Archives for January, 2008

…SIAMO IN PERICOLO…

  • January 31, 2008 2:01 pm

La
tabella riportata sotto (fonte: Ministero dell’Interno) dimostra come i
crimini in Italia siano in diminuzione; non è però
questa l’immagine che i media (fedeli all’insegnamento del nazista
Goebbels «basta ripetere in continuazione una bugia per farla
diventare verità») ci propongono. Ogni giorno vengono
diffuse notizie riguardanti fatti di criminalità commessi da
immigrati, consumatori di sostanze, persone psichiatrizzate, facendo
leva sul comune pregiudizio per giustificare l’esigenza di leggi
securitarie; un’ “emergenza crimine” che fa crescere
l’odio, la paura e l’intolleranza.

Il
senso di insicurezza, derivato da una società per pochi
privilegiati che crea precarietà, viene così deviato
verso quel “pericolo”, quel “nemico” contro il quale puntare
l’indice e agire; categorie “colpevoli” di fare paura sono di
volta in volta evidenziate: capri espiatori di un clima di disagio
sociale che ha però le sue radici nella struttura stessa della
società.

Ecco
che si alternano leggi sempre più restrittive (anti-droga,
anti-graffiti, anti-immigrazione, ecc), si innalzano mura creando
veri e propri ghetti, si riempiono le carceri, aumenta il ricorso al
TSO(Trattamento Sanitario Obbligatorio), si diffonde a macchia d’olio
l’uso di psicofarmaci, si chiudono gli spazi sociali di aggregazione;
tutti quei comportamenti che esulano dal modello sociale
propagandato vengono colpiti, criminalizzati o psichiatrizzati. A
volte, le persone vengono anche uccise.


Perugia,
Aldo Bianzino, falegname di 44 anni, entra in carcere il 12 Ottobre
per la coltivazione di alcune piante di Cannabis; ne esce morto il 14
Ottobre. Secondo l’autopsia le lesioni interne riscontrate sul suo
corpo sono compatibili con l’omicidio. Aldo era in isolamento, le
uniche persone con cui aveva contatto erano gli agenti carcerari.

Bologna,
nel mese di ottobre 7 ragazzi sono stati arrestati perchè
sorpresi a fare scritte su un muro. Processati per direttissima, i 7
writers sono stati colpiti da pene tra i 5 e i 10 mesi di carcere e
sono tuttora in prigione; a nessuno di loro (neanche a quelli
incensurati) è stata concessa la condizionale. È la
prima volta in Italia che delle persone sono finite in carcere per
delle scritte su un muro.

Empoli,
12 giugno 2007 Roberto Melino, 24 anni, muore in reparto psichiatrico
per arresto cardiocircolatorio; il giovane era entrato il 4 giugno in
TSV (Trattamento Sanitario Volontario), tramutato dai medici in TSO
alla richiesta di andare a casa; resta da chiarire se la morte sia
avvenuta per cause naturali o in seguito alla somministrazione di
farmaci.


Questi
sono solo alcuni degli ultimi casi dell’isteria proibizionista e
securitaria che in questi ultimi anni ha fatto decine e decine di
vittime nelle carceri (ricordiamo Marcello Lonzi morto l’11 luglio
2003), nei Reparti Psichiatrici, nei CPT e negli OPG (Ospedali
Psichiatrici Giudiziari) , e nelle strade, come successo a Federico
Aldrovrandi morto a Ferrara il 25 settembre 2005 x un pestaggio ad
opera della polizia locale.


BASTA
CON LE LEGGI CHE IMPONGONO IL CONTROLLO DELLO STATO SULLE SCELTE E
GLI STILI DI VITA DELLE PERSONE!

BASTA
CON L’ISTERIA DELLA SICUREZZA CHE SERVE AI PADRONI E ALLO STATO PER
MANTERE LA PACE SOCIALE!


NO
ALLA TOLLERANZA ZERO

Venerdì
16 Novembre dalle 17 alle 20

PRESIDIO
in LARGO

C. MENOTTI


Liberi
Tutti/Canapisa Crew Collettivo Antipsichiatrico
Antonin Artaud

www.osservatorioantipro.org
www.artaudpisa.blogspot.com

canapisa@inventati.it
antipsichiatriapisa@inventati.org

 


NUMERO
DI OMICIDI IN UN ANNO DAL 1993 AD OGGI

 

FURTI
E SCIPPI (ogni 100.000 abitanti)

ANNO

CRIMINALITà
ORGANIZZATA

LITE-RISSA
FUTILI MOTIVI

FURTO-RAPINA

FAMIGLIA
PASSIONI AMOROSE

ALTRI
MOTIVI

TOTALE
OMICIDI

ANNO

FURTI
APPARTAMENTI

SCIPPI

1993

158

140

102

106

559

1,065

CENTRO-NORD

SUD-ISOLE

CENTRO-SUD

SUD-ISOLE

1997

247

90

117

121

289

864

1993

388

246

86

114

2001

163

98

47

193

206

707

1997

484

288

52

86

2006

121

69

53

192

186

621

2001

374

241

34

80

2006

283

162

28

52


 

Prima condanna in italia per la psichiatria

  • January 31, 2008 1:44 pm

 (NDR feb 2016)”detta sentenza a causa di successivo intervento della prescrizione non è stata confermata nella Superiore Corte di Cassazione per il solo intervento di detta circostanza..”

Donatella Marazziti, Psichiatra dell’equipe di
Cassano condannata a sei mesi di carcere

Il 5 marzo 2007 si è conclusa la lunga trafila legale nei confronti di DonatellaMarazziti, nota psichiatra toscana. La dottoressa è stata condannata per lesioni colpose, provocate dalla somministrazione impropria di psicofarmaci in sperimentazione, su una bambina di undici anni, che le si era rivolta nel ’99 accompagnata dalla madre (l’accusante A.Triolo) per un problema di obesità.

La cura somministrata
consisteva in due psicofarmaci non ancora in commercio: il fevarin,
un antidepressivo, ed il topamax, un antiepilettico.Farmaci in
sperimentazione dal dottor Cassano nel reparto psichiatrico di Pisa e
dal dottor Masi all’Istituto neuro-psichiatrico infantile “Stella
Maris” di Calambrone. Questi farmaci non avrebbero potuto essere
somministrati per usi diversi da quelli per cui erano testati, ma la
Marazziti lo ha ugualmente prescritto alla bambina alla stregua di un
farmaco anti-obesità, senza informarla che si trattasse di un
antiepilettico e di un antidepressivo e che il dimagrimento fosse
solo un suo effetto collaterale.

L’etica professionale in
questi casi richiederebbe invece quantomeno il consenso informato.
Dopo cinque mesi di cura il trattamento non ha portato alla paziente
alcun calo ponderale, bensì gravi disturbi quali sonnolenza,
incubi, emicranie, depressione, eccitabilità ed un episodio di
allucinazione, seguiti a due anni didistanza da calcoli renali,
disturbi alla vista e colicisti, effetti collaterali riscontrati nel
farmaco, ma non imputabili ad esso visto il ritardo della comparsa
dei sintomi.

La madre , insieme ai
collettivi antipsichiatrici che l’hanno sostenuta, si è vista
riconoscere le lesioni causate da questa terapia impropria e
aggressiva solo dopo otto anni di lotte giudiziarie, scontrandosi con
l’indifferenza di magistrati e forze dell’ordine, sempre ossequiosi
nei confronti dell’autorità medico-psichiatrica.

Si tratta della prima
condanna in Italia rivolta alla psichiatria; un primo riconoscimento
della fallacia e della pericolosità dei trattamenti
psicofarmacologici; una bacchettata nella mano pesante degli
psichiatri. Ma non è ancora stata riconosciuta la
sperimentazione illegale dell’antiepilettico e dell’antidepressivo;
rimangono all’oscuro i legami di questa vicenda con un modus operandi
diffuso nella rete psichiatrica toscana e italiana, e con i guadagni
economici connessi alla sperimentazione e alla vendita di farmaci,
vera piaga della medicina ormai da molti anni.

