storie

raccolta di testimonianze e racconti sugli abusi della psichiatria

RACCONTO DI UNA ESPERIENZA CON LA PSICHIATRIA

  • May 5, 2016 6:16 pm

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto di una reale esperienza con la  psichiatria.

 

È difficile rendersi conto che stai subendo un t.s.o.? di solito la pratica inizia con un punturone di sedativo, le parole stentano e ti accorgi di essere stato ricoverato e catturato al reparto, dove è quasi inevitabile la contenzione fisica. Arrivano guardie, 118, vigili e esercito. Al di là dell’atto infamante del TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO vorrei sottolineare che un ricovero psichiatrico anche in T.S.V. (Trattamento Sanitario Volontario n.d.r.) è in ogni caso una lunga agonia e la complicità dell’infermiere arriva addirittura alle contenzioni anche senza t.s.o. ; cioè sarai per quei giorni in balia delle decisioni di 4 loschi individui, che sfogano le loro tensioni aggressive sul paziente.

Io ne ho subiti una quarantina e fino all’arrivo in SPDC ricordo lucidamente cosa stava accadendo, dopo il trattamento un buio assoluto che si trascina per alcuni giorni. Ho imparato dopo queste lunghe esperienze che ribellarsi è inutile, aggrava soltanto la tua condizione. Informarsi della terapia, chiedere delle proprie condizioni, significa essere “fastidiosi” ed aumenta il pericolo della gravità della malattia.

Mi dispiace affermarlo, ma prima sei sottomesso e prima finirà il calvario.

Mi hanno fatto t.s.o. per motivi più variegati, ma se devo essere obiettivo, non ci sono mai state le condizioni di legge per essere in t.s.o. 

È stata sempre una prevaricazione del mio essere individuo, un atto prepotente e violento, dove l’unica finalità è essere cavia dell’istituzione psichiatrica e dei suoi metodi. Nei primi ricoveri ero realmente aggressivo, contro ogni persona che si avvicinasse a letto, ma lentamente ho lasciato la mia rivolta per seguire una strada di mediazione: le contenzioni segnano. Più sei contrario alle cure e rifiuti il reparto, più la violenza di quegli esseri dal camice bianco si sfoga su te stesso, arrivando a pratiche fuori dal comune, dalla camicia di forza ad una serie di shock punitivi.

Ricordo una sera per condizioni di abuso di LSD ho iniziato a pescare dal sesto piano; in 20 minuti sono arrivate tutte le divise che si possano immaginare.

Preso, ricoverato e legato con flebo in endovena per 20 giorni. Con il sadico che si accaniva sul mio corpo, arrivando addirittura ad un catetere di fil di ferro. Ogni pisciata era un urlo munchiano. Un’altra volta ho chiuso mia madre fuori casa, è arrivata il 118 e i pompieri hanno aperto casa. Il medico senza accertare le mie condizioni psicofisiche, è arrivato ad affermare che io volevo uccidere mia madre e con una facilità estrema mi considerò socialmente pericoloso; acchiappato, imbavagliato e dopo… un ricovero in lunga degenza che durò 5 mesi sempre conteso, dove le mie condizioni fisiche si aggravarono a tal punto di chiedere in extremis un ricovero allo Spallanzani (Ospedale di Roma n.d.r.), con transaminasi che arrivarono a livelli impressionanti. Non esiste più la tua possibilità di scegliere e alcune volte ti trovi in una clinica senza che nessuna legge sia rispettata. Ed è facile, quasi automatico, che dopo un t.s.o. devi inevitabilmente prendere la terapia al DSM, ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio n.d.r.) per alcuni mesi. Fino a quando una psichiatra non deciderà di lasciarti più o meno libertà sugli psicofarmaci, e se sei scaltro, fortunato e consapevole dei danni che le medicine provocano, desidererai scalare quella terapia da cavallo.

 

Non riesco a capire l’associazione di farmaci che hanno come unica finalità di sedarti, più dormi e più sarai giudicato prossimo alle dimissioni. È da considerare fondamentale il ruolo di familiari che spesso diventano il tramite delle tue decisioni: dall’approvazione dell’elettroshock al trasferimento in uno di questi manicomi mascherati. È tutto contro legge. Ricordo che una sera, nel mio covo, la lavanderia delle case popolari, ho cucinato alla brace il pesce spada, gli inquilini chiamarono il 113 dicendo che stavo incendiando il palazzo e senza verificare che in realtà stavo cucinando, venni scortato al Sandro Pertini, dove le condizioni di vivibilità sono deprimenti. Di questo ricovero non ricordo altro. Un altro t.s.o. è stato al San Filippo Neri, motivando il trattamento per abbigliamento bizzarro, sono stato sveglio per due notti perché appena prendevi sonno arrivava un punturone. In T.s.o. a Rieti cambiava terapia giornalmente senza alcun tipo di coerenza, dal clopixol al nepolex, ma se senza coerenza medica. Allora mi domando. Domare la tua ribellione significa essere malati di mente? Arriveranno ad affermare che i tuoi geni sono malati? Mi diedero 7 abilify, sono fortunato di essere ancora vivo, ho amici che durante un t.s.o. hanno perso la vita.

Ricorderei Luigi Marinelli che messe le manette gli è stato spappolato il fegato e morì di colpo.

Effetti collaterali annessi, perdita di istinto alla sopravvivenza, annientamento dei propri impulsi sessuali, tremori infiniti, ecco cos’è la loro scienza; un mare di paroloni presuntuosi e sentenziosi.

 

Contro la pratica del t.s.o. organizzare resistenze, ipotizzare sempre il peggio per essere pronti ad avere un minimo di attendibilità nella pianificazione di qualunque risposta. Essere in tanti per difendere ciò che è rimasto di te e della tua sensibilità, del tuo mondo affettivo, distrutto quasi annientato. Sembrerà fantascientifico, ma più persone sono al corrente del t.s.o. più le possibilità di essere liberato aumentano, è come se i visitatori prendessero il ruolo di testimoni scomodi; in questo denso mare inquinato di petrolio apriamo uno spiraglio di luce.

In t.s.o. mi piace scappare, lunghe derive mentali per approdare in altre regioni dove non sei più perseguibile – mi legarono più per le fughe che per la violenza – ero evasione – prendo un caffè chiedo 10 euro a una paziente e sono fuori da questo inceppo. Innocuo, addomesticato, docile, ecco come vorrebbero. Mi sgarbo la barba con il sangue per non farmi toccare e poi mi do via sull’autostrada. Com’è bello fuggire davanti a un ricovero, ti senti soddisfatto, quasi vincitore, non c’è più il carrello dei medicinali. Ecco fatto, sono di nuovo libero, ma in balia della strada non dell’infermiere. E poi se esci positivo alle droghe sono cazzi tuoi. La clinica non te la leva nessuno. Un periodo di risanamento. Dopo comunità di doppia diagnosi, lager mascherati. Che bella soddisfazione slegarsele, levarsele, strapparsele.

Il delirio destabilizza, vince l’organizzazione statale, va annientato non promulgato, se poi è strutturato sei schizofrenico, allora sta 180 ma che è? Me lo sono chiesto molte volte. Ogni t.s.o. mi sono chiesto che è sta legge, la legge è legge mi sono risposto, e per ciò definiamo concetti per superare anche sto Basaglia. I “basagliani” sono i peggio, è meglio uno psichiatra fascio, almeno sai cosa hai davanti. La psichiatria democratica è qualcosa per ripulirsi le coscienze di tutti gli A.S.O. perpetuati al DSM, luogo di soppressione. Il dialogo? Devi essere incisivo, forte e determinato, altrimenti le tue ragioni cadono nella terapia intramuscolo. Quali risposte dare alla loro aggressività? Giulia, Marco, Luigi, vivete di nuovo vi prego, voglio stare con voi fino all’ultima iniezione di haldol. Una volta una responsabile del DSM, un pezzo grosso, affermò: ziprex, aldol, risperdal, è tutto uguale. Pensiamo a questa scienza di speculazione, rispondiamo con la prassi, che è azione rivoluzionaria. I t.s.o. più deleteri non ve li racconto, fanno parte del mio intimo segreto. Mi vergogno.

Scusate ma io devo dire pure questo, una volta durante un T.S.O. ho telefonato al telefono viola di Roma. Mi hanno risposto “prenda un appuntamento”. Io ce l’ho con tutti in questo argomento. Ce l’ho con P. Perché la pensione di irreversibilità me la vuole levare, ce l’ho con tutti questi comitati che mi levano la casa popolare e poi c’è la casa famiglia, se c’hai le spinte giuste.

