storie

raccolta di testimonianze e racconti sugli abusi della psichiatria

MEMORIE DAL TSO di Sarah Postit Destefanis

  • November 1, 2022 10:49 pm

Riceviamo e pubblichiamo  MEMORIE DAL TSO Dalla ferita al cerotto o dal cerotto alla ferita?

di Sarah Postit Destefanis

 

MEMORIE DAL TSO

Dalla ferita al cerotto o dal cerotto alla ferita?

ESTRATTO N.1

La vita.

Sono nata il 26 Ottobre del 1994, in un ospedale alle porte di Torino, Chieri, una città che da piccola mi pareva sempre simile alle fortezze medievali anche se non è che ne sapessimo molto della sua storia all’interno della nostra famiglia… eravamo solo io e mia mamma.

Vivevamo in una casetta al limite del bosco, proprio come si leggeva nelle storie di Cappuccetto Rosso, delle sue angherie con i lupo cattivo, ma sempre sotto la protezione della nonna…mi sentivo un po’ così, contando però che il mio cappuccio è sempre stato tendente al nero. Si perché devi sapere che la mia storia in realtà arriva da molto più lontano, io arrivo anche dall’Africa… lo stato, anche se a me piacerebbe avere la possibilità di non chiamarlo tale, è il Sudan, una terra gremita da problemi sociali da che si ha memoria…lotte, conflitti per i diritti civili, morte, profughi…e mio padre era uno di questi.

Lui però era stato fortunato perché la sua famiglia essendo ricca gli aveva potuto permettere di scappare in uno dei paesi più sicuri ( o securitari?) del mondo degli anni ‘80: la Cina. Ed è lì che si sono incontrati e separati…ed è da lì che inizia la storia vera…

Mia madre è una donna che fino ai miei dieci anni amavo alla follia.

Bella, o almeno per me lo era…sarà che era la mia e quindi era per forza bella, bionda, occhi azzurri intensi, una bella voce che ti svegliava al mattino con dolcezza e calma perché era in grado di vedere le angherie del mondo ma abile nel trasformarle in bellezza quotidiana….dai piccoli gesti, alle carezze, al bacio prima di lasciarti a scuola perché ‘’no li, io non ci voglio stare perché voglio stare a casa con te’’ …’’io devo lavorare Sarah, non posso stare con te, quindi vai adesso e alle quattro e mezza viene il nonno…’’. Tutti i giorni era così e io tutti i giorni pensavo a quanto fosse ingiusto che noi tuttu subissimo questo. Ma non ‘era altro da fare che rassegnarsi alla condizione e cercare delle vie alternative almeno per renderlo bello.

Un giorno tornai a casa, era già il tempo delle ultime volte alle elementari, quando sta per iniziare il tempo delle medie, e notai il lei una sorta di cambiamento…come se una maledizione fosse scesa sulla nostra casa e avesse distrutto tutto quello che avevamo creato: fiori, piante, bellezza, musica, amore. La casa era distrutta, i miei ricordi non sono più nitidi da quella volta, e lei era come se si si fosse trasformata…

Lei fumava, beveva, fumava, beveva e lavorava e avanti così per anni, anni e anni con tanto di violenza data e ricevuta..ed è quel giorno che ho scoperto cosa volesse dire davvero dipendere da un qualcosa, di come le cosiddette sostanze possono cambiarti la vita, di come se non lotti tutto può andare perso. Le fumava, beveva, straparlava e poi se provavo a dire anche solo mezza cosa, ‘’occhio, giù botte’’…perchè la causa vera del suo malessere, o meglio, così lei diceva, ero io…io che la allontanavo da quella vita sociale che lei tanto amava, dagli affetti perché era obbligata a lavorare fuori dall’Italia e da quella tranquillità che forse a fatica lei si era costruita… ho indagato fino ad un certo punto sul perché di questo, ma poi, ho capito di non essere la persona giusta per comprenderlo…

Più si andava avanti con la sua ,e la mia di conseguenza, di età, più la sua consapevolezza diminuiva e la mia aumentava in quel range o mondo proibito delle sostanze, non solo come espedienti ma anche come pratica quotidiana del qualunque essere umano sulla terra… il mio interesse per quel mondo nasce quindi non solo da questo, ma anche e soprattutto dal ragionare sui tabù che la nostra epoca ha creato non solo a riguardo di questo, ma anche e soprattutto a riguardo di quelle che sono le pratiche per ovviare a certe problematiche mentali o non.

ESTRATTO N.2

La fuga.

Ad un certo punto a qualcuno di voi verrà in mente la domanda: perché non se n’è andata?

…l’ho fatto.

‘’quando avrai 18 anni potrai decidere per te stessa’’ era la frase altisonante…presa alla lettera. Andare via, cambiare casa, la solitudine, ciò che portava benefici da quel mondo, me stessa e basta. Ma questo non riusciva a tenermi lontana da quel pensiero di tornare a casa e trovarmela lì, anche se appunto, ero sola. Non è bastato e sarebbe stato così ancora per un po’… Perchè la questione è andata fuori da quei cosiddetti confini ‘’self-space’’ , è arrivata perfino in Cina perchè l’altra se ne stava laggiù a lavorare sempre, tra un viaggio e l’altro…facendomi catapultare in un dirupo di dubbi, sia nei confronti altrui,e quindi anche, nei miei stessi.

E come gestisci questo problema da una parte all’altra del mondo quando già l’hai fatto di persona, non è servito a nulla e non si è arrivati ad una conclusione?

Come reagisci al ricatto di quell’essere umano che mina ormai da sempre alla tua salute psico-fisica?

Come fai quando ti rendi conto che è tua madre a causare tutto? SCAPPI. Con il panico.

Ed è quello che è successo a me nel 2016 a seguito di uno dei numerosi episodi violenti all’interno della cosiddetta ‘’famiglia’’…chi mi conosce sa cosa intendo…

Sono seguiti altri due TSO, uno nel 2018 dopo mesi di soprusi sul lavoro con episodi chiarissimi di mobbing e non solo; e poi l’ultimo nel 2019…pochi e chiarissimi mesi fa a seguito di un’episodio chiave che per i curiosi sarò lieta di raccontare credendo che questo non sia il luogo per andare a fondo delle mie questioni personali perché tanto ho capito che ai piani alti non interessa…

Ai piani bassi però?

La questione ragazzi è molto semplice a parer mio: chiunque viva una situazione di ri-strettezza fisica, psicologia, logica e quindi pratica nella quotidianità cercherà sempre una via di fuga. Goffman, Focault e altr* consideravano le istituzioni totali, ovvero tutte le strutture ‘’sopra’’ il cittadino, come lo stato, il sistema carcerario o quello psichiatrico per esempio de-leggitimanti sia nei sistemi sia nelle pratiche, e questo è considerevole se si fa riferimento a casistiche come la mia, o come quella di molt* altr* che hanno subito in silenzio alcune decisioni prese a priori senza appunto, andare a fondo nella storia personale di ognuno di noi.

Perchè l’individuo nel mondo contemporaneo ha necessità di evasione?

Perchè il nichilismo abbattuto su di noi sta provocando questo?

Chi o cosa è causa e quindi provoca conseguenze?

Perchè succede proprio a lui/lei/loro?

Come possiamo ovviare a questi problemi senza crearne altri più gravi?

Ecco…queste sono le domande che in tre anni di abusi ho potuto constatare in me stessa, nei numerosi ‘’trip’’ che questo sistema mi ha gentilmente concesso, in un modo o nell’altro e considerate che la mia definizione di base senza variazione di linguaggio è immigrata di seconda generazione, malata mentale, perché bipolare.