PSICHIATRIA: UN MURO DI GOMMA

  • January 7, 2008 7:10 pm



21
giugno 2006: muore a Cagliari in seguito a una tromboembolia
venosa Giuseppe Casu venditore ambulante ricoverato con un TSO nel
reparto psichiatrico di Cagliari dopo essere rimasto legato mani e
piedi al letto per 7 giorni sedato farmacologicamente

    28
    agosto 2006: muore a Palermo A.S., donna di 63 anni entrata in
    reparto psichiatrico il 17 agosto e qui trattenuta per accertamenti;
    dopo alcuni giorni di stato comatoso (dal 25 al 27) la donna si
    sarebbe risvegliata per morire nella notte tra il 28 e il 29;

    26
    maggio 2007: muore a Bologna Edmond Idehen, nigeriano di 38
    anni; l’uomo si era sottoposto volontariamente alle cure, ma alla
    richiesta di poter andare a casa i medici hanno deciso per il TSO e
    chiamato la polizia alle sue insistenze; le indagini sulla sua morte
    sono ancora in corso, la versione ufficiale parla di una crisi
    cardiaca avvenuta mentre infermieri e poliziotti tentavano di
    portare l’uomo sul letto di contenzione

    12
    giugno 2007: muore a Empoli Roberto Melino, 24 anni, per
    arresto cardiocircolatorio; il giovane era entrato il 4 giugno in
    reparto in TSV, tramutato dai medici in TSO alla richiesta di andare
    a casa; resta da chiarire se la morte sia avvenuta per cause
    naturali o in seguito alla somministrazione di qualche farmaco


Malessere..
o diversità….tanta confusione emozionale… AIUTO!!….
medicina…. Salute Mentale.. PSICHIATRA….. medicine…
tante…..TERAPIA!!TERAPIA!!…… confusione…. non sento più
nulla…. stranezze…..silenzio…CAOS….. silenzio…..
SOLITUDINE….. PAURA!!

    Male!!?…
    non mi ascolta nessuno… Confuso!!! e male,..tanto…… continua
    la contenzione…. AIUTO!!!… NESSUNO CON ME…. MALE!!MALE!!….
    “normale”, perché? Chi?…….A volte MORTE..

In
meno di un anno 4 morti all’interno di reparti psichiatrici
ospedalieri italiani.

Morti
alcune avvenute in circostanze sospette, le cui cause rimangono
oscure; gravissimi episodi che però non suscitano alcun
interesse nell’opinione pubblica e nei mass-media, come a tornare a
quell’ottica che dà un diverso valore alle vite umane a
seconda dell’etichetta sociale che viene data loro.

Viene
da pensare che la psichiatria, pseudoscienza priva di comprovate basi
scientifiche, agisca casualmente sulle persone trattate con farmaci,
ignorando o tralasciando possibili contro-azioni dei composti chimici
somministrati; oppure che alcuni medici approfittino della copertura
delle istituzioni pubbliche per sperimentare farmaci su pazienti
(fatto certo non nuovo); o ancora che i medicinali vengano
somministrati in dosi massicce solo per sedare pazienti “scomodi”,
fino a causare blocchi cardio-respiratori o cardio-circolatori, che,
non a caso, sono due tra i possibili effetti collaterali di molti
psicofarmaci.

In
ogni caso il reale problema rimane essere quell’alone di mistero che
circonda l’istituzione psichiatrica per cui le situazioni degli
psichiatrizzati non si conoscono, non si devono conoscere o si ha
paura di conoscere. La “malattia mentale” rimane quel qualcosa di
non dimostrato eppure a priori riconosciuto da tutti. Si giustifica
l’agire medico sull’individuo in nome di una salvaguardia fisica del
paziente, a prescindere dalla sua volontà e senza dargli
ascolto in quanto considerato incapace di decidere per sé a
causa della sua “patologia”.


Il
percorso psichiatrico è sempre e costantemente accompagnato da
trattamenti psico-farmacologici, con la tendenza ad annullare
emozioni e pensieri dell’individuo “curato” così da poter
riplasmare la sua mente ed annullare i sintomi del suo ”disturbo”.

Moltissime
volte queste cure avvengono senza il consenso informato; non è
raro che gli psichiatri diano farmaci singoli o tolgano il foglietto
illustrativo dalle confezioni distribuite nei Centri di Igiene
Mentale o ancora che dicano ai pazienti di non leggerlo per non farsi
influenzare dai contro-effetti. Contro-effetti che vanno da disturbi
di attenzione e memoria, confusione mentale, problemi nel
funzionamento di organi, disturbi neurologici, fino al blocco
cardio-circolatorio e cardio-respiratorio causando quindi la morte.

Evidente
è l’arbitrarietà della scelta terapeutica: a seconda
dello psichiatra o dell’ospedale si possono trovare farmaci usati per
tutti i tipi di “disturbi” e farmaci differenti, talvolta anche
contrastanti tra loro, usati per una stessa “patologia”.

Solitamente
non viene prescritto un unico farmaco, ma cocktail di sostanze allo
scopo di creare una condizione di effetti contrastanti tali da
mantenere il paziente in uno stato “controllato” che si traduce
però in appiattimento emozionale e rallentamento fisico.

Spesso
i dosaggi vengono aumentati in modo esponenziale all’unico scopo di
sedare e annullare comportamenti e pensieri dello psichiatrizzato,
perché porta disagio all’interno del reparto.

Diffusissima
è la pratica del depot (puntura a lento rilascio) nonostante
presenti una più alta probabilità nell’insorgere di
effetti collaterali poiché rende impossibile lo scalaggio o
l’interruzione d’urgenza della terapia in corso (il massimo effetto
si ha tra i 7 e i 14 giorni dall’iniezione).

Anche
volendo tralasciare ogni considerazione sulla reale efficacia degli
psicofarmaci non si può negare che stiamo assistendo ad un
eccessivo uso di farmaci, che vengono distribuiti a piene mani come
fossero pillole della felicità.

Le
pratiche psichiatriche sono inoltre costellate da abusi alla persona.

È
ancora in uso la contenzione fisica, che può giungere ad
eccessi come nel caso di Cagliari, per non parlare dell’elettroshock,
tuttora presentato come soluzione utile in casi che sembrano sfuggire
al controllo degli psichiatri. Assistiamo giornalmente a TSO
totalmente arbitrari, spesso effettuati con l’uso della violenza;
ricoveri volontari che diventano obbligatori nel momento in cui il
paziente rifiuta le cure o chiede di poter tornare a casa. Per non
parlare di quegli effetti collaterali dei farmaci fatti passare per
sintomi stessi della “malattia”.

Costante
è il ricatto della psichiatria e spesso impossibile per la
persona il sottrarsi al suo pressante controllo.


A
queste considerazioni non può non seguire una critica della
psichiatria come disciplina in sé. Le presunte cause organiche
delle cosiddette “malattie mentali” rimangono sconosciute, eppure
si ha la pretesa di creare farmaci
che possono curarle.

Si
può dire che la psichiatria sia una medicina fondata
sull’effetto: a partire da un comportamento considerato anomalo e
quindi sintomo di malattia si studiano quelle sostanze psicotrope in
grado di regolarlo a livello cerebrale pretendendo di trovare così
la causa organica del disturbo. Altre volte nuove “patologie”
vengono create a tavolino per smerciare vecchi e nuovi farmaci ed
alimentare il business delle case farmaceutiche facendo leva sui
disagi delle persone.