LA VILLA DEI SORRISI

  • September 17, 2015 9:16 pm

riceviamo e , su richiesta dell’autore, volentieri pubblichiamo un racconto autobiografico sulla sua esperienza con l’elettroshock.

La villa dei sorrisi
Via delle Immacolatine 28, questo indirizzo non l’ho più dimenticato. Nel 1983 conseguii la maturità classica. Quasi tutti i compagni di classe ottennero il massimo, i più avevano il merito di essere figli di professionisti molto influenti e di essere bene raccomandati. I miei mi vollero raccomandare con l’insegnante di matematica e io accettai anche se ero poco convinto del suo intervento a mio favore. Era molto brutta e un po’ nevrotica, la imitavo per fare ridere i compagni e per sfogare la mia insofferenza per la scuola. Da come mi guardava ero sicuro che lei sapeva della presa in giro. Accettai la spintarella malgrado lo scetticismo e nonostante fossi molto idealista. Avevo fatto un mare di assenze e a casa avevo studiato poco, anzi per niente, temevo di non superare l’esame. Leggevo di tutto tranne i libri di scuola. Conoscevo Claude Levi Strauss, Freud, Lacan, De Saussure, Roman Jakobson e tanti altri studiosi. Mi piaceva molto lo strutturalismo anche se mi fu a lungo d’ostacolo sul piano dell’azione in quanto nega la libertà dell’individuo. All’università diedi per prima una materia complementare, sociologia delle comunicazioni. Quando sostenni l’esame portai dei libri di etnologia che non erano richiesti, il professore mi chiese perché lo avessi fatto e io mi trovai in difficoltà, una studentessa rise ma presto mutò espressione. Fui congedato con il massimo e ricevetti i complimenti dell’esaminatore. Il professore Carzo mi fece domande che non erano comprese nel piano di studio e io risposi a tutte in maniera soddisfacente. La prova si trasformò in una piacevole conversazione. Alla fine, considerato che avevo con me “Il totemismo oggi”, mi chiese dove si collocano le strutture secondo Levi Strauss e io indicai con il dito il cervello. Scrisse su un foglio che avevo sostenuto l’esame con 30 e lo firmò, mi spiegò che non poteva scriverlo sul libretto se prima non avessi superato la materia fondamentale che era sociologia generale. Superai anche quest’ultima con un ottimo voto ma non andai a convalidare la precedente materia. Decisi di non proseguire dopo che fui bocciato in filosofia della politica. Avrei dovuto parlare di un libro che non mi piaceva e di un secondo che avevo solo sfogliato. Il primo trattava del potere in una forma troppo astratta sulla falsariga della moda strutturalista. Ad esempio: “il potere tende al suo mantenimento e alla sua riproduzione”. Scrissi una critica ma non potei parlarne con l’autore del libro, titolare della cattedra, che era una persona molto cordiale e comprensiva. Egli portò con se in un’altra stanza i primi tre studenti per interrogarli e lasciò il quarto che ero io nelle mani degli assistenti che mi respinsero. Fu la prima bocciatura e mi pesò molto, a scuola non ero mai stato bocciato, né rimandato. Un’altra ragione che mi fece rinunciare agli studi universitari fu l’incontro con la madre di un mio ex compagno di scuola che non riusciva a dare nessuna materia all’università. Seppe che io in poco tempo ne avevo date due e si complimentò falsamente con me. Il marito era medico, aveva inculcato ai figli fin da bambini quello che avrebbero dovuto fare da grandi. Il più grande avrebbe dovuto proseguire la sua professione, l’altro, il mio compagno, sarebbe dovuto diventare giudice come lo zio. Il pensiero dell’ambizione, il rigetto dei valori borghesi, il rifiuto della burocrazia universitaria che si sostanziava nella mia difficoltà di aggettivare il rettore come magnifico quando dovevo compilare i moduli, mi indussero ad abbandonare la facoltà di scienze politiche di Messina. Ero innamorato di una ragazza che abitava al piano di sopra. Era molto bella e veniva spesso con la madre a casa mia. Passavamo molto tempo insieme, parlavamo, guardavamo la televisione abbracciati o giravamo in moto. Non le avevo mai confessato il mio amore perché ero convinto di non piacerle. Ero molto geloso, ogni tanto aveva dei fidanzati e questo mi indispettiva, al punto che una volta la trattai male e la offesi senza che avesse alcuna colpa. Lei pianse a dirotto, mi porto ancora dentro il rimorso. A distanza di molti anni ci rivedemmo e le confessai che ero stato innamorato di lei, mi rivelò che anche lei mi aveva amato. Un altro episodio di cui porto ancora il peso è quando mi vergognai per un istante di mio padre che zoppicava a causa di un ictus. Mentre camminavo con lui affrettai il passo, mio padre se ne accorse e sorrise dolcemente. Essendo un po’ robusto, decisi di dimagrire e lo feci di testa mia, diminuii il cibo fino a eliminarlo del tutto, mi disgustava. Dormivo pochissimo ed ero euforico. Trascorsi diversi giorni di insonnia, mi accorsi che stavo per crollare e che quella notte avrei dovuto riposare. Rinunciai stupidamente per aiutare un caro amico a incollare i manifesti elettorali del padre, una persona molto mediocre come la quasi totalità dei politici italiani dal 1861 a oggi. Persi la ragione e qualche giorno dopo mi ritrovarono sdraiato su una panchina nei pressi della stazione, ero quasi uno scheletro, molto agitato e logorroico. All’ospedale di Reggio Calabria mi dimisero senza curarmi. Mia madre, su consiglio del medico di famiglia, mi fece ricoverare a Roma nella clinica Villa dei sorrisi in via delle Immacolatine 28. Lì mi legarono al letto di contenzione per due o tre giorni e mi fecero delle flebo mettendomi un po’ in sesto. Mi trovavo al piano basso della clinica dove erano i malati più gravi. Insieme a me si ricoverò mio padre per curare l’ictus e dei disturbi di cui aveva sempre sofferto senza rendersi conto. Non l’avevo mai visto così sereno, la sua vicinanza mi confortò molto. Il giorno uscivamo insieme nel cortile alberato e sedevamo su una panchina. C’erano pazienti che gridavano e si lamentavano, altri erano silenziosi, avevano gli occhi persi nel vuoto e i movimenti rallentati, ma io ero felice di essere accanto a mio padre e conservo preziosamente il ricordo di quei momenti che precedettero di pochi mesi la sua scomparsa. Il primario proprietario della clinica mi visitò e diagnosticò che l’anoressia era stata causata da una depressione atipica. Dopo qualche giorno fu ricoverata al mio posto una bella ragazza, gridava come un’ossessa, chiedeva di essere liberata dalle cinghie, voleva andarsene. Chiesi a un infermiere cosa avesse, mi rispose che era drogata. Restammo soli per qualche minuto prima di darci il cambio e mi disse di baciarla. Le chiesi ingenuamente dove. “Dove vuoi”, mi rispose. Mi chinai sul letto e la baciai sulle labbra. Mi trasferirono ai piani superiori, intanto mio padre venne dimesso. Il pomeriggio, fino a sera, ci si riuniva in un salone al piano terra dove c’era un juke box. La canzone che preferivo era “Smoke gets in your eyes” di Celentano, esprimeva bene la tristezza che mi pervadeva. Rividi la ragazza che avevo baciata, ma non sembrava affatto interessata a me. La sera dopo si avvicinarono lei e una sua amica che era più socievole. L’amica mi chiese se mi piaceva il caffè, e se, considerato il buon trattamento che mi riservava il primario, avessi potuto chiedere in direzione l’autorizzazione per fare portare dei caffè dal bar vicino. Io intuì dal suo imbarazzo che più che al caffè era interessata alle bustine di zucchero quindi rifiutai. Dopo qualche insistenza desistette e si rivolse a un anziano parente di un ricoverato che la accontentò con gentilezza. Arrivò nel salone il cameriere, le due presero i caffè con le bustine e corsero in bagno. Rientrarono nel salone ridendo senza riuscire a smettere. L’anziano signore si arrabbiò molto, gridò loro che lo avrebbe riferito al professore, che lo avevano ingannato e messo a rischio, capì anche che si erano rivolte prima a me e che non avevo dato loro retta. Assistetti in silenzio alla scena soddisfatto per il mio intuito. Al mattino mi annunciarono che mi avrebbero sottoposto alla “cura”. Sentii dal corridoio il rumore di un carrello. Poco dopo entrò l’anestesista in compagnia di due infermieri. Mi legò al braccio il laccio emostatico, riempì la siringa e mi iniettò l’anestetico. Mi svegliai un po’ confuso, mi accorsi che sulla fronte avevo una piccola ferita e alcuni capelli bruciacchiati. Pensai subito all’elettroshock, quel trattamento che la mia enciclopedia definiva crudele e inumano, ma per paura non chiesi di cosa si trattava. Ebbi la conferma da un paziente, a mia volta rivelai ad altri pazienti in che cosa consisteva la cura. Un giovane si agitò molto quando apprese la notizia e protestò ad alta voce nel corridoio. Fui rimproverato e invitato a non pronunciare la parola elettroshock. Malgrado odiassi sottopormi a questa pratica, ogni quindici giorni prendevo il treno per Roma. Avevo paura che se mi fossi rifiutato mia madre sarebbe ricorsa al ricovero coatto in quanto nutriva molta fiducia in quella clinica. Viaggiavo di notte e al mattino mi affrettavo a prendere il taxi alla stazione per arrivare puntuale. Una volta un tassista, per speculare, finse di non trovare la strada, si lagnava per un mutuo che doveva pagare. Arrivai tardissimo e mi dissero che non potevano sottopormi al trattamento, poi riuscirono ad eseguirlo. Quando sentivo il rumore del carrello che si avvicinava avevo paura, pensavo al mio corpo esanime che sarebbe stato prelevato dal letto come un sacco di patate e trasportato in una stanza che non conoscevo. Mi chiedevo se mi fossi svegliato in quella stanza mentre avevo gli elettrodi sulle tempie o se non mi fossi più svegliato come era successo un mattino molto concitato a un paziente. Un giorno decisi di disobbedire e di interrompere la cura. Mia madre, con l’aiuto di mio fratello, mi costrinse a partire. A Roma mi rifiutai di scendere dal treno e mio fratello chiamò la polizia ferroviaria. Io lo seppi dopo, non ricordo quasi nulla di quell’episodio. L’elettroshock ti fa scordare tutto, dimentichi le cose brutte, ma anche quelle belle. Ho fatto fatica a riprendere i miei studi e a lavorare. Il pensiero che ogni quindici giorni avrei dovuto affrontare quella Via Crucis era molto deprimente. Dopo tre anni anni di calvario trovai il coraggio di dire al primario che mi ero stancato e lui mi rispose che sicuramente ero guarito, perché mi considerava molto intelligente e capace di stabilire se avevo bisogno o meno del trattamento, supponeva che non mi ero lamentato prima perché mi rendevo conto di averne necessità. Avevo voglia di dirgli che era un idiota. Quando seppe che ero stato assunto in ferrovia, durante le visite mattutine, entrava in stanza e mi chiedeva: “Come sta il nostro ferroviere?” e imitava il fischio del treno. Quella scena mi dava molto fastidio, la sentivo poco rispettosa. Ho capito così che bisogna entrare in punta di piedi nella stanza di una persona che soffre. Le ultime volte che mi trovai in clinica, accanto al primario c’era il figlio, che era circa della mia stessa età, e una dottoressa. Diedi al giovane luminare del tu, un po’ per il gusto della provocazione, un po’ per saggiare come erano fatti, anche se non mi facevo illusioni. Si guardarono imbarazzati e scandalizzati, borbottarono qualcosa. La volta successiva lo chiamai professore e lui disse: “Così va meglio”.
Giuseppe Gangemi