O meglio… così loro credono…

perchè alla fine Goffman e la truppa (vorrei sottolineare che la politica è importante qui, ma non è una e una sola soltanto in questa lotta) hanno proprio ragione…e lo dicevano negli anni ‘70 all’avvenire di tutte quelle pratiche mediate e mediatiche che è stata l’inizio del neo-liberismo e degli ipotetici problemi con uno sguardo sul futuro sì ipotetico ma possibilmente reale.

E’ palese quanto sia importante per comprendere unire storie, cause e quindi conseguenze per rendere il fenomeno sensato. Questa ricerca si pone come obiettivo il voler mettere luce su questi aspetti.

ESTRATTO N.3

La critica.

Da piccola mi dicevano sempre che avrei potuto fare l’avvocato, a me è sempre piaciuto pensare di fare quello che avrei voluto fare quando sarebbe stato il momento di decidere.

Quindi, ipoteticamente, anche mai.

C’era la pubblicità (credo che il canale del digitale anche se non ho la televisione da almeno cinque anni sia tipo il 27) dove la signora e il signorotto locale d’alta borghesia provavano i materassi…ecco…quella era la cosa che mi ispirava.

Non fare nulla forse, o forse, decidere per me stessa senza vincoli su chi essere. Tolto che le aveva i tacchi e io non li porto mai, lui era pelato e abbastanza falso e boh, erano proprio persone che non consideravo degne di ascolto, televisivo tanto meno… sarà che le percepivo ‘’lontane’’ da me in tutti gli aspetti, ma anche perché forse mi rendevo conto di quanto il mondo circostante non fosse quello. Era la televisione, era uno schermo, ma in quello schermo io ci vedevo la metafora del mondo intero. Un mondo vuoto, dove per vendere una pentola ti agghindi a festa manco fosse capodanno per creare soldi nelle tasche delle persone che poi però, non rimangono mica alle persone!

E bene…il comunismo è sempre stato di casa, ma davvero mi volete dire che questa cosa è sensata?

Davvero siamo così scemi, falsi, ipocriti e a volte…ingenui?

Il Je Accuse di questo estratto è la semplice prova del fatto che sicuramente anche a te che stai leggendo sarà capitato ogni tanto (spero) di farti queste domande…spero perché capito, da lì a dare del pazzo a qualcun* è un attimo!! E quell’attimo può essere fatale per alcun* e indifferenza totale per altr*.

Al momento non c’è ben chiarezza nonostante la legge Basaglia e le numerose lotte di quali siano effettivamente le pratiche migliori per portare avanti questa questione…perchè attenzione, non dimentichiamoci che il focus di questo discorso è il REPARTINO, da cui però si possono imparare molte cose…

da lì a dare del malato mentale ad una persona per dei comportamenti ‘’stravanganti’’, ‘’fuori dalla NORMA’’, ‘’speciali’’, ‘’esuberanti’’ nei limiti che essi non siano nocivi per se stessi o per gli altri, non è un’argomentazione per fare di tutta l’erba un fascio e trascinare tutt* coloro i quali sono ‘’anormali’’ (che poi, di quale normalità si parla?) in un carcere normalizzato.

Questo non basta per abusare di questo potere per controllare chiunque abbia da dire o da fare qualcosa di diverso.

Questa è violenza e non si stanno trovando delle alternative nonostante ne abbiamo tutte le capacità…ma le volontà?

Appena ne avrò l’occasione mi piacerebbe raccogliere delle storie viste nei tre reparti di Roma, Rivoli e Torino per farne testimonianza di quanto in realtà questi problemi siano piuttosto comuni, anche magari per te che stai leggendo…

Voglio farlo perché credo sia di fondamentale importanza creare coesione nella critica costruttiva e de-costruente di un sistema impostato sul decoro, il benessere effimero e la spesa.

Che sia in termini di denaro che di vite umane.

O di CAPITALE SOCIALE così come ci chiamano da lassù oh popolo!

Ma sempre di capitale si parla…echecccavoli non se ne può più…ma possibile che abbiamo solo il profitto, la crescita, la curva che tende ad un infinito in un grafico dove la x e la y sono si assi, ma anche variabili insieme alla z?

E noi, ovviamente, non le consideriamo e manco per sogno consideriamo questo aspetto?

Credo sia di fondamentale importanza far luce su questo aspetto in merito alla constatazione del fatto che in TUTTE le tre realtà ci sia la mancata e constatata collaborazione di un’equipe non solo di medici psichiatri, ma anche di professionisti nella cura della persona come educatori, psicologi e psicoterapeuti.

ESTRATTO N.4

La pazzia.

eHHHHH (coro altisonante) e tu vorresti mettere in dubbio la medicina occidentale e tutti i lavori che sono stati fatti per arrivare a PROGRESSI del genere?’’

Io non metto in dubbio, io boicotto con tutta me stessa le pratiche violente come il TSO, come gli abusi in divisa, come il ‘’eh ma dovevamo contenerlo/a!’’ utilizzate per curare o meglio ridimensionare le persone.

Io sono contraria all’uso degli psicofarmaci senza la considerazione del trascorso personale ed individuale di ognun* di noi e sono fermamente convinta che alcune di queste pratiche vadano in qualche modo ricalcolate e rimesse in discussione.

La volontà dei piani alti ovviamente è sempre quella di ‘’preservare’’ il futuro partendo dal presente senza però considerare il passato… ‘’tieniti alle spalle quello che ti è successo…’’ ‘’ noi la tua storia non la sappiamo ‘’ (e forse neanche ci interessa?) ‘’ormai sei grande, buttati il passato alle spalle’’…

Crescere nel dolore o nella sofferenza, lor signori, crescere negli abusi e nei soprusi non significa non avere gli strumenti per andare avanti ma piuttosto avere difficoltà nel farlo e questo non può e non deve essere sanzionato o sanzionabile… le persone che ogni giorno vivono questo tipo di problematiche vanno sì aiutate, ma non con la moneta della violenza ma semmai con quella della gentilezza, mancanza riscontrata in tutti gli ambienti frequentati in questi tre anni che coinvolgono atteggiamenti sbagliati non solo di medici, ma anche degli stessi infermieri che dovrebbero essere i primi volontari nella cura dell’altro.

La violenza psicologica è a volte accompagnata da quella fisica in un contesto dove il tutto viene ribaltato secondo la logica del ‘’sano-malato’’ in cui questi termini vengono posizionati sul palco come attori principali con una dialettica narrativa nella quale non si è più sicuri di nulla se non della perdita di personificazione della persona stessa con conseguente perdita di identità progressiva…ricordo ancora i sei mesi di degenza dopo il primo incidente durante i quali per lo shock iniziale ho impiegato tutto quel tempo per ricominciare a sorridere, parlare, muovermi leggere, scrivere e fare di conto in una maniera normale…

ESTRATTO N.5

L’idea.

Questo paper si pone come obiettivo primario il voler analizzare la casistica per poi proporre una soluzione e nell’arco di questi tre anni in cui ho ricercato a lungo una risposta ai miei quesiti, posso ritenermi soddisfatta non solo di aver trovato delle idee, ma di non pensare mai che queste idee fossero bizzarre.

Se si desse la possibilità a psicologi, educatori, riabilitatori psichiatrici di permeare all’interno di queste strutture in modo tale da poter coadiuvare attività di ascolto umano ad attività ludiche come la pittura, la scrittura, la lettura, la musica, l’arte e il giardinaggio ci sarebbero degli ottimi risultati. Questo non solo perchè è bello e divertente, ma perchè tutti gli elementi elencati in precedenza sono degli ottimi catalizzatori di endorfine e serotonina che nella maggior parte dei casi sono molecole mancanti a livello biologico in tutti quei pazienti bombardati dai farmaci.

Ricordo tutti i giorni le facce sconvolte dentro il repartino, ricordo ogni giorno le lacrime delle donne che si vedevano brutte, la cattiveria degli uomini che non avevano neanche la possibilità di farsi una scappatella in pace e la vergogna sul volto dei giovani come me che sanno di non aver fatto nulla di sbagliato ma allo stesso tempo sanno di essere vittime dello stesso sistema. 