Non
può che rimanere il dubbio su queste morti, vere e proprie
morti di stato sulle quali è necessario fare chiarezza.

L’invito
è a rompere il silenzio, a denunciare gli abusi psichiatrici
perpetrati ai danni di individui troppo spesso impotenti perché
intrappolati nella solitudine psichiatrica; a distruggere quei miti
di cui la psichiatria si è circondata e spezzare il muro di
silenzio che da sempre la circonda e la difende da attacchi esterni.


Collettivo
Antonin Artaud antipsichitriapisa@inventati.org
tel. 3357002669

Collettivo
antipsichiatrico Viloletta Van Gogh
violettavangogh@inventati.org

Telefono
Viola Milano via dei Transiti (Mi) tel. 02/2846009

CANAPISA 2007

  • January 7, 2008 5:36 pm

ALLE
VITTIME DELLA PSICHIATRIA

Non
c’è da stupirsi che una street-parade antiproibizionista sia
dedicata alle vittime della psichiatria. Antipsichiatria e
antiproibizionismo coesistono infatti da tempo all’interno di un
percorso che contrasta con la logica proibizionista che appoggia la
medicalizzazione di massa. L’attuale
decreto Fini Giovanardi non ha fatto altro che rinforzare il legame
proibizionismo-psichiatria etichettando il consumatore di sostanze
psicoattive come malato mentale da trattare con cure psichiatriche. I
“drogati” diventano così merce per l’industria del
recupero e della riabilitazione sulla base di una doppia diagnosi che
li vede malati mentali in quanto drogati e drogati a causa della loro
malattia mentale. Una doppia ragione per il ricorso alle cure
psichiatriche e un drastico cambio di prospettiva nell’affrontare la
questione del consumo di sostanze che è ora trasformata da una
questione sociale a una questione sanitaria e penale. L’assuntore di
sostanze non è più visto come il “ribelle”, il
“disadattato sociale”, lo “psiconauta alla ricerca di
esperienze altre”, ecc, ma come un malato mentale da curare e la
gestione delle tossicodipendenze è delegata alla macchina
psichiatrica.

Nuovi
orizzonti di business si aprono così per gli imprenditori
della reclusione e della cura della salute mentale. Dietro a tutto
ciò la forte spinta delle multinazionali del farmaco, veri
potentati in grado di influenzare scelte politiche e segmenti di
mercato, ma anche un notevole tornaconto per le istituzioni politiche
che vedono nel farmaco un potente strumento di controllo.

Massiccio
è l’uso di psicofarmaci in ogni ambiente e fascia sociale,
come a dimenticare la pericolosità delle sostanze con le quali
si ha a che fare. Gli psicofarmaci generano fenomeni di dipendenza e
di assuefazione talvolta assai più gravi delle sostanze
illegali classificate come droghe pesanti; inoltre i meccanismi
attraverso cui agiscono sono tutt’altro che noti e spesso causa di
vere e proprie malattie neurologiche.

È
un paradosso difficilmente spiegabile vietare da un lato l’uso di
sostanze psicoattive classificate illegali e dall’altro prescrivere
sostanze psicoattive legali per curare le tossicodipendenze.

Viene
da chiedersi quale sia la reale differenza tra droghe e psicofarmaci,
differenza che sembra davvero ridursi alla prescrizione medica.


Il
collettivo Antonin Artaud è un gruppo di persone che si
propone di sviluppare e diffondere una cultura antipsichiatrica e di
contrastare gli usi e gli abusi della psichiatria attraverso attività
di ricerca e di divulgazione e offrendo ascolto, solidarietà e
supporto legale alle vittime della psichiatria.

Per
info:

antipsichiatriapisa@inventati.org
/
tel.3357002669

www.artaudpisa.blogspot.com

“Roba da psichiatri”

  • January 6, 2008 5:36 pm



Con
la pubblicazione di questo racconto il collettivo Antonin Artaud si
pone come megafono della storia di una giovane donna che da un
momento all’altro ha visto scatenare contro di sé una violenza
inaudita da parte della psichiatria.

La
ragazza è stata condotta in un reparto psichiatrico contro la
sua volontà e contro quella dei suoi familiari, e sottoposta a
un bombardamento farmacologico tale da farle rischiare la vita, che
le ha provocato danni fisici irreversibili.

Abbiamo deciso di rendere
pubblica questa vicenda con l’intento di mettere in luce i veri
meccanismi con cui, in pratica, opera la psichiatria e nella speranza
che sempre più persone trovino il coraggio di denunciare gli
abusi subiti.

~
~ ~ ~ ~

Sono
una ragazza di 33 anni ed abito in Versilia.. Nell’ottobre 2005 ho
subito un T.S.O.

Alcuni
mesi prima mi ero rivolta ad uno psichiatra privato di Massa, il
dottor G.A., per un malessere provocato da una serie di eventi
stressanti che si erano verificati nella mia vita familiare e
lavorativa. Il dott. G.A. mi prescrisse Anafranil 75 mg, 2 compresse
al giorno, Lexotan, 20-30 gocce al bisogno. Mi sentivo un po’ meglio
ma il Lexotan su di me non aveva effetto: o non avevo bisogno di
prenderlo o, se mi trovavo in una situazione che generava
preoccupazione, non era efficace. Così nei mesi successivi
torno un paio di volte dal dott. G.A. chiedendogli di prescrivermi un
ansiolitico diverso. Entrambe le volte mi ha risposto: "No, non
cambiamo farmaco, continua a usare il Lexotan, ne puoi prendere anche
50-60 gocce fino a 3-4 volte al giorno se ne senti il bisogno, tanto
prima che ti avveleni con il Lexotan ne puoi bere anche 2 boccette".
Era presente anche il mio fidanzato ( infatti nei mesi successivi è
capitato che anche lui in situazioni emotivamente difficili assumesse
Lexotan).

Passa
un po’ di tempo, durante il quale io non prendo tutte le gocce che il
dott. G.A. mi ha consigliato, perché mi sembra una dose
esagerata.

Il
10 ottobre io e mia madre abbiamo una discussione, un chiarimento
come succede in tutte le famiglie, niente di particolare: non ci
picchiamo, non volano i piatti. In quell’occasione io prendo le 60
gocce di Lexotan e mia madre vedendomi farlo, teme che possano farmi
male; io le dico che è stato lo psichiatra. a dirmi che potevo
prenderle e lei lo chiama per chiedergli se era vero. Lui per
telefono nega, forse rendendosi conto di avermi consigliato una cosa
assurda, per evitare una figuraccia. Dice a mia madre che avrebbe
mandato il 118 e parlato con il medico dell’ambulanza dicendogli di
prescrivermi un altro farmaco, e riaggancia senza darle la
possibilità di rispondere.

Dopo
10 minuti arrivano sotto casa mia due ambulanze, una per me e una per
mia madre, come spiegato la sera stessa a mia madre da uno psichiatra
del reparto. La dott.ssa A.B. di Massa entra in casa parlando al
telefono col dott. G.A.; si rivolge a mia madre e a mia nonna in modo
aggressivo, ordinando loro di uscire dalla stanza. Io rimango lì,
seduta sul divano, mentre la dott.ssa A.B. continua a parlare per
telefono con lo psichiatra. Non mi guarda, non mi visita, non mi
chiede niente, non mi chiede cosa è successo né come mi
sento. Io chiamo mia mamma per chiederle di portarmi il telefono e
lei rientra nel salotto. La dott.ssa A.B. la affronta urlando: "Cosa
ci fa lei qui, le ho detto di andarsene!" Mia madre si arrabbia
e le risponde: "No, a questo punto se ne va lei". La
dott.ssa minaccia: "Guardi che chiamo i carabinieri" e mia
madre: "No, i carabinieri li chiamo io!", riuscendo a far
uscire la dott.ssa. Ma le ambulanze non se ne vanno: rimangono lì,
davanti al cancello.