da Marcelllo Riva: “SE NON CONOSCI LA MIA STORIA NON GIUDICARE LA MIA VITA”

  • April 15, 2015 11:32 am

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO LA STORIA di MARCELLO.

sotto trovate una breve premessa e l’allegato con la sua storia.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

 

da e di MARCELLO RIVA

” SE NON CONOSCI LA MIA STORIA NON GIUDICARE LA MIA VITA “

Questa è la mia storia o parte dì essa: certamente quella che più mi ha segnato, quella che più cicatrici nell’anima mi ha lasciato.
Partecipando alla manifestazione tenutasi a Reggio Emilia il 28 aprile 2015 contro gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e, “cercando” di rimanere “nell’ombra” a tratti piangendo sotto gli occhiali sperando di non essere notato neppure dagli “addetti ai lavori”, mi sono accorto di ciò da cui eravamo circondati, cioé dalla paura, dall’indifferenza del pregiudizio da cui tanto mi son tenuto nascosto in questi ultimi anni: molte volte tante persone mi hanno chiesto di portarla alla luce come esempio.
Ma dove trovavo il coraggio quando alcune affermando di combattere stigma e pregiudizio ne avevano nei miei stessi confronti?
Mi accorsi che vi sono UOMINI e DONNE che non hanno paura di metterci la faccia e di aprirsi addirittura con entusiasmo e ironia come Sabatino Catapano, autore del libro IL SOPRAVVISSUTO che mi riprometto di leggere appena possibile perché tale mi considero a differenza di quegli UOMINI e quelle DONNE che nel SADISMO nell’INDIFFERENZA ci sono MORTI mi impegno da ora a non più nascondermi iniziando ad uscire allo scoperto con la sola speranza che l’esperienza da me vissuta possa aiutare anche una sola persona, possa aprire anche un solo cuore.

L’EVASIONE DI SAN VALENTINO


Un pensiero vá allo scomparso
*Compagno Roma (Raffaele).


*Un abbraccio va a:

Giorgio Pompa (ora Associazione dalle Ande agli Appennini).
*A Loly per la sua presenza e protezione.
Membri dell’ex Telefono Viola di Milano. Anche quí con la speranza che qualcuno possa raccoglierne l’eredità e abbia le forze di riaprirlo.

Ultimi ma non ultimi tutti/e i componenti di:

*Rete Antipsichiatrica;
*Collettivo Rapa Viola Milano;
*Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, autori del libro ELETTROSHOCK;
*Collettivo Universitario Bicocca;
*a chiunque si trovi in difficoltà e a chi si batte contro questa forma di tortura chiamata psichiatria.

Marcello Riva.

Comunicato su un TSO subito di recente…

  • February 25, 2015 8:36 pm

riceviamo e  pubblichiamo, su richiesta dell’autore, il suo comunicato su un Trattamento Sanitario Obbligatorio subito di recente in un reparto di psichiatria.
Comunicato – Il giorno 17 u.s., mentre curavo il mio limone, sono entrate tante persone
dentro casa mia senza che io le avessi chiamate e senza che io aprissi loro la porta.
Ho detto cosa stavo facendo, ma loro, senza voler sentire ragioni, mi hanno fatto due punture
e portato via in trattamento sanitario obbligatorio. Ci sono state parecchie altre punture fattemi,
e una di questa mentre, calmo, ero legato al letto. Stamattina mi hanno dimesso (il 23/02/15 ndr),
e tutto il tempo trascorso in psichiatria, ho parlato sempre per come mi hanno visto e sentito le persone che per telefono e/o di persona hanno dialogato armonicamente e in concordia con me. Reciprocità assoluta.

Chiedo a voi Signore e a voi Signori di denunciare in ogni dove questo orrore.
Io sto bene. Grazie. A presto. Cordialmente. Buona serata –

Dottor Natale Adornetto, Psicologo libero professionista.

OPPORSI AL TSO SI PUO’ E SI DEVE !

  • June 4, 2014 12:56 pm

riceviamo e volentieri pubblichiamo, su richiesta dell’autore,
il suo racconto dell’esperienza vissuta in un reparto di psichiatria.