Come fare per tirarsi su?

Come fare per reagire?

Io credo che il senso di comunità sia stato fondamentale in questo percorso che mi ha portata a conoscere meglio me stessa e gli altri attorno a me anche se non mi riferisco ‘’alla comunità normale’’ che starete pensando…perchè io in comunità non ci sono andata e non ci andrò dal momento che baso la mia esistenza su questo…ma ecco che invece penso a Marco (nome di fantasia) e Alessia (altrettanto nome di fantasia) che alla mia età hanno già tentato il suicidio un paio di volte e penso che tutto questo sia estremamente ingiusto. Ingiusto perchè si pensa che così facendo, ovvero portando queste persone in luoghi pseudo mistici dopo che hanno subito chissà quali ingiustizie altre, la via di salvezza sia vicina…ma come si fa a pensare a questo percorso quando ci sono già dei buchi nel mezzo della strada?

Come facciamo a passare dalla ferita al cerotto senza assicurarci che essa prima venga lavata, pulita, disinfettata e poi coperta?

Sarah Postit Destefanis

 

 

“TANTO E’ UN MALATO MENTALE”…una TESTIMONIANZA CONTRO LA CONTENZIONE

  • July 20, 2021 8:05 am

Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza contro la contenzione meccanica:

“Tanto è un malato mentale”
Due anni fa, nell’estate 2019, ero ricoverato a seguito di una mia richiesta (TSV) in un reparto psichiatrico fiorentino. Un pomeriggio, durante il ricovero, ho trovato una porta finestra del reparto che doveva essere chiusa (secondo la politica della struttura), completamente spalancata. Mi sono avventurato sul balcone per curiosità. In seguito ho riferito il fatto ad un operatore.
Lui si è consultato con lo psichiatra in turno, che ha preso una decisione risolutiva: ha stabilito che sarei stato trasportato d’urgenza in un altro reparto psichiatrico, legato a letto per tutta la notte. Una specie di punizione esemplare… Tanto è un malato mentale!
Così è avvenuto. Quando sono stato informato dallo psichiatra della sua decisione, ha sostenuto fermamente la tesi, davanti all’ operatore, che io avessi rotto con le mani i due lucchetti che chiudevano la porta.
Sarebbe interessante entrare in possesso del “verbale” con cui questi signori si sono liberati della loro responsabilità. Ma questo non può avvenire perché nessun tribunale autorizzerebbe una richiesta del genere senza valide prove… Tanto è un malato mentale!
Ho subito varie ingiustizie nella mia vita, e questo capita a molte persone. Ogni tanto, ma solo per fatti gravissimi, nel mondo psichiatrico avvengono delle inchieste. Nel mio caso il problema è soltanto una ferita difficile da rimarginare, una delle tante, che mi ritorna indietro come uno sputo in faccia. Non posso fare altro se non testimoniarlo. Rigorosamente senza fare nomi, per evitare ritorsioni.
Tanto è un malato mentale.
Anonimo

Storie di ordinaria quotidianità…

  • January 17, 2019 5:01 pm

RICEVIAMO e PUBBLICHIAMO il RACCONTRO CHE TROVATE al LINK SOTTO

“Al Giudice del Tribunale di StranaLanda”

storie di ordinaria quotidianitá

RACCONTO DI UNA ESPERIENZA CON LA PSICHIATRIA

  • May 5, 2016 6:16 pm

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto di una reale esperienza con la  psichiatria.

 

È difficile rendersi conto che stai subendo un t.s.o.? di solito la pratica inizia con un punturone di sedativo, le parole stentano e ti accorgi di essere stato ricoverato e catturato al reparto, dove è quasi inevitabile la contenzione fisica. Arrivano guardie, 118, vigili e esercito. Al di là dell’atto infamante del TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO vorrei sottolineare che un ricovero psichiatrico anche in T.S.V. (Trattamento Sanitario Volontario n.d.r.) è in ogni caso una lunga agonia e la complicità dell’infermiere arriva addirittura alle contenzioni anche senza t.s.o. ; cioè sarai per quei giorni in balia delle decisioni di 4 loschi individui, che sfogano le loro tensioni aggressive sul paziente.

Io ne ho subiti una quarantina e fino all’arrivo in SPDC ricordo lucidamente cosa stava accadendo, dopo il trattamento un buio assoluto che si trascina per alcuni giorni. Ho imparato dopo queste lunghe esperienze che ribellarsi è inutile, aggrava soltanto la tua condizione. Informarsi della terapia, chiedere delle proprie condizioni, significa essere “fastidiosi” ed aumenta il pericolo della gravità della malattia.

Mi dispiace affermarlo, ma prima sei sottomesso e prima finirà il calvario.

Mi hanno fatto t.s.o. per motivi più variegati, ma se devo essere obiettivo, non ci sono mai state le condizioni di legge per essere in t.s.o. 

È stata sempre una prevaricazione del mio essere individuo, un atto prepotente e violento, dove l’unica finalità è essere cavia dell’istituzione psichiatrica e dei suoi metodi. Nei primi ricoveri ero realmente aggressivo, contro ogni persona che si avvicinasse a letto, ma lentamente ho lasciato la mia rivolta per seguire una strada di mediazione: le contenzioni segnano. Più sei contrario alle cure e rifiuti il reparto, più la violenza di quegli esseri dal camice bianco si sfoga su te stesso, arrivando a pratiche fuori dal comune, dalla camicia di forza ad una serie di shock punitivi.

Ricordo una sera per condizioni di abuso di LSD ho iniziato a pescare dal sesto piano; in 20 minuti sono arrivate tutte le divise che si possano immaginare.

Preso, ricoverato e legato con flebo in endovena per 20 giorni. Con il sadico che si accaniva sul mio corpo, arrivando addirittura ad un catetere di fil di ferro. Ogni pisciata era un urlo munchiano. Un’altra volta ho chiuso mia madre fuori casa, è arrivata il 118 e i pompieri hanno aperto casa. Il medico senza accertare le mie condizioni psicofisiche, è arrivato ad affermare che io volevo uccidere mia madre e con una facilità estrema mi considerò socialmente pericoloso; acchiappato, imbavagliato e dopo… un ricovero in lunga degenza che durò 5 mesi sempre conteso, dove le mie condizioni fisiche si aggravarono a tal punto di chiedere in extremis un ricovero allo Spallanzani (Ospedale di Roma n.d.r.), con transaminasi che arrivarono a livelli impressionanti. Non esiste più la tua possibilità di scegliere e alcune volte ti trovi in una clinica senza che nessuna legge sia rispettata. Ed è facile, quasi automatico, che dopo un t.s.o. devi inevitabilmente prendere la terapia al DSM, ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio n.d.r.) per alcuni mesi. Fino a quando una psichiatra non deciderà di lasciarti più o meno libertà sugli psicofarmaci, e se sei scaltro, fortunato e consapevole dei danni che le medicine provocano, desidererai scalare quella terapia da cavallo.

 

Non riesco a capire l’associazione di farmaci che hanno come unica finalità di sedarti, più dormi e più sarai giudicato prossimo alle dimissioni. È da considerare fondamentale il ruolo di familiari che spesso diventano il tramite delle tue decisioni: dall’approvazione dell’elettroshock al trasferimento in uno di questi manicomi mascherati. È tutto contro legge. Ricordo che una sera, nel mio covo, la lavanderia delle case popolari, ho cucinato alla brace il pesce spada, gli inquilini chiamarono il 113 dicendo che stavo incendiando il palazzo e senza verificare che in realtà stavo cucinando, venni scortato al Sandro Pertini, dove le condizioni di vivibilità sono deprimenti. Di questo ricovero non ricordo altro. Un altro t.s.o. è stato al San Filippo Neri, motivando il trattamento per abbigliamento bizzarro, sono stato sveglio per due notti perché appena prendevi sonno arrivava un punturone. In T.s.o. a Rieti cambiava terapia giornalmente senza alcun tipo di coerenza, dal clopixol al nepolex, ma se senza coerenza medica. Allora mi domando. Domare la tua ribellione significa essere malati di mente? Arriveranno ad affermare che i tuoi geni sono malati? Mi diedero 7 abilify, sono fortunato di essere ancora vivo, ho amici che durante un t.s.o. hanno perso la vita.

