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CORRENTI DI GUERRA. Psichiatria militare e faradizzazione durante le Prima guerra mondiale

  • March 16, 2017 6:17 pm

sotto il link alla versione pdf da scaricare dell’opuscolo di Marco Rossi “Correnti di guerra”. Sulla psichiatria militare e l’uso della corrente elettrica durante la prima guerra mondiale, autoprodotto dal Collettivo Artaud.

correnti di guerra pdf

di Marco Rossi: LA GRANDE GUERRA ELETTRICA

  • December 7, 2015 11:58 am

correnti belliche

link ad un interessante contributo di Marco Rossi sulla psichiatria di guerra e sull’uso della corrente elettrica durante la prima guerra mondiale sulle persone considerate “simulatori” e “nevrotiche”.

collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud -⁠ Pisa

BREVE COMMENTO a “Lettera ai direttori dei manicomi” di Antonin Artaud

  • August 2, 2015 7:21 pm

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Lettera ai direttori dei manicomi

di Antonin Artaud

(1925)

Il TESTO

Signori, le leggi e il costume vi conferiscono il diritto di misurare lo spirito, questa sovrana giurisdizione, di per sé spaventevole, la esercitate a vostro criterio: lasciateci ridere. La credulità dei popoli civilizzati, dei sapienti e dei governanti, adorna la psichiatria con indefinibili aureole sovrannaturali, ed i procedimenti della vostra professione vengono accettati a priori. Inutile discutere in questa sede il valore della vostra scienza e la dubbia esistenza delle malattie mentali, tuttavia chiediamo: su cento pretesi casi patologici che scatenano la confusione della materia e dello spirito, su cento classificazioni di cui le più vaghe restano le uniche utilizzabili, quanti i nobili tentativi di penetrare nel mondo cerebrale dei vostri prigionieri? E chi tra voi, per esempio, considera il sogno del demente precoce, con le relative immagini di cui è preda, qualcosa di diverso da un’insalata di parole? Non siamo stupiti di riscontrare la vostra inferiorità di fronte a un compito esclusivamente riservato a pochissimi predestinati, ma ci schieriamo contro la concessione del diritto di compiere ricerche nel regno dello spirito a uomini che, limitati o no, trovano conferma ai loro risultati per mezzo di condanne al carcere a vita. E che carcere! Si sa: i manicomi, lungi dall’essere “case di cura”, sono orribili galere nelle quali i detenuti forniscono una comoda e gratuita manodopera e i servizi sono una regola, e tutto ciò viene da voi tollerato. A dispetto della scienza e della giustizia, il manicomio è simile alla caserma, alla prigione, all’ergastolo. Per non infliggervi la pena delle facili smentite evitiamo di porvi in questa occasione il problema degli internamenti arbitrari, non esitiamo però ad affermare che la maggior parte dei vostri pensionanti, del tutto pazzi in base alle diagnosi ufficiali, sono anch’essi arbitrariamente internati. Non ci è possibile ammettere che si ostacoli il libero sviluppo di un delirio logico e legittimo al pari di ogni altra successione di idee e di azioni umane. La repressione degli impulsi antisociali è per principio chimerica e inaccettabile: tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le principali vittime della dittatura sociale; in nome dell’individualità tipica dell’uomo, pretendiamo la liberazione di questi forzati della sensibilità, poiché le leggi non hanno il potere di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono. Sarebbe troppo facile precisare il carattere compiutamente geniale delle manifestazioni di certi pazzi, rivendichiamo semplicemente l’assoluta legittimità della loro concezione della realtà e tutte le conseguenze che ne derivano. Domattina all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza.

L’AUTORE

Antonin Artaud ((Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948)

è stato uno scrittore, poeta, disegnatore, regista e attore francese. Figlio di un medico, che sperimenta su di lui una macchina che produce elettricità statica per curarlo da una meningite che gli era stata diagnosticata all’età di 5 anni; a 18 anni gli viene diagnosticata la sifilide ereditaria ed è seguito da vari medici che gli prescrivono l’assunzione di sostanze che peggiorano però i dolori e il suo stato di salute. Utilizza arsenico, laudano, cianuro di mercurio, ectina e svariate altre sostanze, ma allo stesso tempo scrive e dipinge, riuscendo a lavorare nel teatro e nel cinema.

Dal 1924 si ritira a vita privata e si dedica alla scrittura. Aderisce e poi rompe con i surrealisti. Artaud è sempre più un rivoluzionario cosmico, immerso nella sua vita di sofferenza da alla luce il “Teatro della Crudeltà” nel quale il pubblico non è più spettatore passivo ma bensì officiante della messa in scena teatrale. Un coinvolgimento catartico che ricompone ed espande il sé dell’ex-spettatore. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo, ed in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola.

Questo nuovo teatro presentato da Artaud non è compreso dai suoi contemporanei e l’impresa teatrale fallisce. Incompreso e con le finanze in rovina decise di investire i suoi ultimi soldi in un viaggio per il Messico – dopo aver scritto “Mexique et la folie”.