OPPORSI AL TRATTATAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO SI PUO’ E SI DEVE
di Valerio Citi

La mia disavventura con la psichiatria comincia un maledetto giorno di dicembre del 2013 quando, su forte insistenza di un parente che lavora presso la struttura ospedaliera della mia città e ha molta confidenza con i medici psichiatri di reparto, mi viene praticato un Tso del tutto ingiustificato, basato solo sul mio stato di evidente ebrezza e nulla di più. Io commetto un enorme errore che mi rovinerà l’esistenza: accettare con remissione senza oppormi. Il Tso mi viene addirittura ridotto da 7 giorni, come prevede la normativa, a soli 4, perché anche gli psichiatri sanno che dopo averci dormito su una sbronza passa e quindi era del tutto assurdo continuare a tenermi con la coercizione nel reparto. Questo però crea un annoso precedente che nei mesi successivi mi costerà molto caro.
Nella vita ho avuto due grandi disgrazie: avere entrambi i genitori malati di mente (secondo chi decide i criteri di tale patologia) e di aver cercato rifugio, per le loro continue assenze per ricoveri lunghi anche anni, nell’alcool. I miei ricordi d’infanzia sono per lo più legati all’odore di “piscio e segatura” che sentivo quando mi portavano a trovarli, perché “stavano male”, in non – luoghi che a me incutevano una gran paura.
Dopo quel maledetto giorno di dicembre anche io sono finito in quei luoghi che per tanto tempo avevo cercato di dimenticare.
Sono seguiti alcuni Tsv, sempre su spinta di alcuni familiari, e quando mi sono accorto che su di me era calata una gabbia era troppo tardi. Oltre alla sindrome da dipendenza da alcol, durante l’ennesimo ricovero, mi è stata affibbiata la stessa identica diagnosi che avevano i miei genitori: “disturbo bipolare”. Nessun criterio scientifico, nessuna analisi approfondita del paziente, solo che ingenuamente quando mi veniva chiesta l’anamnesi familiare io rispondevo con sincerità. E dunque mi è stato fatto un “copia – incolla” dei miei incubi peggiori, stavo varcando quella soglia verso il buio, dalla quale nè mia madre nè mio padre sono mai tornati indietro.
La malattia mentale secondo questi medici si trasmette da genitore a figlio come le patologie genetiche, niente importa più.
Durante i miei ricoveri ho subito ed ho assistito a soprusi, umiliazioni, ricatti. Se fossi credente definirei i reparti di psichiatria qualcosa di molto simile all’inferno sulla terra.
Data la mia diagnosi sono stato trattato farmacologicamente di conseguenza: timo – regolatori (volgarmente detti “stabilizzatori dell’umore”, come se l’umore di una persona dovesse essere regolato chimicamente e non dal naturale evolversi della vita e delle esperienze personali) e ansiolitici da cui adesso sono dipendente. Alla mia ferma opposizione ad assumere Depakin (acido valproico) per i suoi devastanti effetti collaterali, che avevo già constato coi miei occhi sui miei genitori, ho subito dei ricatti psicologici e delle vassazioni che faccio fatica anche solo a raccontare.
Ho avuto la fortuna però di incontrare anche delle persone giuste, a fatica ero riuscito ad uscire da questa gabbia, riuscendo persino a farmi chiudere la cartella clinica presso i Centri di Salute Mentale sul territorio presso i quali, quando non sei recluso in reparto, ti devi presentare giornalmente come se fossi in libertà vigilita.
Mi è stato proposto il metodo Hudolin (dallo psichiatra croato Vladimir Hudolin che tanto lavorò a fianco di Basaglia e riuscì, almeno in parte, a scardinare i pregiudizi della psichiatria classica), un approccio ai problemi alcol – correlati che vede il paziente non come un malato da trattare farmacologicamente, ma come un individuo facente parte di una comunità familiare e multi – familiare, che deve solo cambiare il suo stile di vita nei confronti dell’alcool per potersi godere la vita come meglio crede.
Sono stato in Veneto in una struttura hudoliniana con assoluta politica delle “porte aperte” e ho ottenuto risultati sorprendenti. La mia vita stava ricominciando lontano da alcool e psichiatria.
Ma quel maledetto giorno di dicembre, ormai lontano nel tempo e nel ricordo, mi presenta il conto: mentre ero seduto sul divano a guardare la tv, l’amica che mi stava ospitando a casa mi porge un’ordinanza di Tso firmata poche ore prima. La mia colpa? Aver avuto una cosiddetta ricaduta (cioé aver assunto alcool dopo molti mesi d’astinenza) e, sempre ingenuamente, averlo comunicato al mio medico del Ser.T, di cui avevo profonda stima e affetto. Non ho mai compiuto un singolo atto violento in vita mia, neanche sotto l’effetto dell’alcool, la mia unica colpa come detto è stata quella di accettare passivamente che la “gabbia psichiatrica” calasse su di me, perché così pensavo di far stare sereni i miei familiari.
Ma questa volta ho detto no, non potevano farmi questo proprio nel momento in cui stavo riacquisendo serenità e la mia vita stava ricominciando. Una settimana recluso in reparto, per un dispetto di una psichiatra, mi avrebbe lasciato una ferita troppo grande da rimarginare.
Non ho aperto alle forze dell’ordine, ho cercato di contattare un legale, ma invano. Dopo tre ore di vero e proprio assedio, la polizia in tenuta anti – sommossa è riuscita a entrare nel privato della mia casa, devastando tutto il mio piccolo mondo. Sono stato portato via ammanettato dietro la schiena da una decina di energumeni, come il peggiore degli assassini. Tutto il quartiere e numerosi giornalisti lì fermi ad assistere a questa scena surreale.
La vicenda per sommi capi la trovate qui:

http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/05/25/news/parla-dopo-la-fuga-da-psichiatria-torno-e-denuncio-i-soprusi-1.9289372

Una volta rinchiuso in reparto, come da prassi, sono stato pesantemente sedato per via endovenosa e messo a tacere. Ma la mattina dopo ho avuto uno dei pochi colpi di fortuna che mi sono capitati nella vita: l’ago della flebo con cui mi stavano sedando era fuoriscito durante la notte e potevo così riacquisire lucidità e forza per camminare. All’ora del vitto mi sono diretto verso la porta che dà sul retro dove ci sono gli uffici medici e quindi a una porta antipanico che significa libertà. Come ribadito non sono mai stato un violento ma nei calci a piedi scalzi che ho dato a quella porta c’era la forza di tutte le persone che hanno subito un abuso simile e non lo hanno mai potuto denunciare. Al terzo calcio, con un frastuono che ha fatto tremare tutto il reparto, e la coscienza di chi aveva potuto permettere un tale abuso, la porta si è spalancata. Ho avuto l’istinto di scappare di corsa, ma me ne sono andato camminando, a testa alta, perché io non mi sentivo colpevole di niente.
Ho passato dei giorni tremendi, nascondendomi di giorno e andando in cerca di acqua e cibo la notte, i quotidiani locali dicevano che “era ricercato da tutte le forze dell’ordine il ragazzo in fuga che si era barricato in casa”. Ma presto gli amici e i parenti che mi conoscono per quello che sono, un ragazzo buono che ha avuto un sacco di avversità nella vita ma senza mai cagionare danno a nessuno, mi hanno contattato, il mio nome è comparso sul giornale. Non mi sentivo più solo. Mi ha chiamato il Collettivo Antipschiatrico Artaud. No, non ero affatto solo. Mi è stata espressa una solidarietà che mi ha commosso e mi ha dato la forza di portare avanti una battaglia. Non una semplice rivalsa personale ma una lotta per i diritti di tutti, costituzionalmente sanciti.
E’ stata messa su una raccolta fondi che mi ha permesso di rivolgermi a dei legali a cui la mia vicenda ha creato “una notevole crescita sia sul piano professionale che su quello umano”. L’opposizione, come prevede la normativa, all’ordinanza di Tso è stata depositata, ed ora ho piena fiducia nella giustizia. E questo è solo l’inizio.
Il sistema psichiatrico è una cosa talmente più grande di me che se ci rifletto su mi sembra una lotta contro i mulini a vento. Ma adesso sento il dovere di andare fino in fondo, fosse l’ultima cosa che faccio, perché opporsi al trattamento sanitario obbligatorio si può e si deve.

LA STORIA DI MALIKA

  • October 11, 2011 11:44 am

Questa è la storia di una giovane donna marocchina (all’epoca dei fatti incinta di 6 mesi) che nel 2004 ha subito un TSO, durante uno sfratto, con potenti antipsicotici.
Malika, e soprattutto sua figlia che oggi ha 6 anni, stanno ancora pagando le conseguenze di quei tragici fatti; infatti la bambina soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza.