Ricorderei Luigi Marinelli che messe le manette gli è stato spappolato il fegato e morì di colpo.

Effetti collaterali annessi, perdita di istinto alla sopravvivenza, annientamento dei propri impulsi sessuali, tremori infiniti, ecco cos’è la loro scienza; un mare di paroloni presuntuosi e sentenziosi.

 

Contro la pratica del t.s.o. organizzare resistenze, ipotizzare sempre il peggio per essere pronti ad avere un minimo di attendibilità nella pianificazione di qualunque risposta. Essere in tanti per difendere ciò che è rimasto di te e della tua sensibilità, del tuo mondo affettivo, distrutto quasi annientato. Sembrerà fantascientifico, ma più persone sono al corrente del t.s.o. più le possibilità di essere liberato aumentano, è come se i visitatori prendessero il ruolo di testimoni scomodi; in questo denso mare inquinato di petrolio apriamo uno spiraglio di luce.

In t.s.o. mi piace scappare, lunghe derive mentali per approdare in altre regioni dove non sei più perseguibile – mi legarono più per le fughe che per la violenza – ero evasione – prendo un caffè chiedo 10 euro a una paziente e sono fuori da questo inceppo. Innocuo, addomesticato, docile, ecco come vorrebbero. Mi sgarbo la barba con il sangue per non farmi toccare e poi mi do via sull’autostrada. Com’è bello fuggire davanti a un ricovero, ti senti soddisfatto, quasi vincitore, non c’è più il carrello dei medicinali. Ecco fatto, sono di nuovo libero, ma in balia della strada non dell’infermiere. E poi se esci positivo alle droghe sono cazzi tuoi. La clinica non te la leva nessuno. Un periodo di risanamento. Dopo comunità di doppia diagnosi, lager mascherati. Che bella soddisfazione slegarsele, levarsele, strapparsele.

Il delirio destabilizza, vince l’organizzazione statale, va annientato non promulgato, se poi è strutturato sei schizofrenico, allora sta 180 ma che è? Me lo sono chiesto molte volte. Ogni t.s.o. mi sono chiesto che è sta legge, la legge è legge mi sono risposto, e per ciò definiamo concetti per superare anche sto Basaglia. I “basagliani” sono i peggio, è meglio uno psichiatra fascio, almeno sai cosa hai davanti. La psichiatria democratica è qualcosa per ripulirsi le coscienze di tutti gli A.S.O. perpetuati al DSM, luogo di soppressione. Il dialogo? Devi essere incisivo, forte e determinato, altrimenti le tue ragioni cadono nella terapia intramuscolo. Quali risposte dare alla loro aggressività? Giulia, Marco, Luigi, vivete di nuovo vi prego, voglio stare con voi fino all’ultima iniezione di haldol. Una volta una responsabile del DSM, un pezzo grosso, affermò: ziprex, aldol, risperdal, è tutto uguale. Pensiamo a questa scienza di speculazione, rispondiamo con la prassi, che è azione rivoluzionaria. I t.s.o. più deleteri non ve li racconto, fanno parte del mio intimo segreto. Mi vergogno.

Scusate ma io devo dire pure questo, una volta durante un T.S.O. ho telefonato al telefono viola di Roma. Mi hanno risposto “prenda un appuntamento”. Io ce l’ho con tutti in questo argomento. Ce l’ho con P. Perché la pensione di irreversibilità me la vuole levare, ce l’ho con tutti questi comitati che mi levano la casa popolare e poi c’è la casa famiglia, se c’hai le spinte giuste.

LA VILLA DEI SORRISI

  • September 17, 2015 9:16 pm

riceviamo e , su richiesta dell’autore, volentieri pubblichiamo un racconto autobiografico sulla sua esperienza con l’elettroshock.