In Messico, alla ricerca di una <<cultura organica>> , si spinge fino alla Sierra Tarahumara e con gli Sciamani dei villaggi sperimenta i riti di iniziazione con il Peyote. Ad un certo punto di questo viaggio però, deluso per non aver trovato alcuna cultura non contaminata dall’occidente e sentitosi preso in giro dai locali, decide di rientrare in Irlanda e riportare agli irlandese il bastone di San Patrizio che un amico gli aveva donato dicendogli che era stato in passato posseduto anche da Gesù Cristo.

Questa sua missione viene interrotta bruscamente da una detenzione nella stiva della nave con cui stava tornando in Europa, in seguito ad un litigio con un marinaio che secondò Artaud gli aveva rubato il bastone Sacro. Non appena la nave attracca a Dublino in Irlanda viene deportato in manicomio. E’ l’anno 1936.

L’internamento di Artaud va dal 1936 al 1945, gli anni della guerra durante in i quali patisce la fame e il freddo. Anni di detenzione arbitraria che si concludono con l’internamento nel manicomio di Rodéz in Francia.

E’ qui che gli sono stati fatti 51 elettroshock.

L’arrivo a Rodéz è possibile grazie al dr. Ferdière suo ammiratore dai tempi della sua adesione al surrealismo. Quando le sue condizioni fisiche migliorano, nutrendosi regolarmente, lo psichiatra prende la decisione di applicare su di lui questa nuova terapia inventata da un italiano nel ‘38, una macchina all’avanguardia che cura con l’elettricità.

Antonin Artaud muore nel 1948 seduto sul letto di casa sua proprio come aveva predetto.

Il testo che proponiamo è stato scritto nove anni prima del suo ricovero in manicomio e fa parte di un insieme di lettere redatte assieme a R. Desnos e T. Fraenkel, pubblicate sulla rivista Révolution Surréaliste, indirizzate al Papa, al Dalai Lama e ai Rettori delle Università Europee, in un’ottica di rivolta e di liberazione dai preconcetti della società. La prospettiva surrealista infatti valorizza la follia come forma di creatività rivoluzionaria, in grado di sfidare le convenzioni sociali e di comprendere la realtà esistente al di fuori della logica diffusa.

Il COLLETTIVO

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud viene fondato a Pisa nel 2005 in seguito all’incontro della tematica antiproibizionista e quella antipsichiatrica avvenuto nel 2000. Si propone fin dalla sua nascita di contrastare gli abusi della psichiatria (Trattamento sanitario obbligatorio , internamento coatto, ricovero involontario, ecc..), fornire informazioni sugli psicofarmaci al fine di contrastarne il dilagare e praticare una cultura antipsichiatrica.

Spinti dal bisogno di vivere le relazioni umane ed esistenziali senza il pregiudizio psichiatrico, immaginando che la malattia mentale non esiste, si costituisce il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud.

Sarà un caso che un collettivo antipsichiatrico, dal nome Antonin Artaud sia nato proprio a Pisa?

Pisa è meta dei viaggi della speranza per fruire delle cure psicofarmacologiche messe a disposizione dalla scuola di psichiatria di matrice nord-americana, organicista e riduzionista, nonché capitale italiana dell’elettroshock, oggi ridefinito terapia elettroconvulsiva (TEC).

Il COMMENTO

La Lettera ai direttori dei manicomi è un formidabile atto di accusa nei confronti della psichiatria. Un’accusa lucida, precisa, potente e che trova il suo ambito di applicabilità immutato anche a distanza di un secolo.

Uno sguardo puntuale sull’illegittimità del dispiegamento del potere conferito alla psichiatria, che si limita ad essere un gioco di forze a carte scoperte (il vincitore lo conosciamo fin dall’inizio), a scapito di una reale comprensione del mondo interiore dell’altro.

La società, attraverso il suo apparato normativo e ideologico, da una parte attribuisce allo psichiatra il diritto di “misurare lo spirito” e, dall’altra, poiché delega questo compito ad un tecnico della scienza, se ne deresponsabilizza e accetta aprioristicamente che questo trasformi la sua presunta scienza in prassi. Ma la comprensione dell’altro è, per certi versi, una scienza riservata solo a pochi e che nulla ha a che fare con il ridurre il pensiero ad un’ “insalata di parole”.

Il ricoverato, il cui racconto viene privato della sua forza dialogica, è allora internato e anche la sua libertà di movimento è annientata.

Ecco la seconda accusa sollevata da Artaud: il reale obiettivo dell’istituzione manicomiale non è la cura ma la custodia, non è il ricovero ma l’internamento. I manicomi, “lungi dall’essere case di cura, sono orribili galere“. Per questo, un’indagine sullo spirito umano è falsata quando viene condotta su di una persona che vive nella limitazione della propria libertà. Un uomo sedato e contenuto non può essere l’oggetto di studio di una ricerca che si propone di comprendere l’uomo nella sua totalità; al massimo potrà farsi testimonianza dell’uomo che vive nelle atrocità di un’istituzione totale/totalizzante. Per di più, il risultato di queste indagini entra poi a far parte di tutti quei fondamenti del paradigma della scienza psichiatrica, ai quali per epistemologia si appellano gli psichiatri per legittimare le loro prossime diagnosi, i loro futuri ricoveri, le loro nuove terapie. Gli scienziati stabiliscono una norma e, di conseguenza, deliberano su tutti coloro che si collocano al di fuori di essa. In questo senso Artaud parla di arbitrarietà.