Sotto un articolo che spiega i fatti della vicenda, in particolare le cose avvenute nel 2004 quando le fu fatto il TSO-sfratto; dopo due anni è stata processata per calunnia e poi prosciolta.
Negli anni successivi c’è stato un susseguirsi di ‘errori giudiziari’ volti ad archiviare il caso e una serie di tentativi di copertura anche da parte dei servizi sanitari perfino con cartelle cliniche contraffatte.

movimento di lotta per la casa- Firenze
collettivo antipsichiatrico a.artaud- Pisa

LA STORIA DI MALIKA

Questa è la storia di una giovane donna, incinta di sei mesi, mamma di una bimba di 10 anni, di origine marocchina e cittadina italiana da quindici anni. Trovandosi in difficoltà a pagare 1200 euro di affitto al mese, si rivolge ai servizi sociali per avere un aiuto economico. L’assistente sociale, anziché proporre una soluzione abitativa, le fissa un appuntamento con lo psichiatra. Siamo a febbraio del 2004.
Intanto il tempo passa senza che la situazione cambi. Il giorno dello sfratto, fissato per il 3 dicembre, nonostante l’ufficiale giudiziario avanzi l’ipotesi di rinviare il provvedimento di un mese, l’assistente sociale insiste per una soluzione inadeguata e crudele: il ricovero coatto in psichiatria!
Quindi arriva un’ambulanza e, nonostante la donna mostri un certificato medico che le prescrive riposo per il rischio di aborto, viene bloccata in un angolo da cinque uomini, gettata sul letto e, tenuta ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla. Si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici (antipsicotci), Largactil e Farganesse, quest’ultimo è un antistaminico che amplifica e potenzia l’effetto degli antipsicotici, con il risultato di una sedazione immediata. Questi farmaci, che provocano in genere gravi conseguenze, possono avere, come sottolineato anche dal Ministero della Salute, “effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza. E’ importante tenere sempre presente questo aspetto prima di effettuare una prescrizione in una donna in età fertile. Questi farmaci possono alterare la crescita e lo sviluppo funzionale del feto, o avere effetti tossici sui tessuti fetali”(fonte OMS).
Subito dopo, con una diagnosi di “agitazione psicomotoria dovuta allo sfratto”(oltre al danno la beffa!), la donna viene ricoverata nel reparto di psichiatria a S. M. Nuova con una proposta di T.S.O. In realtà il medico e gli infermieri dell’ambulanza, oltre a tutti i presenti, complici del violento sfratto, hanno messo in pratica un vero e proprio sequestro di persona! Non si può parlare di trattamento sanitario obbligatorio infatti perché: non c’è stata una visita psichiatrica, non é stato convalidato il T.S.O. da un secondo medico del servizio pubblico, come d’obbligo di legge, quindi mancava ovviamente anche il provvedimento del Sindaco e la conseguente notifica. Come se tutto questo non bastasse, la persona non è stata informata né su quali psicofarmaci le hanno forzatamente iniettato, né sulla struttura di ricovero.
Al risveglio, diverse ore dopo, lo psichiatra di turno in reparto non le comunica il regime di ricovero e, mentendo, dice che deve rimanere lì per sette giorni come se fosse in T.S.O., compiendo così un abuso in atti d’ufficio. Dopo tre giorni di reclusione, le conseguenze dei maltrattamenti subiti le provocano una minaccia d’aborto: passerà dodici giorni in ginecologia a Torregalli.

Purtroppo Malika subisce ancor oggi le conseguenze di quei tragici fatti, e soprattutto sua figlia, che oggi ha 6 anni, e che soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa (la perizia è del dott. Montinari) alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza.

Nel 2004 fu aperto un primo procedimento per “violenza privata”, e nel 2006 un secondo procedimento per “lesioni personali in concorso di reato”.
Oggi i due procedimenti sono stati riaperti, dopo numerose richieste di archiviazione da parte del giudice, che non ha mai chiesto di approfondire i fatti, dopo innumerevoli e inspiegabili errori di notifica delle richieste di archiviazione (si tenga conto che per fare richiesta di opposizione all’archiviazione ci sono solo 10 giorni), avvocati che non hanno mai richiesto le cartelle cliniche attestanti una visita psichiatrica (che, lo ricordiamo, non è mai stata fatta a Malika prima dello sfratto/TSO), cartelle cliniche contraffatte, con date sbagliate ecc. Se non siamo un popolo di incompetenti sorge il dubbio che questo caso si voglia insabbiare.
Ci sono in gioco poteri ben più forti dei diritti di una immigrata e di sua figlia. Servizi sociali, medici, industrie del farmaco, non si sa chi difende chi, ma Malika e sua figlia sono state lasciate sole da tutti.

la morte di roberto melino. giugno 07

  • July 22, 2009 9:45 am

a distanza di 2 anni dalla morte di Roberto Melino
avvenuta, nel giugno del 2007,nel reparto di psichiatria
dell’ospedale S.Giuseppe di Empoli
pubblichiamo una toccante testimonianza
di chi ha vissuto con lui il dramma
dell’internamento.

collettivo antipsichiatrico antonin artaud-pisa
www.artaudpisa.noblogs.org

                                      La morte di Roberto Melino.

13 giugno 2007. Reparto psichiatrico dell’ospedale di Empoli.

Si chiamava Roberto Melino. Ricordo che era giovane, simpatico e incazzato. Di una gentilezza squisita. Occhiali da vista, sovrappeso, più che parlare sussurrava, a volte era difficile capirlo, soprattutto quando il trattamento riservatogli era particolarmente pesante. Difficilmente terminava una frase senza interrompersi per ansimare. Nelle sue parole c’era lucidità assoluta, aveva lavorato per una cooperativa di servizi e sosteneva di avere subito ingiustizie dal direttore. Quantunque potesse avere avuto ragione, e questo non lo so, chi mai avrebbe ascoltato le sue parole? Quale forma di rivendicazione può  risultare credibile quando viene da un internato nel reparto psichiatrico di un ospedale?
Siamo diventati amici, anch’io gli parlavo delle ingiustizie subite. Due matti che solidarizzano su tematiche politiche e sociali. Naturalmente innocui, resi ancora più informi dai farmaci che ci somministravano. La sua inquietudine ammansita dalla gentilezza degli infermieri, ma soprattutto dalle bombe bioniche che lo demolivano. Non so quale sostanza periodicamente gli somministrassero, so che quando rientrava nella stanza in cui si fumava non era più lui. La sua vivacità era scomparsa e con lei la rabbia che lo contraddistingueva. Abulico, apatico, non parlava, non rispondeva.
Rimaneva greve nell’aria il suo respiro sempre più affannoso.
Ma non si rendevano conto di sparare ad un uccellino con un bazzoka?
Mi regalò un orologio, non li ho mai portati, per compiacerlo lo misi al polso.
Una sera, in un impeto di rabbia lo gettai. Fu un gesto di cui mi sarei pentito: quell’oggetto mi sarebbe stato un suo caro ricordo.
La sera quando si coricava, a quanto capii, doveva assumere una posizione particolare che ne facilitasse il respiro. Quando ci salutammo l’ultima volta fu come sempre in maniera cordiale.
– A domani -. Ma per lui non ci sarebbe stato un domani.
La mattina dopo morì.
Ci fecero stare seduti mentre davanti a noi l’agitazione saliva.
I volti degli infermieri non riuscivano a non tradire la tensione, il via vai nella sua stanza diveniva sempre più frenetico, passò un’ora, forse due, non riesco a determinare il tempo.
Inutili tentativi di rianimazione, noi seduti ed attoniti, noi innocenti spettatori di uno spettacolo che non doveva accadere. Con la certezza della morte lo spettacolo finì.
Il suo respiro, quel respiro che anche nelle ore di veglia a volte assomigliava ad un rantolo, si era fermato.

Il pianto della madre lacera l’aria del reparto, è struggente, verrebbe voglia di buttarla fuori.
Sono sconvolto: l’avevo salutato la sera precedente, avevamo parlato, lo consideravo un amico.
Non voglio più stare lì dentro, voglio uscire, mi concedono di farlo con un amico con cui pranzo.
Non è una concessione che viene fatta facilmente, ma nell’eccezionalità del momento uno zuccherino al matto si può dare.
 