La villa dei sorrisi
Via delle Immacolatine 28, questo indirizzo non l’ho più dimenticato. Nel 1983 conseguii la maturità classica. Quasi tutti i compagni di classe ottennero il massimo, i più avevano il merito di essere figli di professionisti molto influenti e di essere bene raccomandati. I miei mi vollero raccomandare con l’insegnante di matematica e io accettai anche se ero poco convinto del suo intervento a mio favore. Era molto brutta e un po’ nevrotica, la imitavo per fare ridere i compagni e per sfogare la mia insofferenza per la scuola. Da come mi guardava ero sicuro che lei sapeva della presa in giro. Accettai la spintarella malgrado lo scetticismo e nonostante fossi molto idealista. Avevo fatto un mare di assenze e a casa avevo studiato poco, anzi per niente, temevo di non superare l’esame. Leggevo di tutto tranne i libri di scuola. Conoscevo Claude Levi Strauss, Freud, Lacan, De Saussure, Roman Jakobson e tanti altri studiosi. Mi piaceva molto lo strutturalismo anche se mi fu a lungo d’ostacolo sul piano dell’azione in quanto nega la libertà dell’individuo. All’università diedi per prima una materia complementare, sociologia delle comunicazioni. Quando sostenni l’esame portai dei libri di etnologia che non erano richiesti, il professore mi chiese perché lo avessi fatto e io mi trovai in difficoltà, una studentessa rise ma presto mutò espressione. Fui congedato con il massimo e ricevetti i complimenti dell’esaminatore. Il professore Carzo mi fece domande che non erano comprese nel piano di studio e io risposi a tutte in maniera soddisfacente. La prova si trasformò in una piacevole conversazione. Alla fine, considerato che avevo con me “Il totemismo oggi”, mi chiese dove si collocano le strutture secondo Levi Strauss e io indicai con il dito il cervello. Scrisse su un foglio che avevo sostenuto l’esame con 30 e lo firmò, mi spiegò che non poteva scriverlo sul libretto se prima non avessi superato la materia fondamentale che era sociologia generale. Superai anche quest’ultima con un ottimo voto ma non andai a convalidare la precedente materia. Decisi di non proseguire dopo che fui bocciato in filosofia della politica. Avrei dovuto parlare di un libro che non mi piaceva e di un secondo che avevo solo sfogliato. Il primo trattava del potere in una forma troppo astratta sulla falsariga della moda strutturalista. Ad esempio: “il potere tende al suo mantenimento e alla sua riproduzione”. Scrissi una critica ma non potei parlarne con l’autore del libro, titolare della cattedra, che era una persona molto cordiale e comprensiva. Egli portò con se in un’altra stanza i primi tre studenti per interrogarli e lasciò il quarto che ero io nelle mani degli assistenti che mi respinsero. Fu la prima bocciatura e mi pesò molto, a scuola non ero mai stato bocciato, né rimandato. Un’altra ragione che mi fece rinunciare agli studi universitari fu l’incontro con la madre di un mio ex compagno di scuola che non riusciva a dare nessuna materia all’università. Seppe che io in poco tempo ne avevo date due e si complimentò falsamente con me. Il marito era medico, aveva inculcato ai figli fin da bambini quello che avrebbero dovuto fare da grandi. Il più grande avrebbe dovuto proseguire la sua professione, l’altro, il mio compagno, sarebbe dovuto diventare giudice come lo zio. Il pensiero dell’ambizione, il rigetto dei valori borghesi, il rifiuto della burocrazia universitaria che si sostanziava nella mia difficoltà di aggettivare il rettore come magnifico quando dovevo compilare i moduli, mi indussero ad abbandonare la facoltà di scienze politiche di Messina. Ero innamorato di una ragazza che abitava al piano di sopra. Era molto bella e veniva spesso con la madre a casa mia. Passavamo molto tempo insieme, parlavamo, guardavamo la televisione abbracciati o giravamo in moto. Non le avevo mai confessato il mio amore perché ero convinto di non piacerle. Ero molto geloso, ogni tanto aveva dei fidanzati e questo mi indispettiva, al punto che una volta la trattai male e la offesi senza che avesse alcuna colpa. Lei pianse a dirotto, mi porto ancora dentro il rimorso. A distanza di molti anni ci rivedemmo e le confessai che ero stato innamorato di lei, mi rivelò che anche lei mi aveva amato. Un altro episodio di cui porto ancora il peso è quando mi vergognai per un istante di mio padre che zoppicava a causa di un ictus. Mentre camminavo con lui affrettai il passo, mio padre se ne accorse e sorrise dolcemente. Essendo un po’ robusto, decisi di dimagrire e lo feci di testa mia, diminuii il cibo fino a eliminarlo del tutto, mi disgustava. Dormivo pochissimo ed ero euforico. Trascorsi diversi giorni di insonnia, mi accorsi che stavo per crollare e che quella notte avrei dovuto riposare. Rinunciai stupidamente per aiutare un caro amico a incollare i manifesti elettorali del padre, una persona molto mediocre come la quasi totalità dei politici italiani dal 1861 a oggi. Persi la ragione e qualche giorno dopo mi ritrovarono sdraiato su una panchina nei pressi della stazione, ero quasi uno scheletro, molto agitato e logorroico. All’ospedale di Reggio Calabria mi dimisero senza curarmi. Mia madre, su consiglio del medico di famiglia, mi fece ricoverare a Roma nella clinica Villa dei sorrisi in via delle Immacolatine 28. Lì mi legarono al letto di contenzione per due o tre giorni e mi fecero delle flebo mettendomi un po’ in sesto. Mi trovavo al piano basso della clinica dove erano i malati più gravi. Insieme a me si ricoverò mio padre per curare l’ictus e dei disturbi di cui aveva sempre sofferto senza rendersi conto. Non l’avevo mai visto così sereno, la sua vicinanza mi confortò molto. Il giorno uscivamo insieme nel cortile alberato e sedevamo su una panchina. C’erano pazienti che gridavano e si lamentavano, altri erano silenziosi, avevano gli occhi persi nel vuoto e i movimenti rallentati, ma io ero felice di essere accanto a mio padre e conservo preziosamente il ricordo di quei momenti che precedettero di pochi mesi la sua scomparsa. Il primario proprietario della clinica mi visitò e diagnosticò che l’anoressia era stata causata da una depressione atipica. Dopo qualche giorno fu ricoverata al mio posto una bella ragazza, gridava come un’ossessa, chiedeva di essere liberata dalle cinghie, voleva andarsene. Chiesi a un infermiere cosa avesse, mi rispose che era drogata. Restammo soli per qualche minuto prima di darci il cambio e mi disse di baciarla. Le chiesi ingenuamente dove. “Dove vuoi”, mi rispose. Mi chinai sul letto e la baciai sulle labbra. Mi trasferirono ai piani superiori, intanto mio padre venne dimesso. Il pomeriggio, fino a sera, ci si riuniva in un salone al piano terra dove c’era un juke box. La canzone che preferivo era “Smoke gets in your eyes” di Celentano, esprimeva bene la tristezza che mi pervadeva. Rividi la ragazza che avevo baciata, ma non sembrava affatto interessata a me. La sera dopo si avvicinarono lei e una sua amica che era più socievole. L’amica mi chiese se mi piaceva il caffè, e se, considerato il buon trattamento che mi riservava il primario, avessi potuto chiedere in direzione l’autorizzazione per fare portare dei caffè dal bar vicino. Io intuì dal suo imbarazzo che più che al caffè era interessata alle bustine di zucchero quindi rifiutai. Dopo qualche insistenza desistette e si rivolse a un anziano parente di un ricoverato che la accontentò con gentilezza. Arrivò nel salone il cameriere, le due presero i caffè con le bustine e corsero in bagno. Rientrarono nel salone ridendo senza riuscire a smettere. L’anziano signore si arrabbiò molto, gridò loro che lo avrebbe riferito al professore, che lo avevano ingannato e messo a rischio, capì anche che si erano rivolte prima a me e che non avevo dato loro retta. Assistetti in silenzio alla scena soddisfatto per il mio intuito. Al mattino mi annunciarono che mi avrebbero sottoposto alla “cura”. Sentii dal corridoio il rumore di un carrello. Poco dopo entrò l’anestesista in compagnia di due infermieri. Mi legò al braccio il laccio emostatico, riempì la siringa e mi iniettò l’anestetico. Mi svegliai un po’ confuso, mi accorsi che sulla fronte avevo una piccola ferita e alcuni capelli bruciacchiati. Pensai subito all’elettroshock, quel trattamento che la mia enciclopedia definiva crudele e inumano, ma per paura non chiesi di cosa si trattava. Ebbi la conferma da un paziente, a mia volta rivelai ad altri pazienti in che cosa consisteva la cura. Un giovane si agitò molto quando apprese la notizia e protestò ad alta voce nel corridoio. Fui rimproverato e invitato a non pronunciare la parola elettroshock. Malgrado odiassi sottopormi a questa pratica, ogni quindici giorni prendevo il treno per Roma. Avevo paura che se mi fossi rifiutato mia madre sarebbe ricorsa al ricovero coatto in quanto nutriva molta fiducia in quella clinica. Viaggiavo di notte e al mattino mi affrettavo a prendere il taxi alla stazione per arrivare puntuale. Una volta un tassista, per speculare, finse di non trovare la strada, si lagnava per un mutuo che doveva pagare. Arrivai tardissimo e mi dissero che non potevano sottopormi al trattamento, poi riuscirono ad eseguirlo. Quando sentivo il rumore del carrello che si avvicinava avevo paura, pensavo al mio corpo esanime che sarebbe stato prelevato dal letto come un sacco di patate e trasportato in una stanza che non conoscevo. Mi chiedevo se mi fossi svegliato in quella stanza mentre avevo gli elettrodi sulle tempie o se non mi fossi più svegliato come era successo un mattino molto concitato a un paziente. Un giorno decisi di disobbedire e di interrompere la cura. Mia madre, con l’aiuto di mio fratello, mi costrinse a partire. A Roma mi rifiutai di scendere dal treno e mio fratello chiamò la polizia ferroviaria. Io lo seppi dopo, non ricordo quasi nulla di quell’episodio. L’elettroshock ti fa scordare tutto, dimentichi le cose brutte, ma anche quelle belle. Ho fatto fatica a riprendere i miei studi e a lavorare. Il pensiero che ogni quindici giorni avrei dovuto affrontare quella Via Crucis era molto deprimente. Dopo tre anni anni di calvario trovai il coraggio di dire al primario che mi ero stancato e lui mi rispose che sicuramente ero guarito, perché mi considerava molto intelligente e capace di stabilire se avevo bisogno o meno del trattamento, supponeva che non mi ero lamentato prima perché mi rendevo conto di averne necessità. Avevo voglia di dirgli che era un idiota. Quando seppe che ero stato assunto in ferrovia, durante le visite mattutine, entrava in stanza e mi chiedeva: “Come sta il nostro ferroviere?” e imitava il fischio del treno. Quella scena mi dava molto fastidio, la sentivo poco rispettosa. Ho capito così che bisogna entrare in punta di piedi nella stanza di una persona che soffre. Le ultime volte che mi trovai in clinica, accanto al primario c’era il figlio, che era circa della mia stessa età, e una dottoressa. Diedi al giovane luminare del tu, un po’ per il gusto della provocazione, un po’ per saggiare come erano fatti, anche se non mi facevo illusioni. Si guardarono imbarazzati e scandalizzati, borbottarono qualcosa. La volta successiva lo chiamai professore e lui disse: “Così va meglio”.
Giuseppe Gangemi

da Marcelllo Riva: “SE NON CONOSCI LA MIA STORIA NON GIUDICARE LA MIA VITA”