La prassi del giudizio psichiatrico non prevede alcuna consultazione del paziente in merito alla sua presa in carico ed è peraltro l’unica branca della medicina in cui questo avviene (sembra paradossale se si pensa che stiamo parlando proprio di quella disciplina che si propone di occuparsi dell’anima dell’individuo). Se da una parte ci sono persone che non richiedono di essere prese in carico medicalmente e per le quali oggi si procede con l’orrore dei Trattamenti Sanitari Obbligatori, dall’altra c’è anche chi sceglie consapevolmente di domandare aiuto alla psichiatria per vivere meglio il proprio intimo disagio, e che si trova nella condizione radicalmente più subdola di doversi rimettere in toto al potere discrezionale del medico, senza che gli venga riconosciuta alcuna possibilità di deliberare sulla propria vita.


Quello di Artaud allora è un grido, ma un grido fatto con voce calma e tagliente. Un urlo contro il concetto che la psichiatria ha della cura e della diagnosi, un grido di libertà a favore degli ultimi, dei sensibili, di chi vive in difficoltà all’interno della “dittatura sociale”. Il disagio non è una malattia congenita ed ereditaria, ma è spesso il prodotto delle dinamiche sociali sui percorsi di vita individuali. La diagnosi stessa di antisocialità (ancora oggi si parla di Disturbo Antisociale di Personalità) è una diagnosi insensata e illusoria: nessuna azione antisociale deve condurre a diagnosi, ma, se la si vuole di interpretare, lo si può fare solo tenendo conto del fatto che “il libero sviluppo” dell’individuo è qualcosa che cerca di compiersi allo stesso modo di ogni altra azione umana e, cioè, in una certa soggettività.

La lettera di Artaud si chiude con un colpo di sciabola contro gli psichiatri, irridendo la loro ideologia mistificatoria in merito alla relazione medico-paziente. La cosiddetta compliance terapeutica è una condiscendenza remissiva, quando il rapporto tra le due parti non è paritario, quando ciò che distingue i medici da coloro che si trovano dall’altra parte del lettino è solamente la loro possibilità di espletamento della forza. La forza di contenere, sedare, rinchiudere, di decidere la data di dimissione. Cosa sarebbe la psichiatria senza l’obbligo della cura?

C’E’ UNA PILLOLA PER TUTTI!

  • May 24, 2015 9:38 am

C’E’ UNA PILLOLA PER TUTTI

C’è una pillola per tutti nell’attuale società sintetica.

Per dormire, per mangiare, per andare a lavorare, per studiare, per fare sesso, per stare più concentrati a scuola. Non si può fare a meno delle droghe, che siano legali o illegali.

“L’adattamento alla crescente velocità di produzione e alle tecnologie informatiche richiede una mente sostenuta da sostanze psicoattive e un corpo alimentato da ricostituenti chimici. Flessibilità e mobilità, le due parole più importanti nel vocabolario della modernizzazione, sono molto più che semplici categorie economiche: esse hanno una corrispondenza psichica. Stupefacenti e psicofarmaci, dunque, rivestono un doppio ruolo. In quanto sostanze psicotrope e generi voluttuari aiutano a sopportare la vita quotidiana; come sostanze per migliorare prestazioni fisiche e psichiche garantiscono il perdurare di condizioni sociali di sfruttamento.” (No drugs no future, G.Amnedt, edizioni Feltrinelli, 2004)

L’istituzione psichiatrica è uno dei principali strumenti che il sistema usa per ostacolare l’autodeterminazione degli individui, per arginare qualsiasi critica sociale e normalizzare quei comportamenti ritenuti “pericolosi” poiché non conformi al mantenimento dello status quo, intervenendo nel complesso ambito del “disagio”.

Assistiamo oggi ad una sistematica diffusione della crisi, sia sociale, economica e personale; le cui cause vanno 
ricercate nella società in cui viviamo e nello stile di vita che ci viene imposto e non nei disturbi biochimici della mente. 
La logica psichiatrica sminuisce invece le nostre sofferenze, riducendo le reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova sottoposto 
a sintomi di malattia e medicalizzando gli eventi naturali della vita. 
Poiché la risposta psichiatrica è sempre la stessa per tutte le situazioni - diagnosi-etichetta e cura farmacologica - 
crediamo che rivendicare il diritto all'autodeterminazione in ambito psichiatrico significhi “riappropriarsi” della follia 
e della molteplicità di maniere per affrontarla, elaborandola in maniera autonoma. 