Ai miei occhi era un ragazzo sensibile. Forse agli occhi di qualcun altro non era che un ammasso di cellule mal distribuite, con dei neuroni che scorazzavano in territori non ortodossi.
Le domande rimangono sospese.
Perché, viste le sue difficoltà di respirazione non è stato trasferito in un altro reparto?
Sarà stata compatibile la terapia farmacologica con le sue difficoltà respiratorie?
Saranno stati eseguiti preventivamente degli esami per verificarne la compatibilità?
Saranno reperibili questi esami?
Dai referti dell’autopsia potranno venire alla luce delle certezze?
Come è possibile che io, che ero fuori di testa, riesca a fare una ricostruzione così lucida dei fatti e gli operatori a suo tempo non si siano accorti di ciò che stava accadendo?
La mia è una testimonianza opinabile, mi sono limitato ad esporre ciò che ho visto e che ho sentito, non ho prove che suffraghino ciò che poi, in realtà, mi viene da pensare.
Volendo si possono ascoltare le testimonianze degli altri pazienti rinchiusi in quei giorni che non potranno che confermare le sue gravi difficoltà respiratorie.
Certo, anche loro sono matti come me, ma perché la loro parola dovrebbe valere meno di quella di uno psichiatra?
Anche gli psichiatri sono esseri umani, tutti sbagliano, magari con Roberto hanno commesso qualche errore. Non si può affermare né negare.
Certo, non è piacevole il brivido di inquietudine che avverto quando ripenso a questa maledetta storia. Chiedo solo verità, verità oggettiva per un ragazzo di 24 anni che ho visto morire sotto ai miei occhi. Ma vivendo in questo paese una domanda sorge spontanea:
prevarrà la volontà politica di non approfondire?
Per me c’è solo una verità, mia, personale, che può essere non condivisibile.
Roberto non doveva morire.

Mardollo Gianluca
vivodamorire

PERCHE’ NON RESTI “COME SE NULLA FOSSE ACCADUTO”

  • July 31, 2008 5:53 pm

riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di Arianna
che ci scrive che spera tanto che almeno attraverso il nostro sito
la sua storia possa non passare sotto silenzio; perchè tutto non
resti’ "come se nulla fosse accaduto"

collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa

 

 

Ho
35 anni e da circa 25 sono affetta da un disturbo psichiatrico cronico e non
trattabile (Disturbo ossessivo compulsivo).
Tale
disturbo comporta di per sé la coazione a lunghissimi rituali di pulizia e
lavaggio con i quali ormai convivo da anni e pur avendo pesantemente
influenzato la mia vita pratica e di relazione mi permette comunque di vivere
da sola da alcuni anni e non ha mai costituito fonte di pericolo o
preoccupazione per me o altri.
Nel
2004 per una lunga e complessa situazione che non sto a dettagliare  ma fondamentalmente di vessazioni e
intimidazioni subite da parte di una famiglia di condomini del palazzo in cui
vivo e scaturita unicamente dal loro pregiudizio e dalla loro intolleranza nei
confronti della mia persona – che per mia stessa ammissione sapevano sofferente
di una patologia mentale – mi sono trovata a perdere il mio equilibrio ma
soprattutto in situazioni esistenziali totalmente compromesse, tali da indurmi
a minacciare un gesto anticonservativo nel giugno 2005.
Ho subito allora un TSO perfettamente giustificato e legittimo, ma questo e’
stata per me (che mai avevo dovuto subire ricoveri, mai tentato il suicidio in
tanti di malattia) l’inizio di una spirale allucinante di soprusi, violenze
psicologiche e ricatti da parte dei medici curanti (parte al Centro Salute
Mentale cui mi ero rivolta ed ero seguita da qualche tempo poi e da quel
momento in reparto).
Per riassumere ho subito da allora tre TSO successivi, di cui uno di 30 giorni,
senza che vi fossero i requisiti legali prescritti dalla legge 180 e con
evidenti vizi anche formali nell’ultimo.
Questo perché la drammatica situazione che vivevo e che raccontai sin dal primo
ricovero e che da un anno non riuscivo a denunciare alle autorità causa la
perdita di credibilità dovuta alla mia condizione patologica certificata,non e’
stata mai minimamente creduta ne’ appurata, bensì da subito e definitivamente
bollata come sintomo di un disturbo paranoide del pensiero, in comorbilità con
il mio disturbo ossessivo (per lunghi anni diagnosticato invariabilmente e
trattata da professionisti privati.) E inoltre, avendo io stessa
insistentemente sollecitato i medici a tentare un colloquio di mediazione con i
miei vicini di casa, ho ottenuto il risultato di subire un TSO con la sola motivazione
di essere stata "troppo insistente e fastidiosa" nel
telefonare al CSM per spiegare tale esigenza, preoccupata per il mio equilibri
psicofisico e il reale rischio per la mia incolumità che da un anno correvo nel
mio appartamento.
Poi il colloquio di mediazione in effetti ci fu, io non venni ammessa ad esso
per volere del Primario; per qualche tempo i vicini cambiarono atteggiamento,
ma dopo 6 mesi tutto ricominciò e questa volta i vicini cominciarono a recarsi
da quel Primario adducendo come da sempre pretesti calunniosi e irreali per
paventare una presunta mia pericolosità sociale e farmi rinchiudere
temporaneamente in reparto.
Questo nell’aprile 2006, quando venni attirata con un pretesto
in reparto e pur avendo constatato tutti, Primario compreso, le mie buone
condizioni in quel frangente, il Primario richiese con false dichiarazioni un
TSO immediato, chiudendo semplicemente le porte. E tra lo sbigottimento e
l’impotenza di tutto il personale infermieristico e dei pazienti, che mi
espressero solidarietà e cercarono di trovare delle soluzioni per tutelarmi se
non liberarmi.
Infine dopo le dimissioni i vicini di casa mi aggredirono fisicamente con
minaccia di morte, ma prima che potessi denunciarli chiamarono il Servizio
Psichiatrico Urgente e i carabinieri sostenendo che io ero l’autrice
dell’aggressione.
Il medico del Servizio Psichiatrico dopo aver a lungo parlato con me non
ritenne di dover prendere provvedimenti sanitari, ma consigliò ai miei
familiari di starmi vicino e cercare di risolvere la situazione con i vicini.
Ma 3 giorni dopo, ancora sotto shock, vidi la mia psichiatra del CSM
presentarsi senza preavviso al mio domicilio per eseguire un TSO,senza sapere
lei stessa motivarlo a me o ai miei familiari, se non con il fatto che aveva
ricevuto un ordine dal solito Primario del reparto.
Peraltro la Dottoressa rientrava quella mattina in servizio dopo un periodo di
ferie e non era quindi al corrente – così io pensavo – ne’ di quanto mi era
accaduto,  tanto meno delle mie reali
condizioni in quei giorni, poiché non vi era stato alcun contatto tra me e lei
o con il CSM da parecchi giorni.
Eppure si presentò con una richiesta di TSO già firmata, riportante una
condizione psichiatrica del tutto falsa atta a legittimare l’intervento. E il
rifiuto di accettare le terapie, sebbene in quel frangente nessuno mi propose
alcun farmaco o colloquio terapeutico, nemmeno se ne parlò e ve ne fu il tempo.
Mio padre, medico internista, era presente e testimone di tutti i fatti, ma non
ha saputo opporsi o tentare di reagire per il forte shock.
Quando poi giunsi in ospedale e chiesi spiegazioni, il Primario in termini
denigratori e accusatori mi disse che la mia vicina di casa si era recata da
lui per descrivere l’aggressione (nei termini invertiti) e aveva chiesto di
prendere un provvedimento restrittivo. Io non avevo testimoni al momento
dell’aggressione, ma di nuovo spiegai come erano  andate le cose, peraltro sconvolta dal fatto
che avessero da 2 anni ignorato le mie richieste di tutela fino al rischio
verificatosi di perdere la vita per mano di queste persone. Il Primario, sempre
con un atteggiamento di palese sostegno, giustificazione e solidarietà con i
miei vicini, ribattè in quell’occasione che "se mi avessero
effettivamente uccisa avrebbero fatto bene, lui sarebbe stato contento".
Questa fu solo una delle tante esternazioni pesanti e spesso illogiche (di
fronte al personale che ne prese atto) che subii da lui durante tutti i
ricoveri eccetto il primo. La sua 
condotta da un punto di vista umano e deontologico fu così marcatamente
scorretta da creare imbarazzo al personale e alla fine, per fortuna, indusse un
medico del suo staff a prendere posizione e esautoralo dallo seguire in
specifico il mio caso, che venne passato al collega ("Ci siamo resi
conto che c’e’ un problema con il Dott.X, temiamo che questo possa
compromettere il suo equilibrio”)