Mia
madre, spaventata dall’atteggiamento dei sanitari, chiama un suo
conoscente, il maresciallo dei carabinieri L.L., che viene insieme a
un collega. Il maresciallo mi propone di chiamare il suo medico di
famiglia e io accetto, perché dopo la discussione e la venuta
delle ambulanze sono spaventata: il comportamento della dott.ssa A.B.
mi aveva terrorizzata. Arriva il medico, dott. G.L. e si rende conto
che la situazione non è poi così grave; mi fa mezza
fiala di Valium. Mentre il medico mi fa l’iniezione i carabinieri
dicono alla dott.ssa A.B. di andarsene perché non c’è
bisogno di lei, non c’è bisogno di niente.

Le
ambulanze se ne vanno, ma dopo circa 10-20 minuti tornano con un
provvedimento A.S.O. (accertamento sanitario obbligatorio) firmato
dal sindaco e richiesto dalla dott.ssa A.B., medico non psichiatra
(del 118 di Massa, mentre io sono della provincia di Lucca, cioè
fuori dalle sue competenza territoriali)

Non
c’era l’urgenza di un di fare un A.S.O. altrimenti perché non
lo aveva proposto il dott. G.L.? La situazione era calma, io non
rifiutavo le cure, il medico era venuto a casa mia facendomi
un’iniezione: mancavano le condizioni necessarie per un ricovero
ospedaliero.

L’A.S.O.
in ospedale verrà trasformato in T.S.O. (trattamento sanitario
obbligatorio) con la motivazione di "agitazione psicomotoria".
Dopo essere stata portata via da casa con la forza, mentre non stavo
facendo niente, da una dottoressa che si è presentata senza
essere stata chiamata, "agitazione psicomotoria" è
proprio il minimo che potessi avere!

Mia
madre non vuole far entrare il personale dell’ambulanza così
loro forzano il cancello, entrano con la forza e la legano, braccia e
gambe, per impedirle di difendermi. Mia nonna è spaventata e
grida, ma un infermiere le dice di stare zitta. La dott.ssa A.B. mi
dice che devo seguirla, altrimenti mi avrebbe portata via con la
forza. Salgo sull’ambulanza e piango, sono spaventata e piango, dico
che voglio dormire , che voglio essere lasciata in pace e voglio
dormire. Sull’ambulanza mi viene fatta una fiala di Largactil.

Mi
portano in psichiatria, mi lasciano lì e nessuno mi dice
niente. Io piango, sono spaventata, sia a causa della scena violenta
avvenuta poco prima a casa, sia perché non capisco per quale
motivo sono stata portata lì in quel modo, senza aver fatto
nulla. Non posso uscire e non so quando potrò uscire. Gli
psicofarmaci che ho assunto non mi calmano ed anzi pregiudicano la
mia capacità di comprendere quanto sta succedendo così
come la mia capacità di esprimermi chiaramente.

Da
questo momento non ricordo più niente fino a parecchie ore
dopo, quando mi sveglio legata al letto senza sapere il perché
e senza neanche il coraggio di chiederlo. Cerco di restare calma; non
reagisco, non chiedo niente ed accetto tutto, perché capisco
che reagire potrebbe essere pericoloso. Sono terrorizzata. Mi
lasciano ancora a lungo legata al letto, fino alla sera, all’orario
delle visite, quando mi tolgono le cinghie perché mia madre
non mi veda in quel modo. La fanno entrare dopo averle perquisito la
borsa, accompagnata da due guardie giurate con la pistola bene in
vista.

Mia
madre si rivolge subito ad un avvocato ed il 13 ottobre verrò
dimessa.

Durante
il T.S.O. vengo trattata con psicofarmaci, prevalentemente
neurolettici, soprattutto il primo giorno: Largactil, Tavor, Valium,
Risperdal, Stilnox….

Naturalmente
nessuno si preoccupa di capire se la mia agitazione possa in realtà
essere dovuta ai farmaci precedentemente assunti: le benzodiazepine
(Lexotan, Valium, Tavor) possono provocare stati d’agitazione e i
neurolettici (Largactil, Risperdal) possono anch’essi provocare forti
stati di agitazione psicomotoria (acatisia) e addirittura portare a
delirio e allucinazioni. Non mi hanno fatto esami del sangue volti a
chiarire se la situazione potesse essere dovuta a reazioni paradosso
agli psicofarmaci, ma hanno continuato a somministrarmene fino a
stendermi.

In
reparto dormo costantemente e sbavo continuamente. Nei momenti in cui
mi risveglio mi trovo tutti i capelli appiccicati al viso e al
cuscino, tutti pieni di saliva.

All’orario
dei pasti non mi è permesso alzarmi dal letto per mangiare
nella sala, come fanno tutte le altre degenti. Non posso uscire dalla
stanza. Solo il quarto giorno, poco prima di essere dimessa, mi viene
permesso di pranzare nella sala, così chiedo ad una ragazza
come si trovi in quel reparto e lei mi risponde: "E’ come un
carcere".

Durante
il T.S.O. nessun medico mi visita. La terza sera passa il primario,
M.D.F. seguito da altri psichiatri, a cui dice riferendosi a me:
"Questa ragazza non ha niente, ha solo litigato con la madre"
e passano oltre.

Sempre
la terza sera vedo un’altra cosa che mi sembra un po’ strana: passa
l’infermiera con il carrello dei farmaci dove ci sono tutti i
bicchierini con le pasticche e i nomi delle ricoverate. Dentro i
bicchierini c’è sempre lo stesso farmaco in diverse dosi:
Risperdal, un neurolettico. Così tutte assumevamo lo stesso
farmaco, a prescindere da quali fossero i disturbi lamentati e dal
perché ci trovassimo lì.

II
quarto giorno, quando vengo dimessa, vengo sottoposta ad un colloquio
con la dott.ssa M.G.. Lei mi fa diverse domande e io rispondo con
calma. Diversi mesi dopo, quando ritiro e leggo la mia cartella
clinica, mi accorgo che lei ha selezionato e strumentalizzato le mie
parole, rigirandole in modo da giustificare una diagnosi di disturbo
ossessivo compulsivo.

Esattamente
in quell’occasione dissi che la mia vita nell’arco dell’ultimo anno
era cambiata completamente e che si erano verificate molte situazioni
problematiche. Ero costantemente preoccupata, al punto che non
riuscivo a smettere di pensare a come avrei potuto risolvere tutte
quelle situazioni nuove che si erano presentate: la mia mente era
sempre occupata nella ricerca di una soluzione per i miei problemi
pratici. Tutti questi problemi mi avevano buttato giù di
morale e per questo mi ero rivolta al dott. G.A.. Raccontai
di come la meditazione, disciplina che praticavo da anni, mi fosse di
grande aiuto in quel periodo. Questa consiste in pratiche di
concentrazione volte a calmare il pensiero che è
indisciplinato, tendiamo cioè a pensare e reagire in modo
automatico secondo modelli precostituiti ed abitudinari. Mediante
questo allenamento è possibile imparare a pensare in modo
attivo, slegato dai modelli abitudinari di pensieri e reazioni, al
fine di risolvere in modo creativo i problemi che si presentano in
base alla situazione presente, adottare soluzioni nuove a nuovi
problemi, anziché vecchie soluzioni a nuovi problemi.

Leggendo
la cartella clinica mi accorgo anche che sugli appunti del 10 ottobre
ci sono delle cose che io ho detto il 13 ottobre alla dottoressa
M.G.: mi sembra improbabile se non impossibile che io abbia detto le
stesse cose e con le stesse parole in due momenti diversi.