  • April 15, 2015 11:32 am

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO LA STORIA di MARCELLO.

sotto trovate una breve premessa e l’allegato con la sua storia.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

 

da e di MARCELLO RIVA

” SE NON CONOSCI LA MIA STORIA NON GIUDICARE LA MIA VITA “

Questa è la mia storia o parte dì essa: certamente quella che più mi ha segnato, quella che più cicatrici nell’anima mi ha lasciato.
Partecipando alla manifestazione tenutasi a Reggio Emilia il 28 aprile 2015 contro gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e, “cercando” di rimanere “nell’ombra” a tratti piangendo sotto gli occhiali sperando di non essere notato neppure dagli “addetti ai lavori”, mi sono accorto di ciò da cui eravamo circondati, cioé dalla paura, dall’indifferenza del pregiudizio da cui tanto mi son tenuto nascosto in questi ultimi anni: molte volte tante persone mi hanno chiesto di portarla alla luce come esempio.
Ma dove trovavo il coraggio quando alcune affermando di combattere stigma e pregiudizio ne avevano nei miei stessi confronti?
Mi accorsi che vi sono UOMINI e DONNE che non hanno paura di metterci la faccia e di aprirsi addirittura con entusiasmo e ironia come Sabatino Catapano, autore del libro IL SOPRAVVISSUTO che mi riprometto di leggere appena possibile perché tale mi considero a differenza di quegli UOMINI e quelle DONNE che nel SADISMO nell’INDIFFERENZA ci sono MORTI mi impegno da ora a non più nascondermi iniziando ad uscire allo scoperto con la sola speranza che l’esperienza da me vissuta possa aiutare anche una sola persona, possa aprire anche un solo cuore.

L’EVASIONE DI SAN VALENTINO


Un pensiero vá allo scomparso
*Compagno Roma (Raffaele).


*Un abbraccio va a:

Giorgio Pompa (ora Associazione dalle Ande agli Appennini).
*A Loly per la sua presenza e protezione.
Membri dell’ex Telefono Viola di Milano. Anche quí con la speranza che qualcuno possa raccoglierne l’eredità e abbia le forze di riaprirlo.

Ultimi ma non ultimi tutti/e i componenti di:

*Rete Antipsichiatrica;
*Collettivo Rapa Viola Milano;
*Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, autori del libro ELETTROSHOCK;
*Collettivo Universitario Bicocca;
*a chiunque si trovi in difficoltà e a chi si batte contro questa forma di tortura chiamata psichiatria.

Marcello Riva.

Comunicato su un TSO subito di recente…

  • February 25, 2015 8:36 pm

riceviamo e  pubblichiamo, su richiesta dell’autore, il suo comunicato su un Trattamento Sanitario Obbligatorio subito di recente in un reparto di psichiatria.
Comunicato – Il giorno 17 u.s., mentre curavo il mio limone, sono entrate tante persone
dentro casa mia senza che io le avessi chiamate e senza che io aprissi loro la porta.
Ho detto cosa stavo facendo, ma loro, senza voler sentire ragioni, mi hanno fatto due punture
e portato via in trattamento sanitario obbligatorio. Ci sono state parecchie altre punture fattemi,
e una di questa mentre, calmo, ero legato al letto. Stamattina mi hanno dimesso (il 23/02/15 ndr),
e tutto il tempo trascorso in psichiatria, ho parlato sempre per come mi hanno visto e sentito le persone che per telefono e/o di persona hanno dialogato armonicamente e in concordia con me. Reciprocità assoluta.

Chiedo a voi Signore e a voi Signori di denunciare in ogni dove questo orrore.
Io sto bene. Grazie. A presto. Cordialmente. Buona serata –

Dottor Natale Adornetto, Psicologo libero professionista.

OPPORSI AL TSO SI PUO’ E SI DEVE !

  • June 4, 2014 12:56 pm

riceviamo e volentieri pubblichiamo, su richiesta dell’autore,
il suo racconto dell’esperienza vissuta in un reparto di psichiatria.

OPPORSI AL TRATTATAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO SI PUO’ E SI DEVE
di Valerio Citi

La mia disavventura con la psichiatria comincia un maledetto giorno di dicembre del 2013 quando, su forte insistenza di un parente che lavora presso la struttura ospedaliera della mia città e ha molta confidenza con i medici psichiatri di reparto, mi viene praticato un Tso del tutto ingiustificato, basato solo sul mio stato di evidente ebrezza e nulla di più. Io commetto un enorme errore che mi rovinerà l’esistenza: accettare con remissione senza oppormi. Il Tso mi viene addirittura ridotto da 7 giorni, come prevede la normativa, a soli 4, perché anche gli psichiatri sanno che dopo averci dormito su una sbronza passa e quindi era del tutto assurdo continuare a tenermi con la coercizione nel reparto. Questo però crea un annoso precedente che nei mesi successivi mi costerà molto caro.
Nella vita ho avuto due grandi disgrazie: avere entrambi i genitori malati di mente (secondo chi decide i criteri di tale patologia) e di aver cercato rifugio, per le loro continue assenze per ricoveri lunghi anche anni, nell’alcool. I miei ricordi d’infanzia sono per lo più legati all’odore di “piscio e segatura” che sentivo quando mi portavano a trovarli, perché “stavano male”, in non – luoghi che a me incutevano una gran paura.
Dopo quel maledetto giorno di dicembre anche io sono finito in quei luoghi che per tanto tempo avevo cercato di dimenticare.
Sono seguiti alcuni Tsv, sempre su spinta di alcuni familiari, e quando mi sono accorto che su di me era calata una gabbia era troppo tardi. Oltre alla sindrome da dipendenza da alcol, durante l’ennesimo ricovero, mi è stata affibbiata la stessa identica diagnosi che avevano i miei genitori: “disturbo bipolare”. Nessun criterio scientifico, nessuna analisi approfondita del paziente, solo che ingenuamente quando mi veniva chiesta l’anamnesi familiare io rispondevo con sincerità. E dunque mi è stato fatto un “copia – incolla” dei miei incubi peggiori, stavo varcando quella soglia verso il buio, dalla quale nè mia madre nè mio padre sono mai tornati indietro.
La malattia mentale secondo questi medici si trasmette da genitore a figlio come le patologie genetiche, niente importa più.
Durante i miei ricoveri ho subito ed ho assistito a soprusi, umiliazioni, ricatti. Se fossi credente definirei i reparti di psichiatria qualcosa di molto simile all’inferno sulla terra.
Data la mia diagnosi sono stato trattato farmacologicamente di conseguenza: timo – regolatori (volgarmente detti “stabilizzatori dell’umore”, come se l’umore di una persona dovesse essere regolato chimicamente e non dal naturale evolversi della vita e delle esperienze personali) e ansiolitici da cui adesso sono dipendente. Alla mia ferma opposizione ad assumere Depakin (acido valproico) per i suoi devastanti effetti collaterali, che avevo già constato coi miei occhi sui miei genitori, ho subito dei ricatti psicologici e delle vassazioni che faccio fatica anche solo a raccontare.
Ho avuto la fortuna però di incontrare anche delle persone giuste, a fatica ero riuscito ad uscire da questa gabbia, riuscendo persino a farmi chiudere la cartella clinica presso i Centri di Salute Mentale sul territorio presso i quali, quando non sei recluso in reparto, ti devi presentare giornalmente come se fossi in libertà vigilita.
Mi è stato proposto il metodo Hudolin (dallo psichiatra croato Vladimir Hudolin che tanto lavorò a fianco di Basaglia e riuscì, almeno in parte, a scardinare i pregiudizi della psichiatria classica), un approccio ai problemi alcol – correlati che vede il paziente non come un malato da trattare farmacologicamente, ma come un individuo facente parte di una comunità familiare e multi – familiare, che deve solo cambiare il suo stile di vita nei confronti dell’alcool per potersi godere la vita come meglio crede.
Sono stato in Veneto in una struttura hudoliniana con assoluta politica delle “porte aperte” e ho ottenuto risultati sorprendenti. La mia vita stava ricominciando lontano da alcool e psichiatria.
Ma quel maledetto giorno di dicembre, ormai lontano nel tempo e nel ricordo, mi presenta il conto: mentre ero seduto sul divano a guardare la tv, l’amica che mi stava ospitando a casa mi porge un’ordinanza di Tso firmata poche ore prima. La mia colpa? Aver avuto una cosiddetta ricaduta (cioé aver assunto alcool dopo molti mesi d’astinenza) e, sempre ingenuamente, averlo comunicato al mio medico del Ser.T, di cui avevo profonda stima e affetto. Non ho mai compiuto un singolo atto violento in vita mia, neanche sotto l’effetto dell’alcool, la mia unica colpa come detto è stata quella di accettare passivamente che la “gabbia psichiatrica” calasse su di me, perché così pensavo di far stare sereni i miei familiari.
Ma questa volta ho detto no, non potevano farmi questo proprio nel momento in cui stavo riacquisendo serenità e la mia vita stava ricominciando. Una settimana recluso in reparto, per un dispetto di una psichiatra, mi avrebbe lasciato una ferita troppo grande da rimarginare.
Non ho aperto alle forze dell’ordine, ho cercato di contattare un legale, ma invano. Dopo tre ore di vero e proprio assedio, la polizia in tenuta anti – sommossa è riuscita a entrare nel privato della mia casa, devastando tutto il mio piccolo mondo. Sono stato portato via ammanettato dietro la schiena da una decina di energumeni, come il peggiore degli assassini. Tutto il quartiere e numerosi giornalisti lì fermi ad assistere a questa scena surreale.
La vicenda per sommi capi la trovate qui:

http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/05/25/news/parla-dopo-la-fuga-da-psichiatria-torno-e-denuncio-i-soprusi-1.9289372

Una volta rinchiuso in reparto, come da prassi, sono stato pesantemente sedato per via endovenosa e messo a tacere. Ma la mattina dopo ho avuto uno dei pochi colpi di fortuna che mi sono capitati nella vita: l’ago della flebo con cui mi stavano sedando era fuoriscito durante la notte e potevo così riacquisire lucidità e forza per camminare. All’ora del vitto mi sono diretto verso la porta che dà sul retro dove ci sono gli uffici medici e quindi a una porta antipanico che significa libertà. Come ribadito non sono mai stato un violento ma nei calci a piedi scalzi che ho dato a quella porta c’era la forza di tutte le persone che hanno subito un abuso simile e non lo hanno mai potuto denunciare. Al terzo calcio, con un frastuono che ha fatto tremare tutto il reparto, e la coscienza di chi aveva potuto permettere un tale abuso, la porta si è spalancata. Ho avuto l’istinto di scappare di corsa, ma me ne sono andato camminando, a testa alta, perché io non mi sentivo colpevole di niente.
Ho passato dei giorni tremendi, nascondendomi di giorno e andando in cerca di acqua e cibo la notte, i quotidiani locali dicevano che “era ricercato da tutte le forze dell’ordine il ragazzo in fuga che si era barricato in casa”. Ma presto gli amici e i parenti che mi conoscono per quello che sono, un ragazzo buono che ha avuto un sacco di avversità nella vita ma senza mai cagionare danno a nessuno, mi hanno contattato, il mio nome è comparso sul giornale. Non mi sentivo più solo. Mi ha chiamato il Collettivo Antipschiatrico Artaud. No, non ero affatto solo. Mi è stata espressa una solidarietà che mi ha commosso e mi ha dato la forza di portare avanti una battaglia. Non una semplice rivalsa personale ma una lotta per i diritti di tutti, costituzionalmente sanciti.
E’ stata messa su una raccolta fondi che mi ha permesso di rivolgermi a dei legali a cui la mia vicenda ha creato “una notevole crescita sia sul piano professionale che su quello umano”. L’opposizione, come prevede la normativa, all’ordinanza di Tso è stata depositata, ed ora ho piena fiducia nella giustizia. E questo è solo l’inizio.
Il sistema psichiatrico è una cosa talmente più grande di me che se ci rifletto su mi sembra una lotta contro i mulini a vento. Ma adesso sento il dovere di andare fino in fondo, fosse l’ultima cosa che faccio, perché opporsi al trattamento sanitario obbligatorio si può e si deve.

LA STORIA DI MALIKA

  • October 11, 2011 11:44 am

Questa è la storia di una giovane donna marocchina (all’epoca dei fatti incinta di 6 mesi) che nel 2004 ha subito un TSO, durante uno sfratto, con potenti antipsicotici.
Malika, e soprattutto sua figlia che oggi ha 6 anni, stanno ancora pagando le conseguenze di quei tragici fatti; infatti la bambina soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza.

Sotto un articolo che spiega i fatti della vicenda, in particolare le cose avvenute nel 2004 quando le fu fatto il TSO-sfratto; dopo due anni è stata processata per calunnia e poi prosciolta.
Negli anni successivi c’è stato un susseguirsi di ‘errori giudiziari’ volti ad archiviare il caso e una serie di tentativi di copertura anche da parte dei servizi sanitari perfino con cartelle cliniche contraffatte.

movimento di lotta per la casa- Firenze
collettivo antipsichiatrico a.artaud- Pisa

LA STORIA DI MALIKA

Questa è la storia di una giovane donna, incinta di sei mesi, mamma di una bimba di 10 anni, di origine marocchina e cittadina italiana da quindici anni. Trovandosi in difficoltà a pagare 1200 euro di affitto al mese, si rivolge ai servizi sociali per avere un aiuto economico. L’assistente sociale, anziché proporre una soluzione abitativa, le fissa un appuntamento con lo psichiatra. Siamo a febbraio del 2004.
Intanto il tempo passa senza che la situazione cambi. Il giorno dello sfratto, fissato per il 3 dicembre, nonostante l’ufficiale giudiziario avanzi l’ipotesi di rinviare il provvedimento di un mese, l’assistente sociale insiste per una soluzione inadeguata e crudele: il ricovero coatto in psichiatria!
Quindi arriva un’ambulanza e, nonostante la donna mostri un certificato medico che le prescrive riposo per il rischio di aborto, viene bloccata in un angolo da cinque uomini, gettata sul letto e, tenuta ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla. Si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici (antipsicotci), Largactil e Farganesse, quest’ultimo è un antistaminico che amplifica e potenzia l’effetto degli antipsicotici, con il risultato di una sedazione immediata. Questi farmaci, che provocano in genere gravi conseguenze, possono avere, come sottolineato anche dal Ministero della Salute, “effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza. E’ importante tenere sempre presente questo aspetto prima di effettuare una prescrizione in una donna in età fertile. Questi farmaci possono alterare la crescita e lo sviluppo funzionale del feto, o avere effetti tossici sui tessuti fetali”(fonte OMS).
Subito dopo, con una diagnosi di “agitazione psicomotoria dovuta allo sfratto”(oltre al danno la beffa!), la donna viene ricoverata nel reparto di psichiatria a S. M. Nuova con una proposta di T.S.O. In realtà il medico e gli infermieri dell’ambulanza, oltre a tutti i presenti, complici del violento sfratto, hanno messo in pratica un vero e proprio sequestro di persona! Non si può parlare di trattamento sanitario obbligatorio infatti perché: non c’è stata una visita psichiatrica, non é stato convalidato il T.S.O. da un secondo medico del servizio pubblico, come d’obbligo di legge, quindi mancava ovviamente anche il provvedimento del Sindaco e la conseguente notifica. Come se tutto questo non bastasse, la persona non è stata informata né su quali psicofarmaci le hanno forzatamente iniettato, né sulla struttura di ricovero.
Al risveglio, diverse ore dopo, lo psichiatra di turno in reparto non le comunica il regime di ricovero e, mentendo, dice che deve rimanere lì per sette giorni come se fosse in T.S.O., compiendo così un abuso in atti d’ufficio. Dopo tre giorni di reclusione, le conseguenze dei maltrattamenti subiti le provocano una minaccia d’aborto: passerà dodici giorni in ginecologia a Torregalli.