L’istituzione psichiatrica continua a compiere la sua funzione di esclusione e controllo sociale, ed ha enormemente ampliato 
il suo bacino d’utenza aumentando di anno in anno il numero delle “malattie mentali” da curare, ossia dei comportamenti “devianti”
 da uniformare. Tra questi rientra il consumo di sostanze psicoattive, che oggi diviene sintomo di un disagio da trattare con cure 
psichiatriche, trasformando un fenomeno culturale e sociale in una questione sanitaria. Negli ultimi anni a causa del decreto Fini-Giovanardi 
ed alle nuove proposte di legge in materia psichiatrica, si è rafforzato il legame proibizionismo-psichiatria ed i consumatori 
di sostanze illegali sono diventati merce per le multinazionali farmaceutiche e per l'industria del recupero e della riabilitazione 
sulla base di una doppia diagnosi che li vede “malati mentali” in quanto drogati e “drogati” a causa della loro "malattia mentale". 
Nonostante si dimostri proibizionista nei confronti di chi consuma volontariamente sostanze, la psichiatria diffonde sul mercato
 molecole psicoattive e somministra trattamenti farmacologici che sono spesso introdotti coercitivamente nel corpo delle persone.

Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, 
rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed
 assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono 
non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.
Siamo contro l'obbligo di cura, infatti non siamo a priori contro l'utilizzo di psicofarmaci ma pensiamo che spetti all'individuo deciderne
 in libertà e consapevolezza l'assunzione. Sentiamo pertanto l'esigenza di contrastare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le
 pratiche psichiatriche e di smascherare l’interesse economico che si cela dietro l’invenzione di nuove malattie per promuovere 
la vendita di nuovi farmaci. 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

via San Lorenzo 38 56100 Pisa

antipsichiatriapisa@inventati.org

www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

PROFILO STORICO DEI MANICOMI GIUDIZIARI E DEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI D’ITALIA

  • December 5, 2014 1:33 pm

PROFILO STORICO DEI MANICOMI GIUDIZIARI E DEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI D’ITALIA
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

opuscolo STORIA OPG

Con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana e con le succssive riforme, si può genericamente affermare che oggi la concezione del manicomio è molto cambiata e almeno in parte sono stati superati i gravi problemi di amministrazione e gestione dell’ Italia prerepubblicana , derivanti soprattutto dall’affollamento degli istituti manicomiali, dalla mancanza di una legislazione unitaria, dalle precarie condizioni igienico-sanitarie degli istituti, dalle grandi disparità di trattamento ed organizzative tra i diversi manicomi, nonché dall’inadeguatezza della direzione.
Eppure gli opg in Italia continuano a funzionare.

L’istituzione totale è sopratutto un “muro”.
Con questo scritto ci siamo chiesti  quando e perchè fossero stati costruiti gli odierni
Manicomi Criminali.

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI: campagna per la CHIUSURA degli OPG

  • November 22, 2014 4:17 pm

CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI

CAMPAGNA PER LA CHIUSURA DEGLI OPG

(gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari)

LIBERIAMOCI DEI MANICOMI

LIBERIAMOCI DELLA PSICHIATRIA

a cura di

RETE ANTIPSICHIATRICA

 

documento NO OPG-1
Tra realta’ psichiatrica e carceraria…
CENNI STORICI

Il Manicomio Criminale (MC) come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza è stato introdotto nel 1876 e regolamentato nel 1930 con il Codice Rocco.
Nel 1891, con il Regio Decreto 1 febbraio 1891, n. 260 “Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi”, il Manicomio Criminale viene ridenominato Manicomio Giudiziario (MG), pur rimanendo sostanzialmente invariato.1
Nel 1975, con la Legge n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta” (legge Gozzini), il Manicomio Giudiziario (MG), viene ridenominato Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), pur rimanendo sostanzialmente invariato come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

Le riforme carcerarie del ’75-’86 e quelle psichiatriche del ’65-’78 hanno prodotto solo un cambiamento di definizione.
In tutti questi anni, mentre l’OPG è rimasto cristallizzato nella sua forma fascista, con la legge 180/1978 gli Ospedali Psichiatrici vengono lentamente smantellati e sostituiti da una serie di istituzioni (ospedali, case famiglia, comunità, ecc.) ed il ricovero coatto viene regolamentato e ridefinito come Trattamento Sanitario Obbligatorio in reparto psichiatrico.
Allo stesso modo le carceri vengono formalmente coinvolte in un processo di apertura, che paradossalmente conduce ad un allargamento della popolazione carceraria tramite un più ampio e capillare sistema di controllo esterno al carcere. Con la legge Gozzini le carceri si aprono alla società e si instaurano una serie di misure alternative all’internamento.

L’individualizzazione della pena, voluta dalla Gozzini, ha fatto sviluppare nell’ambito carcerario ipotesi sul soggetto criminale sempre più somiglianti alle pratiche psichiatriche sui “malati di mente”; infatti i percorsi rieducativi si confondono con quelli terapeutici e gli psicofarmaci si diffondono massicciamente anche in carcere2.

Negli anni ’70-’80 una rivoluzione culturale antisegregazionista si afferma sul piano legislativo, ma nella realtà rimangono inalterati il pregiudizio di pericolosità sociale del malato mentale e lo stigma del recluso.
Se nel tempo l’attenzione politica e legislativa si è spostata dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e imprigionati.
Una nuova tecnologia del controllo sociale si diffonde: l’industria farmacologica sforna prodotti capaci, in alcuni casi, di sostituire le camicie di forza, i letti di contenzione e le sbarre.