Vengo
dimessa con un prescrizione di Risperdal, 7,5 mg al giorno, un
dosaggio anche abbastanza alto di un farmaco pericoloso, che tra
l’altro non è neanche adeguato alla diagnosi (di un disturbo
che non ho!). Naturalmente non vengo avvertita dei rischi, non mi
viene data alcuna informazione sul farmaco, che mi viene consegnato
direttamente dalla dott.ssa e dalla cui confezione manca il foglietto
illustrativo.

Sempre
al momento della dimissione vengo informata, insieme a mia madre e al
mio fidanzato, che mi è stata fatta una puntura e che dovrò
tornare lì a ripeterla. Tale iniezione nella cartella clinica
non è stata annotata!

Subito
prima di essere dimessa viene a parlarmi anche il primario: dice di
aver litigato per telefono con il dott. G.A. e che non devo prendere
mai più Anafranil, che DEVO
scegliere uno psichiatra della struttura e andare lì a
curarmi. Dice che DEVO prendere
assolutamente il Risperdal (strano perché la sera prima aveva
detto che io non avevo niente!).
Mi parla con un tono di voce
piuttosto autoritario, ripetendo le cose più volte come se si
rivolgesse ad una persona che non capisce, mentre io ero solo
intontita dai farmaci. Dice al mio fidanzato che non deve farmi
tornare a casa, che deve tenermi lontano da mia madre e che se non si
prende questa responsabilità non mi faranno uscire (ma che ne
sa dei miei rapporti con mia madre, visto che non aveva mai parlato
né con me né con lei?).

Tornata
a casa sto molto male, sia a causa della violenza subita, sia a causa
dei farmaci che continuo a prendere credendo di averne bisogno.

Sbavo,
non riesco a parlare correttamente, quando cammino inciampo spesso e
cado; incontinenza, insensibilità al dolore, la luce mi da
fastidio e i miei sensi sono ovattati; mi viene febbre e una
bronchite che durerà fino alla metà dell’estate 2006.
Non riesco a far niente, non trovo la forza di alzarmi dal letto,
vestirmi e uscire; non riesco più a pensare in modo attivo, ad
applicarmi nella ricerca di soluzioni pratiche ai miei problemi
quotidiani. Non riesco a concentrarmi su niente, a leggere e neanche
a guardare programmi televisivi. Piango spesso, perché la mia
vita è completamente cambiata in modo violento e improvviso in
seguito al T.S.O.. Ho delle macchie marroni nell’occhio destro e
tutta la parte sinistra del viso è eccessivamente rilassata e
cadente, mentre la parte destra è contratta; ho spasmi intorno
agli occhi e quando parlo storgo la bocca verso destra.

Stavo
sempre peggio e non avevo idea che quelli fossero effetti collaterali
del Risperdal che provoca ansia, tristezza, sofferenza interiore
molto forte e mancanza di voglia di agire.

Ho
continuato a prendere il Risperdal per circa 1 mese.

Durante
questo periodo il mio fidanzato, vedendo che stavo peggiorando a
vista d’occhio, si rivolse al reparto per chiedere cosa dovevo fare,
ma venne fermato da un infermiere che gli disse: "Non la
riportare assolutamente qui, perché te la ricoverano di nuovo
e alla fine te la rovinano del tutto".

Dopo
un mese trovo un libro, "Chimica per l’anima", capisco cosa
sono i neurolettici e interrompo di colpo e di mia volontà
l’assunzione del Risperdal.

Stavo
molto male e mi ero rivolta nuovamente al dott. G.A. Nella confusione
dell’accaduto e a causa dei farmaci che limitavano la mia capacità
di comprensione degli eventi, non avevo capito che era stato lui a
farmi ricoverare, io credevo fosse stata la dott.ssa A.B.

Ci
torno diverse volte e lui cerca di mettere me e il mio fidanzato
contro mia madre e il mio fidanzato contro di me. Ci fa credere che
la dott.ssa A.B ha richiesto l’ASO a causa del comportamento di mia
madre. Continua a insistere sia con me che con il mio fidanzato che è
mia madre la causa del mio malessere, che mi avrebbe rovinato la vita
(cosa che diceva spesso anche prima del T.S.O.) e che è lei
che deve essere curata.

Insiste
così tanto che alla fine io e il mio fidanzato convinciamo mia
madre a fare una visita con lo psichiatra che ci consiglia: un certo
dott. B.A. Mesi dopo leggerò sulla mia cartella clinica il
nome dello psichiatra che ha richiesto il T.S.O. mentre ero in
reparto: il dott. B.A., lo stesso amico del dott. G.A. da cui avevamo
portato mia madre! Ripensandoci, ricordai come tale dott. B.A.
durante la visita con mia madre sembrasse molto imbarazzato: io non
lo avevo riconosciuto, ma lui probabilmente si ricordava di me.

Il
dott. G.A. insisteva anche su un’altra cosa: io dovevo andare via da
casa di mia madre. Cercava di convincere il mio fidanzato a vendere
la sua casa a Massa per prenderne una per me ad Ortonovo, dove lui,
così disse, aveva il controllo del 118. Gli disse
letteralmente: "Così, se la porta ad Ortonovo, ce l’ho
sotto la mia cappella"; questo potrebbe anche significare "sotto
il mio controllo", ma è anche un doppio senso osceno
perché in dialetto cappella significa glande. Mi soffermo su
questo particolare poiché lo psichiatra mi aveva già
fatto domande strane in passato, del genere "Ma tu desideri il
tuo fidanzato? Non è che hai fantasie sessuali verso uomini
più anziani di te, figure paterne, che ti diano un senso di
autorità e potere?". Queste cose le avevo anche riferite
al mio fidanzato, ma lui, plagiato com’era, mi rispondeva che secondo
lui erano domande normali, che ero io a trovarle strane "Perché
mi fisso, perché sono ossessiva compulsiva", come gli
aveva insegnato a dire il dott. G.A..

Il
mio ragazzo era preoccupato per me e lo aveva chiamato per telefono
diverse volte, a mia insaputa, chiedendogli cosa poteva fare per me,
come mi poteva aiutare (io piangevo sempre ma lui non poteva sapere
che la causa erano i neurolettici). Egli gli aveva risposto che lui
non poteva fare niente per me, "Che la cosa migliore era
lasciarmi nelle sue mani, perché solo lui poteva curarmi,
perché io ero gravemente malata e non mi rendevo conto della
mia malattia. La scelta migliore sarebbe stata lasciarmi, altrimenti
io avrei rovinato anche la sua vita, tanto oramai io non sarei stata
più bene, sarei costantemente peggiorata, e le persone malate
di mente distruggono la vita a chi gli sta vicino."

L’ultima
volta che vado dal dott. G.A, c’è una signora in sala
d’aspetto: è in cura da lui da 10 anni con psicofarmaci
neurolettici; racconta diverse cose sulla sua vita e su come l’ha
curata il dott. G.A.. Sembra innamorata di lui! Quando il dottore
arriva io, già insospettita dalle parole di questa donna, noto
che i due hanno un modo di parlare strano, eccessivamente
confidenziale, come se ci fosse tra loro qualcosa che va al di là
del normale rapporto che si instaura tra un medico e una paziente.
Quindi collego diverse cose tra loro e quando parlo col dottore porto
il discorso sul T.S.O., fingendo di incolpare mia madre e
conducendolo così ad ammettere che era stato lui a farmi
finire in psichiatria: lo ammette sia davanti a me, sia poco dopo,
quando faccio entrare mia madre.