Purtroppo Malika subisce ancor oggi le conseguenze di quei tragici fatti, e soprattutto sua figlia, che oggi ha 6 anni, e che soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa (la perizia è del dott. Montinari) alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza.

Nel 2004 fu aperto un primo procedimento per “violenza privata”, e nel 2006 un secondo procedimento per “lesioni personali in concorso di reato”.
Oggi i due procedimenti sono stati riaperti, dopo numerose richieste di archiviazione da parte del giudice, che non ha mai chiesto di approfondire i fatti, dopo innumerevoli e inspiegabili errori di notifica delle richieste di archiviazione (si tenga conto che per fare richiesta di opposizione all’archiviazione ci sono solo 10 giorni), avvocati che non hanno mai richiesto le cartelle cliniche attestanti una visita psichiatrica (che, lo ricordiamo, non è mai stata fatta a Malika prima dello sfratto/TSO), cartelle cliniche contraffatte, con date sbagliate ecc. Se non siamo un popolo di incompetenti sorge il dubbio che questo caso si voglia insabbiare.
Ci sono in gioco poteri ben più forti dei diritti di una immigrata e di sua figlia. Servizi sociali, medici, industrie del farmaco, non si sa chi difende chi, ma Malika e sua figlia sono state lasciate sole da tutti.

la morte di roberto melino. giugno 07

  • July 22, 2009 9:45 am

a distanza di 2 anni dalla morte di Roberto Melino
avvenuta, nel giugno del 2007,nel reparto di psichiatria
dell’ospedale S.Giuseppe di Empoli
pubblichiamo una toccante testimonianza
di chi ha vissuto con lui il dramma
dell’internamento.

collettivo antipsichiatrico antonin artaud-pisa
www.artaudpisa.noblogs.org

                                      La morte di Roberto Melino.

13 giugno 2007. Reparto psichiatrico dell’ospedale di Empoli.

Si chiamava Roberto Melino. Ricordo che era giovane, simpatico e incazzato. Di una gentilezza squisita. Occhiali da vista, sovrappeso, più che parlare sussurrava, a volte era difficile capirlo, soprattutto quando il trattamento riservatogli era particolarmente pesante. Difficilmente terminava una frase senza interrompersi per ansimare. Nelle sue parole c’era lucidità assoluta, aveva lavorato per una cooperativa di servizi e sosteneva di avere subito ingiustizie dal direttore. Quantunque potesse avere avuto ragione, e questo non lo so, chi mai avrebbe ascoltato le sue parole? Quale forma di rivendicazione può  risultare credibile quando viene da un internato nel reparto psichiatrico di un ospedale?
Siamo diventati amici, anch’io gli parlavo delle ingiustizie subite. Due matti che solidarizzano su tematiche politiche e sociali. Naturalmente innocui, resi ancora più informi dai farmaci che ci somministravano. La sua inquietudine ammansita dalla gentilezza degli infermieri, ma soprattutto dalle bombe bioniche che lo demolivano. Non so quale sostanza periodicamente gli somministrassero, so che quando rientrava nella stanza in cui si fumava non era più lui. La sua vivacità era scomparsa e con lei la rabbia che lo contraddistingueva. Abulico, apatico, non parlava, non rispondeva.
Rimaneva greve nell’aria il suo respiro sempre più affannoso.
Ma non si rendevano conto di sparare ad un uccellino con un bazzoka?
Mi regalò un orologio, non li ho mai portati, per compiacerlo lo misi al polso.
Una sera, in un impeto di rabbia lo gettai. Fu un gesto di cui mi sarei pentito: quell’oggetto mi sarebbe stato un suo caro ricordo.
La sera quando si coricava, a quanto capii, doveva assumere una posizione particolare che ne facilitasse il respiro. Quando ci salutammo l’ultima volta fu come sempre in maniera cordiale.
– A domani -. Ma per lui non ci sarebbe stato un domani.
La mattina dopo morì.
Ci fecero stare seduti mentre davanti a noi l’agitazione saliva.
I volti degli infermieri non riuscivano a non tradire la tensione, il via vai nella sua stanza diveniva sempre più frenetico, passò un’ora, forse due, non riesco a determinare il tempo.
Inutili tentativi di rianimazione, noi seduti ed attoniti, noi innocenti spettatori di uno spettacolo che non doveva accadere. Con la certezza della morte lo spettacolo finì.
Il suo respiro, quel respiro che anche nelle ore di veglia a volte assomigliava ad un rantolo, si era fermato.

Il pianto della madre lacera l’aria del reparto, è struggente, verrebbe voglia di buttarla fuori.
Sono sconvolto: l’avevo salutato la sera precedente, avevamo parlato, lo consideravo un amico.
Non voglio più stare lì dentro, voglio uscire, mi concedono di farlo con un amico con cui pranzo.
Non è una concessione che viene fatta facilmente, ma nell’eccezionalità del momento uno zuccherino al matto si può dare.
 
Ai miei occhi era un ragazzo sensibile. Forse agli occhi di qualcun altro non era che un ammasso di cellule mal distribuite, con dei neuroni che scorazzavano in territori non ortodossi.
Le domande rimangono sospese.
Perché, viste le sue difficoltà di respirazione non è stato trasferito in un altro reparto?
Sarà stata compatibile la terapia farmacologica con le sue difficoltà respiratorie?
Saranno stati eseguiti preventivamente degli esami per verificarne la compatibilità?
Saranno reperibili questi esami?
Dai referti dell’autopsia potranno venire alla luce delle certezze?
Come è possibile che io, che ero fuori di testa, riesca a fare una ricostruzione così lucida dei fatti e gli operatori a suo tempo non si siano accorti di ciò che stava accadendo?
La mia è una testimonianza opinabile, mi sono limitato ad esporre ciò che ho visto e che ho sentito, non ho prove che suffraghino ciò che poi, in realtà, mi viene da pensare.
Volendo si possono ascoltare le testimonianze degli altri pazienti rinchiusi in quei giorni che non potranno che confermare le sue gravi difficoltà respiratorie.
Certo, anche loro sono matti come me, ma perché la loro parola dovrebbe valere meno di quella di uno psichiatra?
Anche gli psichiatri sono esseri umani, tutti sbagliano, magari con Roberto hanno commesso qualche errore. Non si può affermare né negare.
Certo, non è piacevole il brivido di inquietudine che avverto quando ripenso a questa maledetta storia. Chiedo solo verità, verità oggettiva per un ragazzo di 24 anni che ho visto morire sotto ai miei occhi. Ma vivendo in questo paese una domanda sorge spontanea:
prevarrà la volontà politica di non approfondire?
Per me c’è solo una verità, mia, personale, che può essere non condivisibile.
Roberto non doveva morire.

Mardollo Gianluca
vivodamorire