Qual è e qual è stato il fondamento di tutte queste istituzioni deputate all’esecuzione delle misure di sicurezza?
E’ ed è sempre stato l’internamento di una persona giudicata socialmente pericolosa, cioè di una persona che potrebbe reiterare la stessa condotta in futuro.
In altre parole, si priva della libertà un individuo per quello che si suppone sia e non per quello che effettivamente fa.
Tale principio è un fondamento delle società autoritarie: non a caso è stato il fascismo a introdurre le misure di sicurezza, tra le quali rientra anche il confino.

LA SITUAZIONE OGGI

E’ del 30 maggio 2014 la Legge n°81 che converte il decreto legge del 31 marzo 2014 n°52 recante
disposizioni in materia di superamento degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari).

Il decreto n° 52/2014 prevede la proroga dal 1° aprile 2014 al 31 marzo 2015 il termine per la chiusura degli OPG e la conseguente entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza).

Attualmente in Italia gli OPG presenti sono sei e si trovano ad Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere.
Ad oggi, in questi veri e propri manicomi criminali, ci sono rinchiuse circa 850 persone.
I dati nel trimestre 1 giugno/1 settembre 2014 segnalano: n. 84 ingressi contro n. 67 persone dimesse; quindi continuano nuovi ingressi, nonostante si debbano privilegiare le misure alternative al ricovero in OPG.

Come si finisce in un OPG? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell’imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia a un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (articolo 88 c.p.) o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

Entrando nello specifico, il Decreto prevede l’eliminazione del cosiddetto ergastolo bianco, che consiste nell’indeterminatezza della durata dell’internamento.
Nelle future REMS la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto: ci preoccupiamo, pertanto, del fatto che le persone che hanno già scontato in OPG tale pena non finiscano nelle REMS, ma vengano liberati subito e senza condizioni.
Tuttavia la legge prevede, al momento della dimissione dagli OPG, percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali, predisposti dalle regioni attraverso i dipartimenti e i servizi di salute mentale delle proprie ASL.
Alla fine di tale percorso, qualora venga riscontrata una persistente pericolosità sociale, è comunque prevista la continuazione delle esecuzione della misura di sicurezza nelle REMS.
Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e sentieri coercitivi, obbligatori, contenitivi3.
Come ben ricorda Giorgio Antonucci, il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture sopra riportata, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione.
L’intervento diventa così a priori manipolativo.
Nella realtà, pertanto, è lo stesso obbligo a una perenne assistenza psichiatrica territoriale a configurarsi come un vero e proprio ergastolo bianco.
Noi crediamo, invece, nel bisogno e nella costituzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una casa senza compromessi di invalidità, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.
Una rete in grado di riesumare e coltivare quel legame unico, antispecialistico e non orientato a una cura protocollare che, in nome della scienza, non lascia spazio all’uomo.
Quel legame sciolto dal discorso capitalistico, demiurgo di consumatori in solitario godimento.

IN ALTRE PAROLE…

Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse
persone giudicate incapaci d’ intendere e volere.
La questione, insomma, non può essere risolta con un tratto di penna, non è sufficiente stabilire che quello che è stato non deve più essere, e pensare che il problema si risolva da sé. È vero che per troppo tempo gli Opg sono stati un territorio dimenticato in cui ogni dignità e diritto sono annullatati ma ci sono da più di un secolo e mezzo e la legge che gli regola è del 1904.
Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia ma occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli Opg.
Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale; dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.
La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Magari più bello, più pulito, ma la logica dominante sarà sempre quella dell’esclusione e non dell’inclusione.
La Legge 81/2014 con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l’essenza della modalità di risoluzione della questione.
Nonostante sia previsto un maggiore contatto dell’individuo con la società, l’isolamento rimane all’interno dell’individuo attraverso trattamenti psicofarmacologici debilitanti che conducono a fenomeni di cronicizzazione.
Cambieranno i luoghi di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.

Questa legge non soddisfa l’idea di un superamento di un sistema aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione svilenti per l’individuo e trattamenti farmacologici troppo debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi per la persona.
Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

