad andare avanti così, c’è un modo di aiutare diverso?

Daniele risponde: “Chi decide se io sto male? Un conto è se lo dico io, e decido insieme a chi mi aiuta come stare meglio. Un conto è se qualcuno decide per me quando sto male e come devo fare, senza interpellarmi.”

Alberto conclude: “Se si potesse dire no alla cura, non ci sarebbe più un collettivo antipsichiatrico. Basterebbe questo.”

ANCORA UN MORTO PER CONTENZIONE MECCANICA

  • December 9, 2021 9:21 pm

Condividiamo e diffondiamo il volantino scritto dal collettivo antipsichiatrico SenzaNumero riguardo la morte per contenzione meccanica di Abdel Latif avvenuta nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma.

BASTA MORTE NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

Abdel Latif, ragazzo tunisino di 26 anni. Era arrivato in Italia tramite una delle tante navi che cercano di approdare, fortunate per non essere state respinte. L’ “accoglienza” che gli è stata riservata, a lui come a tanti/e altre, è stata quella di essere rinchiuso in un CPR, un centro di detenzione per migranti nel quale vieni portato per un reato terribile: non avere il documento “giusto”.

Abdel rimane nel CPR svariati giorni; a un certo punto, da quanto appreso dai giornali, gli viene diagnosticato un disturbo psichiatrico (di cui non aveva mai avuto segni in Tunisia) e gli vengono dati dei farmaci. Dopo pochi giorni la “cura” pare vada rafforzata e Abdel viene trasferito al reparto di psichiatria prima del Grassi di Ostia, poi al San Camillo.

Qui viene tenuto legato al letto per 3 giorni, dal 26 al 28 novembre giorno in cui muore.

Le autorità mediche parlano di arresto cardiaco, non facendo alcun riferimento né ai farmaci somministrati né al fatto che fosse stato contenuto per almeno 72 ore.

Questa storia ci riporta a due verità purtroppo già note: nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO. IL CPR è un luogo di detenzione e come tale si fonda sulla violenza e sulla sopraffazione.
La
morte di Abdel non è una storia isolata, molti/e hanno subito la sua stessa sorte. Citiamo solo gli ultimi di cui siamo a conoscenza: Guglielmo Antonio Grassi morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno; Elena Casetto, arsa viva perché legata… sempre in un reparto psichiatrico.

Ma la l’elenco sarebbe lungo nonostante di molte persone non si conoscano neanche i nomi.

Contenzione meccanica e farmacologica sono pratiche diffuse anche nei CPR, nelle carceri, nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non autosufficienti, negli ospedali. In nessun caso la carenza di personale può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. La logica dei “motivi di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive”, a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come “malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e corrisponda al loro stesso interesse (!), rimuovendo dal loro orizzonte il valore imprescindibile della libertà della persona. Tanto più rilevante quanto più attinente alle libertà minime, elementari e naturali, come quella di movimento.

Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre, sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e di altre relazioni e abitudini. Lo stato di pandemia ha inoltre rafforzato l’isolamento e la distanza tra chi è tenuto rinchiuso/a e chi non lo è, accrescendo le violenze perpetrate all’interno di quelle mura (siano esse del carcere, del CPR, dei reparti di psichiatria).

Ribadiamo la necessità di eliminare, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali e penitenziarie italiane.

Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale, ecc.) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.

Continueremo a lottare contro i respingimenti, i rimpatri, le espulsioni, le frontiere, per la libera circolazione di tutte le persone.

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE, SENZA PSICHIATRIA, SENZA COERCIZIONI

senzanumero.noblogs.org/

hurriya.noblogs.org/

Contenzioni ed espulsioni: ingranaggi nella società dell’esclusione

  • December 9, 2021 1:08 pm

pubblichiamo questo articolo da Hurriya:

https://hurriya.noblogs.org/post/2021/12/06/contenzioni-ed-espulsioni-ingranaggi-nella-societa-dellesclusione/

Contenzioni ed espulsioni: ingranaggi nella società dell’esclusione

Il razzismo di stato è tentacolare e Abdel Latif dell’Italia ha visto la segregazione in un hotspot a Lampedusa, la prigionia su una nave quarantena, la reclusione nel Centro di espulsione di Ponte Galeria a Roma, la contenzione nel reparto psichiatrico del San Camillo.

Due delle prigionie che hanno portato alla morte di Abdel Latif hanno come sfondo il sistema sanitario italiano, per il resto come garanzia ci sono gli attori dell’accoglienza umanitaria.

Le recenti mobilitazioni contro la contenzione psichiatrica ci hanno suggerito alcune riflessioni e abbiamo cercato informazioni riguardo il dibattito sulla contenzione meccanica, pratica che lo Stato dichiara di voler abolire con un percorso triennale che dovrebbe terminare nel 2023.
È da notare come negli stessi carteggi istituzionali le valutazioni partano da dati e note risalenti al 2001 e come dalle stesse analisi si arrivi a “raccomandazioni” e “suggerimenti” che, da allora e dopo 20 anni, non hanno avuto alcun riscontro pratico: si continua a morire nella violenza.