Racconto
tutto al mio fidanzato e decido di non tornare più a quelle
visite: il mio fidanzato, convinto dallo psichiatra durante una
telefonata avvenuta subito dopo quest’ultima visita, mi lascia e
rimaniamo separati per alcuni mesi. Diversi mesi dopo, quando il mio
fidanzato capisce cosa era successo veramente telefona di nuovo al
dott. G.A. dicendogli: "Ma cos’ha fatto! Ha fatto il TSO alla
mia ragazza e le ha rovinato la vita. Ha rovinato anche il nostro
rapporto, per colpa sua ci siamo lasciati". Il dottore gli
rispose con un tono di presa in giro: "Oh, mi dispiace, mi
scusi", Il mio fidanzato gli disse: "Ma guardi che noi la
denunciamo" e G.A. rispose: "Fate pure. Tanto io sono una
persona potente e la sua ragazza l’ho fatta passare per matta e
nessuno le crederà mai.".

Mi
rivolsi ad un altro psichiatra raccontandogli di stare male a causa
del TSO: questo faceva finta di credermi ma non mi credeva. Stavo
molto male: tutto quello che era accaduto era stato un grande trauma
e la mia vita era completamente cambiata. Malgrado l’abuso subito non
mi rendevo conto di quanto fosse pericoloso il mondo della
psichiatria e continuavo a pensare che con me avevano commesso un
errore, che avevo incontrato gli psichiatri sbagliati, che si era
verificato un malinteso iniziale che aveva portato al disastro.
Continuavo a cercare lo psichiatra giusto, il farmaco giusto.

Le
umiliazioni che ho subito da parte dei medici sono innumerevoli:
concludevano tutti che se mi avevano fatto il TSO e dato i
neurolettici voleva dire che ero malata. Partivano da questo
pregiudizio e non c’era assolutamente nessun modo di spiegare come
erano andate le cose. Mi prescrivevano sempre nuovi farmaci:
Cymbalta, Anafranil, Nopron, Tavor, Valium, Xanax, Lamictal,…. Si
verificavano continuamente incomprensioni ed equivoci che potevano
espormi al rischio di altri trattamenti dannosi e non necessari.

Questo
è continuato fino all’agosto 2006. In quel periodo ero ormai
convinta che non sarei mai più stata serena e felice, che la
mia vita era finita e che tutto ciò che mi rimaneva era
soffocare la mia sofferenza attraverso il Tavor che mi permetteva di
sopravvivere, almeno finché avesse funzionato.

Ho
cominciato ad informarmi a proposito dei farmaci attraverso internet
e mi sono resa conto che abusi come quello che avevo subito io, o
anche peggiori, succedono continuamente in psichiatria. Ho visto come
molte persone stiano male a causa degli psicofarmaci. Attraverso un
libro sono venuta a conoscenza della storia della psichiatria, della
sua ideologia e dei metodi brutali da essa adottati nel corso dei
secoli.

È
stato uno shock, piangevo continuamente. È stato come se,
oltre alle mie sofferenze, mi fossero piombate addosso anche quelle
di milioni di persone danneggiate dalla psichiatria nel corso dei
secoli e nel presente.

Un
medico a cui ho raccontato l’abuso subito mi ha creduto. Gli dissi
che volevo smettere gli psicofarmaci perché non volevo più
assolutamente avere contatti con la psichiatria così mi ha
fatto uno schemino per scalare i farmaci.

Smettere
i farmaci è stato come un salto nel buio, perché avevo
paura di averne bisogno, ma a quel punto la mia convinzione era che
se tanto dovevo stare male, potevo farlo benissimo anche senza
psicofarmaci e senza psichiatria. Invece con il passare dei mesi sono
stata progressivamente meglio: non sono più triste né
disperata né spaventata né ansiosa e non penso più
che la mia vita sia finita.

Psicologicamente
sto bene. Soprattutto non sono più drogata dai farmaci, ho
recuperato la mia lucidità così come la mia capacità
di interpretare correttamente gli eventi e il mio autocontrollo. Ho
ricominciato a vivere e a coltivare i miei interessi e adesso ho
tantissimi amici che mi stimano e che, conoscendomi bene, non
riescono a comprendere come sia potuta accadere a me questa vicenda
così assurda. Anche il rapporto con il mio fidanzato, che il
dott. G.A.. aveva rovinato, è tornato soddisfacente, grazie
alla mia determinazione di far chiarezza sull’accaduto e di
riprendere in mano la mia vita.

Comunque
a distanza di 2 anni dal T.S.O. continuo a soffrire di movimenti
involontari del volto e talvolta anche degli arti che sono stati
causati dai neurolettici. Spesso, a causa di questi spasmi, mi mordo
l’interno della bocca durante la masticazione, procurandomi ferite.
Inoltre rischio di soffocare, poiché cibi e pasticche mi vanno
per traverso, a causa della riduzione della capacità di
controllare i miei movimenti volontari.

I
medici che mi hanno visitato per questi disturbi mi hanno detto che
molto probabilmente oramai non passeranno più. Discinesia
tardiva e distonia tardiva. Non esistono neanche cure specifiche per
ridurre questi movimenti che sono molto fastidiosi, insistenti e
accompagnati da dolore tipo nevralgia.

Questi
spasmi rendono tutte le mie ore di veglia senza pace, senza riposo;
danneggiano la mia immagine e mi è molto più difficile
trovare un lavoro (io ho lavorato in un negozio ed ho esperienza come
commessa): molte persone a cui mi sono proposta, vedendo le smorfie
sul mio volto, mi hanno trattato con eccessiva gentilezza, una
gentilezza compassionevole, dopo di che non mi hanno richiamato.

Magari
molte persone mi potrebbero giudicare "malata psichica" a
causa di questi movimenti, non sapendo in realtà che sono
stati i farmaci a provocarli; e poi anche qualora lo sapessero
penserebbero che siccome ho preso i farmaci probabilmente ne avevo
bisogno.

MA
NON SONO IO A DOVERMI VERGOGNARE PER QUESTA FACCIA DA MANICOMIO!

Ciò
influenza negativamente la mia vita sociale e lavorativa, presente e
futura, nonché la qualità della mia vita. La
meditazione, che io praticavo da moltissimi anni e che era per me un
elemento di arricchimento, non potrò più praticarla a
causa di questi spasmi. Così come non potrò più
coltivare un’altra delle mie passioni, lo snorkeling, non potendo
sopportare la maschera sul volto ed avendo perso, dopo il T.S.O., la
capacità di nuotare.

LA
MIA VITA È COMPLETAMENTE CAMBIATA, CAMBIATA PER SEMPRE. HO UN
DANNO PERMANENTE, PERCHÈ? PERCHÈ MI HANNO "CURATO"
CONTRO LA MIA VOLONTÀ!!!

Anche
per cercare di capire cos’era questo disturbo ho dovuto subire
moltissime umiliazioni dai medici. Mi sono rivolta a diversi
neurologi e ne ho dovuti girare parecchi prima di trovarne uno
disposto a fare gli accertamenti. Uno di loro, dopo cinque minuti,
sulla base del fatto che avevo preso per un periodo antidepressivi e
per un altro neurolettici, mi chiese se avevo il disturbo bipolare!
Ad un altro, che mi aveva fatto la stessa scena, chiesi come si fosse
permesso di farmi una diagnosi dopo 5 minuti solo basandosi sui
farmaci che avevo preso e senza considerare che il TSO era stato un
errore. Mi rispose che se me lo avevano fatto sicuramente avevano
ragione, "Sono sicuro che lei è matta e che di TSO gliene
faranno ancora tanti nella vita, anzi se non se ne va glielo faccio
fare io".

~
~ ~ ~ ~

La
psichiatria ti toglie la dignità.