  • October 22, 2011 11:13 pm

UN CONTRIBUTO ANTIPSICHIATRICO E ANTIPROIBIZIONISTA

  • October 20, 2011 10:44 am

CONTRIBUTO ALLA ASSEMBLEA NAZIONALE ANTIPROIBIZIONISTA
che si terrà a PISA – 22.10.2011

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD

Nel Rapporto della Commissione delle Politiche sulle Droghe dell’ONU si dichiara il fallimento delle politiche proibizioniste mondiali auspicando la fine della criminalizzazione e della repressione dei consumatori e la conseguente legalizzazione delle droghe.
Secondo questo Rapporto della questione se ne deve occupare la medicina e non i tribunali e le polizie. E’ necessario riservare ai consumatori di droghe adeguate cure mediche e non la reclusione. La repressione non ha fatto diminuire i consumi, nè la diffusione delle droghe, con il conseguente incremento dei fenomeni di abuso e di dipendenza oltre che dei volumi del mercato nero. I miliardi spesi per la War on Drug hanno contribuito ad aumentare i danni correlati alle droghe in termini sia economici che di sofferenza umana.
Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud non può che accogliere positivamente la notizia che un’Istituzione Sovranazionale di questo livello affermi in questi termini il fallimento del proibizionismo e ne chieda il superamento, ma allo stesso tempo guarda con seria preoccupazione il suo rivolgersi agli apparati medici.
Questa preoccupazione deriva non da un pregiudizio antimedico, ma da un’attenta osservazione e ricerca con la quale il Collettivo si confronta da diversi anni. Cercheremo in questa sede di narrare brevemente l’esperienza di un gruppo antipsichiatrico geograficamente e storicamente determinato, con l’obbiettivo esplicito di contaminare positivamente tutti i movimenti sociali che lottano per i diritti fondamentali degli esseri umani.
La genesi di questo cammino particolare sta nella costituzione di un momento di discussione e di confronto sul tema della Psichiatrica avvenuto nel 2000 nei locali dell’università di Pisa, che condusse ad una prima iniziativa di dibattito dal titolo “Drugs: farmaci&droghe” con la partecipazione dei membri del Telefono Viola di Milano, della Comunità degli Elfi di Pistoia e della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza. Questo incontro fondamentale portò all’inserimento nel manifesto della prima edizione di Canapisa del 2001 del NO al TSO e all’Elettroshock. Non è del tutto casuale che proprio a Pisa si facessero certi discorsi visto che ha sede in questa città la più importante scuola psichiatrica di matrice organicista e lombrosiana che pratica l’elettroshock e sostiene l’origine genetica dei disturbi mentali; questo specifico filone di pensiero psichiatrico è intimamente legato alle multinazionali del farmaco statunitensi e ne diffonde ampiamente i suoi ritrovati.
Nel 2001 nasceva quindi un discorso che valicò i confini dell’antiproibizionismo, dando vita ad laboratorio antipsichiatrico che nel 2005 prende il nome di Antonin Artaud, attore, poeta, scrittore, pittore, in due parole artista poliedrico francese morto negli anni quaranta dopo anni di segregazione manicomiale e di molteplici applicazioni di elettroshock.

Le fonti per questa ricerca oltre ad essere state quelle classiche, come la letteratura, la storia, i giornali, le leggi del parlamento, ecc.., sono state i partecipanti stessi al collettivo con i loro vissuti ed esperienze insieme a tutte quelle persone che ci hanno narrato la loro storia all’interno della psichiatria come utenti o come lavoratori a vario livello in questa istituzione.

Dall’attività di ricerca sono affiorate vicende che negli anni hanno fatto luce su un quadro della psichiatria sconcertante, dalle tinte inquietanti e dalle sfumature insopportabili. Tante testimonianze mostrano come questa disciplina entrata a far parte della medicina solo nel ‘900, sia interessata al controllo e alla neutralizzazione delle persone e non si adoperi per la loro autonomia, sostegno e benessere. Quello che caratterizza la psichiatria contemporanea è l’ uso di farmaci e ciò ha contribuito a stabilire un pericolo confine tra farmaci benefici che curano e droghe malefiche che ammalano. In questa ottica, se si viola questo confine, è legittimo l’uso della forza al fine di sostituire gli psicofarmaci alle droghe.
In Italia le politiche ultraproibizioniste hanno preso il posto ad ogni ipotesi di legalizzazione da far sembrare lontano anni luce il Rapporto della Commissione ONU, almeno sul versante della criminalizzazione e della repressione. Mentre sul versante della medicalizzazione assistiamo già da tempo ad un espandersi del numero dei consumatori di droghe che vengono psichiatrizzati. Se si auspica il superamento della criminalizzazione con la medicalizzazione possiamo assistere oggi alla coesistenza di questi due fenomeni. Le doppie diagnosi, per i Consumatori di sostanze stupefacenti illecite, crescono di numero insieme alle sanzioni amministrative e penali. Ma se da queste ultime esiste qualche possibilità di difesa, per le seconde questa possibilità si assottiglia e per le prime non esiste nessuno strumento reale di tutela contro eventuali abusi. Con la psichiatria abbiamo conosciuto un potere assoluto ed arbitrario, che si ammanta del discorso scientifico per giustificare il suo operato e dal quale una volta entrati dai suoi cancelli diventa impossibile uscirne, se non per casi singoli ed isolati, favorendo la cronicizzazione di particolari situazione di vita.
Nell’istituzione preposta al controllo della follia non ci sono avvocati e giudici, codici scritti a cui fare riferimento, processi che conducono all’accertamento dei fatti cercando di arrivare ad una qualche verità, esistono solo le diagnosi, provenienti da una miriade di manuali, che funzionano come sentenze di privazione della libertà personale; basta l’accordo di un medico qualunque ed un medico psichiatra del C.I.M. (Centro di Igiene Mentale) o di un SPDC ( Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) di un qualunque Ospedale. Il coordinamento dei CIM e degli SPDC avviene nei DSM (Distretti di Salute Mentale), in questi enti la massima autorità é il giudizio medico psichiatrico. Quest’ultimo negli anni sessanta e settanta attraversò un forte periodo di crisi perchè psichiatri della stessa scuole accademica di un determinato paese non riuscivano a mettersi d’accordo sulle diagnosi e quindi sulla definizione stessa di malattia mentale, immaginate l’accordo che si poteva trovare tra psichiatri di scuole diverse od addirittura tra paesi diversi. Come lo conosciamo adesso in Italia, l’apparato psichiatrico proviene dalla riforma degli OPP (Ospedali Psichiatrici Provinciali) istituiti nel 1904 ed avvenuta tra il 1965 ed il 1978. Questa riforma fu impropriamente soprannominata legge Basaglia e venne accolta come l’abolizione dei manicomi. In sostanza tale riforma è risultata essere il superamento del vecchio sistema manicomiale di tipo asilare tramite l’affermarsi di un nuovo e più efficace modello di manicomio, che da noi è stato soprannominato manicomio diffuso. Quello che è avvenuto è stato il perfezionamento ed il potenziamento del dispositivo fondamentale di azione psichiatrica, la diagnosi, con il suo dilagare all’esterno dei manicomi, direttamente sui territori, in famiglia, a lavoro, a scuola, nella nostra stessa mente (si diffonde l’autodiagnosi e i termini psichiatrici diventano di uso comune), rendendo quindi obsolete ed inefficaci le strutture manicomiali, oltre che insopportabili agli occhi degli osservatori che ne scoprivano i raccapriccianti retroscena ( gli ultimi OPP sono stati chiusi nel 1995 dall’intervento dei carabinieri in seguito ad una inchiesta parlamentare). Il sistema manicomiale italiano nella sua evoluzione ha visto la scomparsa delle grandi strutture reclusive e la nascita e la diffusione di una miriade di piccole e medie strutture che costituiscono quell’arcipelago della contenzione non penale fatto di case famiglia, comunità e residenze protette per accogliere la vecchia e la nuova utenza manicomiale. In questo quadro storico hanno un ruolo centrale i farmaci che negli anni cinquanta vengono utilizzati con successo, tra virgolette, dagli psichiatri per il trattamento degli internati in manicomio. Da allora la loro diffusione non si è mai arrestata, rendendo l’industria farmaceutica un colosso imponente in continua espansione e consolidamento, che non conosce crisi (per fare degli esempi Solvay ha iniziato a produrre farmaci negli anni novanta e Siemens, l’anno prima della crisi mondiale dell’auto, vendeva questo suo comparto per investire in farmaceutica).
La confusione psichiatrica negli anni ottanta si attenua grazie al progetto del APA (Associazione Psichiatrica Americana) di produrre un manuale unico per gli psichiatri di tutto il mondo, il progetto prende il nome di DSM, un manuale diagnostico che tra un po’ arriverà alla sua quinta edizione e che ha visto lievitare vertiginosamente il numero dei sintomi psichiatrici al susseguirsi di ogni sua edizione.