Ogni documento istituzionale è costretto a prendere in considerazione la lesione delle libertà individuali, la tortura, l’inefficacia in termini di miglioramento delle condizioni di salute e il peggioramento della persona sottoposta a contenzione meccanica fino a determinarne la morte. Protocolli che partono dall’assunto che “non è un atto sanitario, né un atto medico, non avendo nessuna finalità terapeutica, diagnostica o lenitiva del dolore”, confermano “la natura violenta della cura psichiatrica” e l’aumento dello stigma sociale per chi ha delle difficoltà ma al giorno d’oggi non esiste alcun monitoraggio di queste pratiche di tortura nelle strutture psichiatriche (figuriamoci nelle carceri, nelle RSA o nei CPR).
Già in passato veniva suggerito, non imposto, un registro per tenere nota delle ragioni, delle modalità e delle tempistiche dietro ogni contenzione.
Non serve grande immaginazione per credere che il tutto avvenga con la violenza fisica, la sedazione e l’abbandono perché i sostenitori della contenzione meccanica ritengono che il pericolo per l’incolumità degli operatori sanitari e la mancanza di personale siano delle buone ragioni per torturare e ammazzare le persone.
Convinzioni che le istituzioni non hanno neanche modo di paragonare ad altre strutture sanitarie che non utilizzano la contenzione meccanica perché la discrezionalità è immensa e senza controllo.

Nelle linee guida che lo Stato dichiara di voler adottare per superare la contenzione meccanica, oltre alla formazione del personale, c’è la trasparenza e l’accessibilità agli affetti e ai famigliari delle persone trattenute nelle strutture psichiatriche poiché, parte della contenzione, consiste nella reclusione.
Ora, guardando all’ultima persona uccisa dalla contenzione, probabilmente questa vicinanza affettiva sarebbe stata comunque impossibile data la blindatura delle frontiere.
Che il controllo psichiatrico – attraverso la somministrazione coatta, volontaria e involontaria di psicofarmaci – riguardi la vita delle persone detenute nei Centri di espulsione non siamo di certo i primi a saperlo. [Vedi anche 1 oppure 2]

Le persone recluse hanno sempre denunciato la presenza di psicofarmaci nel cibo e gli stessi farmaci come unica “cura” proposta oltre la tachipirina: un opuscolo recentemente pubblicato da nocprtorino.noblogs.org ricapitola la gestione sanitaria attuale nei CPR e fa un chiaro riferimento al controllo psichiatrico.
In passato abbiamo anche raccontato di iniezioni forzate di psicofarmaci nel CPR di Ponte Galeria e una querela da parte della cooperativa Auxilium ha comportato il sequestro preventivo della pagina che riportava l’articolo: ma quali altri aspetti del controllo psichiatrico riguardano le violenze a cui vengono sottoposte le persone immigrate?

Oltre ai sedativi, la contenzione meccanica è utilizzata nelle procedure di espulsione in molti paesi europei e non.
Fascette di plastica, scotch per legare mani, piedi e chiudere la bocca, caschi, cinghie, sedie con legacci… un inventario agghiacciante che ha portato alla morte di diverse persone, alcune conosciute per le proteste avvenute in seguito come Semira Adamu – ammazzata con un cuscino in faccia su un volo AirFrance mentre veniva deportata dal Belgio in Nigeria – e Jimmy Mubenga – soffocato su un volo di espulsione UK diretto in Angola.

Conclusioni

Le mobilitazioni contro la contenzione meccanica descrivono chiaramente la tendenza riformatrice a nascondere la violenza psichiatrica e il pericolo della sostituzione con una maggiore contenzione farmacologica in un paese convinto che l’elettroshock e i manicomi appartengano al passato.

Mentre la delegazione del Garante entrata a Ponte Galeria si dice intenzionata a fare chiarezza sulle cause di morte di Abdel Latif e si domanda se la contenzione porti alla morte, noi crediamo che la chiarezza ci sia già.
Tutti muoiono per “arresto cardiaco” ma lo stigma e la criminalizzazione spingono all’isolamento e nell’assenza di relazioni si è sottoposti a qualsiasi trattamento.

Sappiamo, dalle voci e dai racconti delle persone coinvolte, che sono gli stessi meccanismi di controllo delle frontiere e poi gli stessi luoghi istituzionali di segregazione e isolamento (navi, hotspot, centri di accoglienza, Cpr, reparti psichiatrici) che creano le condizioni di una forte sofferenza psichica. Creano una immane sofferenza lo stress di non riuscire a partire per migliorare la propria vita, il dover reperire migliaia di euro per pagarsi un viaggio, con la responsabilità di non deludere familiari e amici e la speranza di inviare presto soldi a casa, la paura durante una traversata dove si rischia la vita e si vedono morire compagnx, le torture subite nei lager, e all’arrivo in Italia, quando si pensava di avercela fatta, altre procedure rese ancora più incomprensibili perché in una lingua diversa, altre galere e violenze, nell’isolamento più assoluto, come nei CPR dove non è possibile nemmeno sentire telefonicamente la voce dei propri cari.

I tentativi di protesta contro questo sistema disumano spesso sono repressi ricorrendo appunto a motivazioni sanitarie, etichettando chi reclama libertà come un folle da sottoporre a trattamento sanitario obbligatorio e contenzione.

Davanti all’ennesima uccisione non deve cadere il silenzio.

NOI NON ARCHIVIAMO LA MORTE DI MATTEO TENNI

  • December 8, 2021 11:38 am

pubblichiamo il volantino e una lettera diffusi dagli amici e dai compagni di Matteo Tenni alla fiaccolata che si è tenuta venerdì 26 novembre scorso per ricordare Matteo.

una luce per Matteo

Matteo uno di Noi