Ti
possono fare veramente di tutto perché sanno che non puoi
difenderti. Tutto quello che dici o che fai non ha più alcun
valore, anzi tutto viene strumentalizzato per essere usato contro di
te, come ulteriore prova della tua "malattia mentale". I
trattamenti ti possono venire imposti con la forza e tu non li puoi
discutere né rifiutare, perché questo è
considerato rifiuto della terapia e ulteriore segno di "malattia
mentale". Non puoi dire che un determinato farmaco ti fa male
perché sei considerato "malato mentale" e quindi non
in grado di capire di cosa hai bisogno (come se potessero sapere
meglio di te come ti senti!). Se poi dici che non sei malato di mente
ma che stai male per qualche situazione contingente allora sei ancora
più grave perché non ti rendi conto della tua
"malattia". La tua vita non ti appartiene più e se
subisci delle violenze queste non sono poi così facili da
dimostrare, perché sei screditato, perché sei
considerato il "matto" che va a raccontare di aver subito
un ingiustizia da parte del suo psichiatra, il quale è
considerato autorevole, attendibile e di indubbia moralità. Il
tuo "delirio di persecuzione" sarà un ulteriore
prova della gravità della tua "malattia",
un’ulteriore scusa per sottoporti a ulteriori trattamenti.

È
facile entrare in questo meccanismo anche per cose banali e rimanere
coinvolti in un susseguirsi di circostanze da cui si potrebbe anche
non uscire mai più, anzi da cui spesso non si esce mai.

Quando
dobbiamo superare momenti difficili della vita, la società, le
persone che ci stanno vicine, le opinioni autorevoli ci insegnano che
si può ricorrere all’aiuto di uno psichiatra e degli
psicofarmaci, per superare il periodo. Ci viene insegnato che le
emozioni negative sono malattie, non normali risposte dell’uomo agli
eventi esterni. Ci viene insegnato che si deve essere sempre contenti
e soprattutto attivi, tirare avanti in qualsiasi circostanza ed
essere come gli altri ci vogliono altrimenti siamo "malati"
e ci si deve rivolgere ad uno psichiatra.

LE
EMOZIONI NEGATIVE NON SONO MALATTIE.

L’abuso
psichiatrico è una violenza che investe il soggetto in tutti i
piani dell’essere: fisico, mentale, sociale, emotivo, etc.. Penso che
sia una delle esperienze peggiori che si possono fare nella vita. È
una totale privazione del diritto di gestire la propria vita; è
peggio del carcere: non si è accusati di un reato ma di un
pensiero, non c’è un processo, non si ha diritto ad una
difesa.

Loro
vogliono chiamarsi medici dell’anima ma sono come poliziotti della
mente. IL LORO FINE NON E’ IL BENESSERE DEL PAZIENTE, MA IL CONTROLLO
E LA REPRESSIONE DELLE MANIFESTAZIONI ESTERNE DELLE SUE SOFFERENZE.

Ascoltano
i loro pazienti a partire da una diagnosi fatta superficialmente e
questa diagnosi costituisce un pregiudizio, perché non si può
assolutamente "vedere" chi ci sta davanti quando partiamo
dalla convinzione che ogni pensiero e ogni comportamento siano frutto
di un processo psicopatologico.

GLI
PSICHIATRI PRESCRIVONO TRATTAMENTI CHE DISTRUGGONO FISICAMENTE I
PROPRI PAZIENTI E LO FANNO CONSAPEVOLMENTE !!!

LORO,
SONO “SANI DI MENTE” ?!

L’Analista Analizzato: La patologia del “dissenso”

  • January 6, 2008 5:31 pm

Come collettivo antipsichiatrico pubblichiamo il racconto
della storia personale di Lucia Maria Catena e la recensione del suo
libro "l’analista analizzato".Ci sembra giusto e
importante dare spazio e voce alle persone che hanno subito abusi in
psichiatria e che vogliano come noi lottare per smascherare gli
effetti nefasti e nocivi che la psichiatria produce sull’intera
società.


L’Analista Analizzato:
La patologia del “dissenso”

A distanza di anni, non so
ancora chi forse in Cielo mi ha aiutata, ma se non avessi avuto quel
barlume di lucidità, che all’epoca, contro tutti e contro
tutto, mi fece scegliere liberamente e consapevolmente di risolvere i
miei gravissimi problemi personali, senza alcun aiuto farmacologico e
nessun supporto psicoterapico, non sarei ancora in vita.

Sono venuta a contatto con
gli psicofarmaci e con il mondo della psichiatria, per caso, quando
ignara di tutto, stavo preparando l’esame di diritto amministrativo
alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Mio padre, violento
in famiglia da sempre, alcolista da qualche tempo, finì in
ospedale in gravissime condizioni per morirvi dopo pochi mesi. Io,
per molti anni, fin da bambina, avevo abusato del cibo, all’interno
della mia famiglia violenta e distruttiva, ingozzandomi
ripetutamente.

Mi indirizzarono da coloro
che, secondo molti, mi avrebbero aiutata in ogni caso. Primo dono: un
pacchetto di ansiolitici, da prendere al bisogno, mentre, tentavano,
in tutti i modi, di sottopormi ad una psicoterapia, non richiesta e
non gradita, mentre la mia disperazione e la mia sofferenza
crescevano ogni giorno di più. Mi rivolsi allo stesso
operatore per più di un anno, senza alcun risultato, mentre le
mie condizioni fisiche peggioravano ed il mio peso aumentava. Le cose
non cambiarono quando andai altrove. Mi prescrissero psicofarmaci:
dal Prozac, ad altri. Poi arrivarono i neurolettici, mentre cercavo
di spiegare disperatamente, non ascoltata, a queste persone che con
le chiacchiere non si esce dalla disperazione, specialmente quando in
casa hai una madre totalmente invalida, senza risorse economiche,
senza lavoro e senza futuro, anche con una laurea in Giurisprudenza,
in terra di mafia! Mentre il contrasto fra le loro eccellenti
teorizzazioni ed i miei principi e valori di vita, diveniva
incolmabile. Ad un certo punto, finii in ospedale per “Impregnazione
neurolettica.”

Ho rischiato di morire. Mi
disintossicarono e gli specialisti psichiatri della clinica dove mi
avevano portata mi chiesero come mai prendessi così potenti
psicofarmaci e come mai me ne fossero stati prescritti per anni di
tutti i tipi, visto, che, dopo un mese di osservazione all’interno
della loro struttura, non avevano riscontrato in me alcuna patologia!
Per loro ero perfettamente sana! Il problema dell’abuso del cibo
era solo dovuto alle vicende distruttive familiari. Avevo
semplicemente sfogato la disperazione sul cibo. Si poteva benissimo
correggere con. un po’di serenità e di quiete, costruendo la
mia vita. Ed allora tutti gli psicofarmaci prescritti?.. per quale
patologia? Le domande sorgevano spontanee. Rifiutai ogni prescrizione
farmacologia di neurolettici. Ritornai al Servizio dove mi volevano
ancora somministrare altri psicofarmaci potentissimi, se avevo voglia
di prenderne. Non ero certo guarita dalla mia gravissima
patologia…poi, dissero a mia madre che potevo anche optare per un
ricovero in ospedale, dove mi avrebbero sedata…Rifiutammo ogni tipo
di aiuto. Ancora non ci rendevamo conto di cosa fosse successo.
Incominciammo a richiedere la mia documentazione medica e le
Strutture incominciarono a rifiutarcela. Mi rivolsi così
all’avvocato presso il quale facevo praticantato legale. Con la
minaccia di una denuncia, ci fornirono quanto richiesto e dovuto.
Qual’era questo mio famoso malanno da curarmi a tutti i costi…o
meglio, che desideravano così ardentemente di curarmi? Non ci
è dato sapere… In una cartella avevo la personalità
disturbata a vario titolo, patologie gravissime irreversibili
(diagnosi postuma: sfornata al momento dell’intimazione legale!);
in un’altra la bulimia. In un’altra ancora non avevo niente (ma
gli psicofarmaci me li volevano dare lo stesso…Malata di che…?).
Di una stessa struttura esistevano addirittura due copie di cartelle.
Quale era la veritiera? Mistero…Però una cosa saltava agli
occhi, evidentissima…avevo contestato… forse troppo…ribellandomi
alle loro amorevoli cure…avevo fatto troppo di testa mia…pensato
troppo…Di certo non mi avevano curata e neppure guarita…

Allarmati, visto che non
riuscivamo a capire nulla, ci siamo rivolti ad un primario: il
Professore Mario Meduri di Messina, che, dopo visita accurata e vari
test di tutti i tipi, ripetuti presso un’altra struttura pubblica,
con il medesimo risultato (Perfettamente sana!), mi disse che non
avevo bisogno di psicofarmaci e che l’ingozzamento di cibo in tutti
quegli anni, si chiamava bulimia, ed era dovuto ai problemi
familiari.