Questo è il luogo adatto per cercare risposte concrete e praticabili ad uno stato di cose che troviamo inaccettabile. Quello che da potere all’istituzione, al di là della legge e della propaganda, siamo tutti noi con le nostre azioni e credenze, nel caso delle istituzioni totali la loro forza viene anche dalle nostre omissioni ed ignoranze.
E’ importante avere una visione ed un’analisi comune come punto di partenza per dar vita a pratiche efficaci in difesa dei diritti fondamentali. Quello che ci rende più deboli di fronte alle istituzioni Totali è l’isolamento e l’esclusione dei soggetti che vi si ritrovano coinvolti come utenti involontari. La ricomposizione di un tessuto di solidarietà che non lascia soli i soggetti rappresenta un fondamentale argine di difesa dagli abusi. Queste parole possono sembrare frasi fatte e di circostanza per avere facili consensi, ma quello che qui si cerca non è il consenso o un opinione favorevole, ma la collaborazione attiva, l’attivismo, l’iniziativa di sempre un maggior numero di persone che si adoperi per la tutela reale dai rischi che corre la propria stessa vista ed esistenza, consapevole del fatto che questa è intrinsecamente legata a quella degli altri che ci circondano come marinai sulla stessa barca.

Con la nostra attività abbiamo cercato in questi anni di difendere ed aiutare le persone internate od a rischio internamento, quelle che voglio smettere con i farmaci o che hanno bisogno di mediatori in famiglia, non senza insuccessi e fallimenti. Per fare una forte autocritica la nostra attività di azione diretta antipsichiatrica ha avuto solo piccoli e a volte brevi successi, il sistema istituzionale psichiatrico è un enorme essere contro il quale i singoli sono costretti a soccombere od ad adeguarsi ad esso, senza alternative. Ma questo non vale per i gruppi, i collettivi e le comunità, questi sono entità sovrumane verso cui la psichiatria ha meno potere. Per questo il nostro obiettivo è quello di creare reti sociali di discussione e di intervento che non facciano sentire sole ed abbandonate le persone che si connettono ed impediscono che un’etichetta definisca ogni aspetto della propria esistenza. Questo forse ridurrebbe i suicidi e la totale esclusione sociale che rende i soggetti proprietà delle istituzioni preposte al loro controllo.

collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa

 

– antipsichiatriapisa@inventati.org

Comunicato del telefono viola di Milano

  • March 23, 2011 9:28 am

Nei 3 reparti psichiatrici Grossoni di Niguarda vengono alla luce le vicende di altri 7 ricoverati morti.