Inutile
dire che nell’eventualità’ di un procedimento legale a parte mio padre e un
infermiere non più n servizio in quel reparto e distante anche geograficamente,
nessuno di queste persone informate dei fatti sarà disposta a parlare; sono
piuttosto certa riguardo agli infermieri, che me l’ hanno già in parte
comunicato, esprimendo anche timore nell’essere coinvolti (anche se lo saranno
d’ufficio, come presumo).
Durante i ricoveri ovviamente ho dovuto sottostare a una terapia diversa come
dosaggi dalla mia abituale e soprattutto mi venne prescritto un neurolettico
indicato per le patologie deliranti a dosaggi altissimi e per via
intramuscolare a rilascio lento (depot). Questo creava effetti collaterali
fisici molto penosi ed evidenti.
Ma dopo le dimissioni dovevo ogni 15 giorni presentarmi al CSM per ricevere
l’iniezione e una volta che credetti di poter contrattare con i medici almeno
una somministrazione per via orale, meno dannosa, fui letteralmente sequestrata
all’interno del CSM, presa con la forza e sottoposta all’iniezione, mentre un
medico sbarrava le porte.e mi parlava in toni derisori, come a un bambino. Io
peraltro sapevo da tutte le esperienze precedenti che era del tutto inutile
chiamare le forze dell’ordine, acriticamente esecutrici di qualsiasi decisione,
legale o non, dei servizi sanitari pubblici.
All’atto delle dimissioni dall’ultimo ricovero nuovamente il Primario volle
prescrivere quella terapia rivelatasi dannosa oltre che non efficace per il mio
disturbo e lo fece contro il parere di mio padre medico e della collega
psichiatra del CSM che erano presenti. Alle richieste di spiegazione di mio
padre, soprattutto sull’effettiva utilità e meccanismo scientifico del farmaco
suddetto, il Primario dimostrò con risposte vaghe di non conoscerne neppure
l’emivita. Eppure ribadì che l’unica condizione a cui potevo essere dimessa era
di nuovo questa terapia ogni 15 giorni, perché " Bisogna fare braccio
di ferro con la paziente e qui decido io".

Però se non altro dopo quelle dimissioni il farmaco creò effetti più gravi,
tali da portarmi a rischiare lo scompenso cardiaco; così mio padre prese
finalmente coraggio e informalmente diffidò tanto il CSM quanto il reparto dal continuare
ad occuparsi del mio caso, pena il ricorso a vie legali.
Immediatamente tutte le interferenze nella mia vita, i controlli  che subivo da parte del CSM al mio domicilio
(preciso che dal punto di vista legale non ho mai infranto alcuna legge e sono
incensurata) e soprattutto le violazioni di domicilio ingiustificate (ogni
volta che i vicini chiamavano il SUP) cessarono e io ritornai ad essere un
cittadino in possesso dei suoi diritti, soprattutto quelli costituzionali e
della persona.
Purtroppo il danno che ho riportato sul piano biologico, ma
ancor più morale ed esistenziale e’ immane. A tutt’oggi persistono i sintomi di
un Disturbo da stress post traumatico non risolto del tutto (incubi, terrori,
ansia continua, crisi di panico e depressione). Per dare l’idea del progressivo
deteriorarsi delle mie condizioni di vita posso dire, con vergogna, che non
sono in grado di lavare il mio corpo dal 2005 a causa delle coercizioni subite
qui in casa e in ospedale verso la mia abitudine al lavaggio compulsivo, che mi
hanno prodotto idrofobia e altre fobie (soprattutto essere invasa in casa da
ulteriori interventi) e comportano chiaramente un’invalidazione assai più grave
di quella già grave che vivevo dopo anni di cronicità.
Gli effetti si sono ripercossi a macchia d’olio sui miei familiari, ormai
anziani, sui loro ritmi di vita alterati dall’esigenza costante di farsi carico
non solo delle mie esigenze materiali ma della mia tutela, legale e fisica. E
per questo sono sorte incomprensioni e problemi nell’ambito allargato delle
loro famiglie d’origine.
Peraltro i vicini (sentendosi legittimati dai medici e probabilmente sapendo
che sarei stata da loro intimidita con lo stesso TSO a non sporgere denuncia,
cosa che in effetti non sono poi riuscita a fare) mi hanno poi querelata con la
falsa accusa dell’aggressione, anche se ora dopo il loro trasloco hanno rimesso
la querela. E l’onere economico per la mia difesa legale è andato ovviamente a
carico della famiglia, giacché sono da sempre inabile al lavoro.
Aggiungo che alla mia richiesta delle cartelle cliniche
effettuata alcuni mesi fa,quella dell’ultimo e più visibilmente illegale
ricovero , è stata dal Primario dichiarata smarrita (all’interno del reparto:
secondo l’archivio non e’ mai giunta a distanza di due anni nella preposta sede
di archiviazione!).Egli ha sposto regolare denuncia di smarrimento e la
Direzione Sanitaria dell’Ospedale mi ha dato notizia ufficiale  per iscritto.
Senza contare che solo alla consegna delle altre cartelle
relative ai TSO precedenti ebbi modo di scoprire la diagnosi che egli aveva
formulato…a quanto pare anche all’insaputa della mia psichiatra curante al CSM
che si dichiara tuttora discorde. Del resto gli estenuanti accertamenti che ho
poi eseguito privatamente a me spese 
ripetutamente disconfermano tale diagnosi, rilevando sempre solo il mio
Disturbo ossessivo compulsivo (purtroppo con sintomatologia aggravata dalle
“cure” subite!)
Oggi,
a distanza di 2 anni, essendo effettivamente cessata anche la minaccia dei
vicini, recentemente trasferitisi altrove, io sento il bisogno di informare le
autorità di quanto accaduto; e non solo quale riconoscimento a me stessa,
veramente terapeutico,della reintegrazione del mio diritto civile ma perché
oggi lo considero un dovere morale, nonostante l’irrimediabilità del danno
subito, nei confronti di altri pazienti presenti e futuri. E non soltanto
ovviamente di quel reparto nello specifico.
Eppure
il muro di omertà (anche da parte del personale allora in servizio), i giochi
di potere politici che sottendono alle cariche sanitarie, la difficoltà e la
fatica di sottopormi a innumerevoli perizie, il fatto che nessuno psichiatra
oggi è veramente disposto a pronunciarsi, ben sapendo che questo andrebbe a
mettere a rischio la credibilita’ di un collega, mi svuotano ogni giorno di più
di fiducia e speranza e perpetuano il dolore e la difficolta’ di convivere ogni
giorno con i danni subiti.

 
Arianna

 

 

 

 

UN MESSAGGIO DI SPERANZA AI SOPRAVISSUTI DELLA PSICHIATRIA

  • July 23, 2008 1:02 pm

Riceviamo e
volentieri pubblichiamo
questo messaggio di
una persona che è risucita a uscire dalla morsa della psichiatria.. Abbiamo deciso di
rendere pubblica  questa lettera con l’intento di mettere in luc
e i veri meccanismi con
cui opera la psichiatria
e nella speranza che sempre più persone trovino il coraggio di denunciare gli abusi subiti.

collettivo antipsichiatrico
a.artaud-pisa

UN MESSAGGIO DI
SPERANZA AI SOPRAVISSUTI DELLA PSICHIATRIA

se potete pubblicare
sul sito antipsichiatrico il mio messaggio alle persone
che ancora sono
dentro a questo orribile tunnel…un metodo per fuggire
c’è ….
sembra ridicolo ma io
racconto la mia storia personale
mi sono dovuta
nascondere per anni , scappando da una città all’altra, pur di non essere
braccata dalle siringhe e dalle pillole misteriose dei medici mi sono improvissata
un giorno barista, un mese impiegata, un altro anno commessa , pur di
fuggire e stare al riparo anche con sconosciuti , che sono
sempre meglio di
questi infami medici che dicono di conoscerti da anni
sono scomparsa,, ho
chiuso i contatti anche con i miei famigliari , perchè i
parenti purtroppo sono
la prima scorciatoia che i medici usano per farti rientrare nel loro
giro vizioso giocando sull ignoranza ,e sul posto appunto che
conservano di lavoro,
basta una semplice
telefonata a casa tua da uno di questi mercenari , anche mentre tu sei fuori a
comperarti in quel momento un cd o fare la spesa,che ti ritrovi nel abisso
degli psicofarmaci.
rischiare è l’unica
cosa , ma è un rischio che ne vale la pena ,,, se sismettono i farmaci di
colpo , non abbiate timore…
non c’ è tortura
peggiore che una convulsione da farmaco ogni 10 giorni e bava alla bocca
piuttosto che alzarsi
alla notte e sognare ancora questi vampiri che ti tengono con la forza
per infilarti aghi nelle braccia….
non è importante se
nessuno sa dove siete, non lo sapevano comunque nemmeno prima…….
qua fuori non siamo
soli, in verità ci sono tanti di quei sopravissuti che
girano che nemmeno ce
lo possiamo immaginare, ma questo non importa,
la cosa che importa è
che piu lottiamo per combattere la psichiatria più lei vince….
il buio l’abbiamo già
visto per tanti anni , non resta che ritrovare la luce…
qualunque cosa vi
inventiate , andrà sicuramente bene, perchè lontano dagli psichiatri tutto
torna a profumare di muschio bianco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

R.F.