Comunicato del telefono viola di Milano in merito alle morti nel reparto psichiatrico del Grossoni

…SIAMO IN PERICOLO…

  • January 31, 2008 2:01 pm

La
tabella riportata sotto (fonte: Ministero dell’Interno) dimostra come i
crimini in Italia siano in diminuzione; non è però
questa l’immagine che i media (fedeli all’insegnamento del nazista
Goebbels «basta ripetere in continuazione una bugia per farla
diventare verità») ci propongono. Ogni giorno vengono
diffuse notizie riguardanti fatti di criminalità commessi da
immigrati, consumatori di sostanze, persone psichiatrizzate, facendo
leva sul comune pregiudizio per giustificare l’esigenza di leggi
securitarie; un’ “emergenza crimine” che fa crescere
l’odio, la paura e l’intolleranza.

Il
senso di insicurezza, derivato da una società per pochi
privilegiati che crea precarietà, viene così deviato
verso quel “pericolo”, quel “nemico” contro il quale puntare
l’indice e agire; categorie “colpevoli” di fare paura sono di
volta in volta evidenziate: capri espiatori di un clima di disagio
sociale che ha però le sue radici nella struttura stessa della
società.

Ecco
che si alternano leggi sempre più restrittive (anti-droga,
anti-graffiti, anti-immigrazione, ecc), si innalzano mura creando
veri e propri ghetti, si riempiono le carceri, aumenta il ricorso al
TSO(Trattamento Sanitario Obbligatorio), si diffonde a macchia d’olio
l’uso di psicofarmaci, si chiudono gli spazi sociali di aggregazione;
tutti quei comportamenti che esulano dal modello sociale
propagandato vengono colpiti, criminalizzati o psichiatrizzati. A
volte, le persone vengono anche uccise.


Perugia,
Aldo Bianzino, falegname di 44 anni, entra in carcere il 12 Ottobre
per la coltivazione di alcune piante di Cannabis; ne esce morto il 14
Ottobre. Secondo l’autopsia le lesioni interne riscontrate sul suo
corpo sono compatibili con l’omicidio. Aldo era in isolamento, le
uniche persone con cui aveva contatto erano gli agenti carcerari.

Bologna,
nel mese di ottobre 7 ragazzi sono stati arrestati perchè
sorpresi a fare scritte su un muro. Processati per direttissima, i 7
writers sono stati colpiti da pene tra i 5 e i 10 mesi di carcere e
sono tuttora in prigione; a nessuno di loro (neanche a quelli
incensurati) è stata concessa la condizionale. È la
prima volta in Italia che delle persone sono finite in carcere per
delle scritte su un muro.

Empoli,
12 giugno 2007 Roberto Melino, 24 anni, muore in reparto psichiatrico
per arresto cardiocircolatorio; il giovane era entrato il 4 giugno in
TSV (Trattamento Sanitario Volontario), tramutato dai medici in TSO
alla richiesta di andare a casa; resta da chiarire se la morte sia
avvenuta per cause naturali o in seguito alla somministrazione di
farmaci.


Questi
sono solo alcuni degli ultimi casi dell’isteria proibizionista e
securitaria che in questi ultimi anni ha fatto decine e decine di
vittime nelle carceri (ricordiamo Marcello Lonzi morto l’11 luglio
2003), nei Reparti Psichiatrici, nei CPT e negli OPG (Ospedali
Psichiatrici Giudiziari) , e nelle strade, come successo a Federico
Aldrovrandi morto a Ferrara il 25 settembre 2005 x un pestaggio ad
opera della polizia locale.


BASTA
CON LE LEGGI CHE IMPONGONO IL CONTROLLO DELLO STATO SULLE SCELTE E
GLI STILI DI VITA DELLE PERSONE!

BASTA
CON L’ISTERIA DELLA SICUREZZA CHE SERVE AI PADRONI E ALLO STATO PER
MANTERE LA PACE SOCIALE!


NO
ALLA TOLLERANZA ZERO

Venerdì
16 Novembre dalle 17 alle 20

PRESIDIO
in LARGO

C. MENOTTI


Liberi
Tutti/Canapisa Crew Collettivo Antipsichiatrico
Antonin Artaud

www.osservatorioantipro.org
www.artaudpisa.blogspot.com

canapisa@inventati.it
antipsichiatriapisa@inventati.org

 


NUMERO
DI OMICIDI IN UN ANNO DAL 1993 AD OGGI

 

FURTI
E SCIPPI (ogni 100.000 abitanti)

ANNO

CRIMINALITà
ORGANIZZATA

LITE-RISSA
FUTILI MOTIVI

FURTO-RAPINA

FAMIGLIA
PASSIONI AMOROSE

ALTRI
MOTIVI

TOTALE
OMICIDI

ANNO

FURTI
APPARTAMENTI

SCIPPI

1993

158

140

102

106

559

1,065

CENTRO-NORD

SUD-ISOLE

CENTRO-SUD

SUD-ISOLE

1997

247

90

117

121

289

864

1993

388

246

86

114

2001

163

98

47

193

206

707

1997

484

288

52

86

2006

121

69

53

192

186

621

2001

374

241

34

80

2006

283

162

28

52