Pillole di antipsichiatria, riflessioni su una storia vissuta

  • February 3, 2008 7:42 pm

Ho
vissuto un’esperienza di sofferenza interiore e di psichiatria e ne
sono uscita.

Rivolgermi
alla psichiatria è stato il mio più grande errore: sono
stata danneggiata fisicamente e la mia vita è stata quasi
rovinata e ora faccio parte di un collettivo antipsichiatrico per
informare le persone su quello che realmente fa la psichiatria,
affinché possano evitare di subire abusi come quello che ho
subito io.
Io non posso dare una formula per stare bene ma posso
raccontare la mia esperienza, come io ne sono uscita e le mie
riflessioni. Non voglio neanche dire che quello che penso sia la
verità, perché questo è appunto il mio pensiero
personale.

In
un momento di "depressione" mi sono rivolta ad uno
psichiatra per risolvere le mie sofferenze, ma ogni farmaco che
assumevo peggiorava la mia situazione. Quando assumevo Risperdal
vedevo tutto nero, stavo malissimo interiormente, non riuscivo
neanche più ad alzarmi dal letto, i miei sensi erano
intorpiditi, piangevo continuamente. Inoltre mi sentivo anche male
fisicamente e svenivo spesso. Ho conosciuto anche altre persone che
mi hanno confermato di avere avuto gli stessi sintomi provocati dal
Rispedal. Anche l’Anafranil non ha fatto altro che rendermi confusa.

A
causa di queste "cure" ho anche sviluppato un disturbo
fisico irreversibile.
Dalla psichiatria sono stata solo
danneggiata. Stavo sempre peggio e dopo circa 1 anno di "cure"
ero arrivata alla convinzione che oramai non sarei mai più
stata bene, che la mia vita sarebbe stata per sempre una sofferenza
continua. Ma non era così.
Innanzitutto le emozioni, i
pensieri e i comportamenti non sono malattie e quindi non possono
essere curate con i farmaci, che sono semplicemente sostanze
psicoattive come le droghe e non possono fare altro se non sopprimere
alcuni sintomi.

In
psichiatria sintomi e comportamenti sono definiti malattie solo sulla
base che questi non corrispondono a ciò che è
socialmente accettato o comunque considerato nella media. I sintomi e
i comportamenti, a prescindere dal fatto che siano considerati giusti
o sbagliati, possono avere cause molto diverse fra loro. La
psichiatria non ha nessuna prova del fatto che chi si comporta in
modo diverso dagli altri presenti alterazioni del cervello.
La
preoccupazione principale della psichiatria non è neanche
alleviare i sintomi e le sofferenze, ma rendere le manifestazioni di
queste sofferenze socialmente accettabili.

Spesso
la situazione viene peggiorata dai farmaci perché sotto
l’effetto di questi diminuisce la
capacità del soggetto di
avere una visione chiara della realtà circostante e quindi
anche la capacità di agire in maniera adeguata per risolvere i
problemi che sono la causa reale della sofferenza interiore.
A
causa di questo mi sono trovata completamente isolata e non volevo
più uscire di casa. Sono cambiata in seguito all’assunzione di
farmaci, ero come drogata, così la mia famiglia non mi
comprendeva più, il mio compagno non mi comprendeva più.
Ero totalmente sola perché nessuno mi poteva capire. Ero
convinta che la mia vita fosse finita.

Mi
sono ripresa solamente dopo che ho compreso affondo cosa è la
psichiatria.
Allora ho scalato i farmaci, ma non perché
ormai stavo bene: solo perché ho capito che continuando a
prenderli sarei stata ancora peggio. Inoltre, se tanto dovevo
continuare soffrire, questo potevo farlo benissimo senza farmaci. Era
un illusione continuare a credere che gli psicofarmaci avrebbero
alleviato le mie pene. Era un illusione anche pensare che uno
psichiatra o uno psicologo potessero aiutarmi. Questa gente non può
aiutare nessuno perché attraverso la diagnosi considerano i
pensieri e comportamenti come frutto di processi patologici, non si
preoccupano di conoscere la persona e di capirla, né di
ascoltarla, perché la giudicano irrazionale. Come si fa ad
aiutare una persona se ci si rifiuta di vederla com’è?

La
diagnosi è un pregiudizio e dal quel momento ogni pensiero e
ogni comportamento è considerato sintomo di malattia.

Poi,
in fondo, ho anche capito che nessuno poteva aiutarmi perché
nessuno poteva essere nella mia pelle, nessuno poteva sentire quello
che io sentivo, conoscermi meglio di me stessa e comprendere
dall’esterno le mie motivazioni reali. In fin dei conti l’essermi
rivolta alla psichiatria era stata una rinuncia alla mia
responsabilità sulla mia vita, mi aspettavo che fosse un
altro, un "esperto" a risolvere la mia sofferenza, e questo
in un certo senso mi sollevava dalla fatica e dalla responsabilità
di essere io stessa in prima persona ad impegnarmi per migliorare la
mia vita. Sono stata meglio solo quando ho ripreso in mano la mia
vita, quando ho accettato il fatto che nessuno dall’esterno poteva
aiutarmi.

Per
uscire da questa situazione è stata importante anche
l’accettazione della mia stessa sofferenza, la comprensione che
questa non era una patologia, ma una normale reazione emotiva a certe
circostanze.

Appena
iniziato lo scalaggio ho cercato di cambiare il mio stile di vita.
Non sono stata subito meglio, è stato un processo graduale: mi
ci è voluto quasi un anno per uscire da quello stato di
prostrazione. Questo è stato importante per venirne fuori: non
fermarmi mai, lottare contro quella voglia di abbandonarmi, di
isolarmi e di restare al letto. Cercare di stare in mezzo alla gente
e ricominciare a d interessarsi alla vita. Riprendere tutti quegli
interessi che avevo abbandonato. Interessi culturali, sportivi, ecc.
L’ho fatto con immensa fatica, soffrendo.

Per
mesi a causa dei farmaci arricciavo il naso in continuazione e
nonostante questo andavo tra le persone, in associazioni culturali
dove mi sforzavo di dialogare con gli altri, anche se non ne avevo
voglia. Ero perfettamente consapevole che loro mi compativano a causa
del mio volto, ma mi relazionavo con loro alla pari, considerandomi
una persona in grado di dire la propria opinione come tutti gli
altri. Non cercavo dagli altri comprensione, pietà, aiuto o
amicizia. Mi ponevo completamente alla pari.

Così
sono uscita dalla "depressione" e dall’isolamento.

Inoltre
credo che sia stata molto importante l’attività fisica, che
aiuta a liberarsi dalle tossine, ad alzare l’umore, a non restare
continuamente concentrati e ripiegati sulla propria sofferenza.
L’attività fisica aiuta a vivere nel presente ed a riprendere
contatto col proprio corpo, mentre gli psicofarmaci in un certo senso
separano dal corpo, rendono il soggetto anestetizzato e addormentato,
i sensi ovattati.

Non
c’è una soluzione standard che va bene per tutti, perché
come i problemi sono personali e diversi per ognuno così le
soluzioni. Per me stato lo yoga, ma per qualcun altro può
essere qualunque altra cosa gli piaccia. Bisogna chiedersi che cosa
ci piace, a partire dalle piccole cose fino a quelle più
grandi. Io ero arrivata a stare così male che non me ne
fregava niente neanche di scegliere che cosa preferivo mangiare.
Questo è trascurare completamente se stessi, invece bisogna
amare se stessi e prendersi cura della propria vita in prima persona,
proprio come faremmo con il più caro dei nostri amici.

Io
ne sono uscita così, da sola senza l’aiuto di nessuno, con uno
sforzo immenso e continuo, ma non perché sono stata brava: ho
solo cercato di non morire, di non "affogare", lottando in
modo disperato.