Partì la denuncia
verso la Magistratura. Senza soldi e senza perito, quello bravo e
pagato bene, che metta in luce gli effetti distruttivi dei
psicofarmaci e l’assurdità di certo sistema, non hai
giustizia. Neppure in sede civile, perché la Giustizia in
Italia ha un costo economico non indifferente, e noi non rientravamo
neppure nel gratuito patrocinio, per pochi spiccioli! Non abbiamo
neppure potuto proporre un giudizio di danni, anche qui il perito
andava pagato, ante-causam ed in corso di causa. I reati, di falso in
atto pubblico è difficile dimostrarli. L’esposto, dopo anni,
fu archiviato per prescrizione. I reati di falso si erano prescritti!
Nessuna considerazione nel merito. Nessuna giustizia per anni di
inferno. La mafia dei colletti bianchi aveva vinto, come sempre…gli
amici degli amici…Avanti un altro da distruggere! E’ forse
scienza questa? Cosa sta succedendo?

In cura per cosa?…Ci
siamo chiesti tutti, familiari ed amici…La “patologia del
dissenso?” Per caso…visto che avevo avuto la felice idea di
andare, come mio solito, a ficcare il naso dove non avrei dovuto e
fare domande che non avrei mai dovuto fare…inopportune…contestatrici…

Quando rifiutai ogni aiuto
ero distrutta fisicamente. Tutti gli psicofarmaci provocano danni
collaterali, a cominciare dalla perdita della memoria, molto spesso
indimostrabili, in un campo dove impera l’arbitrio. Il mio peso era
di centotrenta chili ed oltre e i miei ormoni non rispondevano più.

Mi curò un medico
ginecologo, il dottore Oriente Antonio, gratuitamente, al quale devo
la mia vita e la mia salute.

I miei problemi personali
legati al cibo, con il suo carico di sofferenza e di disperazione, li
ho affrontato con l’aiuto prezioso delle persone che mi amano. Il
resto è venuto da sé, dopo che ho chiuso per sempre con
i veleni legalizzati e con qualunque tipo di approccio psichiatrico e
similari. Abilitazione all’esercizio della professione legale e dal
gennaio 2002 esercizio di funzioni giudiziarie onorarie presso il
Tribunale di Patti, distretto di corte d’Appello di Messina, con
all’attivo centinaia di Sentente e provvedimenti nel campo civile;
dando così il mio contributo all’Amministrazione della
Giustizia, crescendo umanamente e professionalmente, tra la stima e
l’affetto dei Magistrati, dei colleghi e degli Avvocati. A tutti un
grazie di vero cuore.

Presto ci sarà un
sito: www.analistaanalizzato.it, dove raccoglierò la mia
storia personale, con tutti i documenti storici connessi, per dare
voce a chi non ha voce, attraverso questa mia opera prima, l’Analista
Analizzato, edita dalla Casa Editrice Progetto Cultura 2003, e donare
un forte messaggio di speranza alle numerose persone disperate che
vengono sistematicamente distrutte nel tentativo assurdo di curargli
sola la disperazione…”malati di niente!”


L’Analista
Analizzato” edizioni Progetto cultura 2003

di Lucia Maria Catena


Il libro

In tutti i mezzi di
comunicazione di massa televisivi e non vi propinano che gli
psichiatri, gli psicologi e similari, con le loro psicoterapie varie
e con i loro psicofarmaci vi salvano dalla violenza familiare, dalla
bulimia, dall’anoressia e da ogni genere di vostro disagio…
psicologico e non. Anzi, costoro sarebbero i nuovi Salvatori
dell’umanità, i “nuovi santi guaritori, gli specialisti
dell’anima”: pillolette della felicita! E vai sicuro!
Psicoterapia? Ti libera dal male! Ma vi siete mai chiesti quale
grande distruzione possono portare tali sistemi di cura assolutamente
non scientifici alla nostra salute fisica e mentale? Quale assurda
manipolazione dell’interiorità delle persone più
deboli si cela nel termine “psicoterapia”? Se lo desiderate, il
mio Analista… analizzato ve ne parlerà. E vi farete anche
quattro sane risate…


L’autrice

Lucia Maria Catena Amato
nasce a Palermo nel 1969. Vive a Santo Stefano di Camastra (ME).
Laureata in Giurisprudenza, è abilitata all’esercizio
professionale di Avvocato. Dal gennaio 2002 esercita funzioni
giudiziarie onorarie presso il Tribunale di Patti, distretto di Corte
d’Appello di Messina.

BIBLIOGRAFIA

  • January 6, 2008 5:23 pm



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CurcioR.-Valentino N.- nella città di Erech-sensibili alle
foglie

*
Fanizzi N. – Lasciateci stare- ed.sensibili alle foglie

*
Foucault M. – Sorvegliare e punire- Einaudi.


*
Foucault M. -Storia della follia nell’età classica-Bur saggi


*
Foucault M. -Malattia mentale e psicologia-raffaellocortina editore


*
Focault M. -Nascita della Clinica-einaudi

*
Forti L. – L’altra follia- Feltrinelli.

*
Gamna G. – Una rivolta in manicomio.- Ed. Seb 27

*
Gazzola C. Siddi L. – Il desiderio, il controllo, l’eresia.- Ed. La
fiaccola

*
Geoffrey C. -psicoterapia nel terzo reich-ed. bollati boringhieri

*
Goffman E. – Asylum- Einaudi.


*
Goffam E. – le istituzioni totali- einaudi


*
Goffam E. – stigma. l’identità negata- Giuffreè


*
Gramaglia G. – Filofollesofia-sensibili alle foglie

*
Grinspoon L. -Marijuana- Urra


*
Gunter A. – no drugs no
future-feltrinelli

*
Laing R.D. – La politica dell’esperienza.


*
Laing R.D. – L’io diviso


*
Laing R.D. Esterson A. – normalità e follia nella famiglia


*
La passade G. – dal candomblè al tarantismo-sensibili alle
foglie


*
Maranta F. – Vito il recluso- ed.sensibili alle foglie


*Minelli P. e D’oronzo M.R.-sorvegliato mentale-ed.nautilius

*
Millet K. -il trip della follia-kaos

*
Moreau J. -l’hachish 1845- sensibili alle foglie


*
Moynihan R. Cassels A. – farmaci che ammalano- nuovi mondi media


*Peloso f.- la guerra dentro-ed.ombre corte

*
Porfito V. – Storie di vento e di follia.(poesie) – Ed. Fuori
binario libri

*
Quadrelli E. – Gabbie Metropolitane -derive e approdi


*
Salierno G. – Ricci A.-il carcere in italia- einaudi


*
Salierno G. – fuori margine- einaudi


* Savarino I. a.artaud nel vortice dell’elettroshock


*
Stefanoni F. – Manicomio italia-edizioni riuniti


*
Szasz T. – I manipolatori della pazzia.- Ed. Feltrinelli


*
Szasz T. – il mito della malattia mentale- feltrinelli


*
Szasz T. – disumanizzazione dell’uomo- feltrinelli


*
Szasz T. – il mito della droga-faltrinelli


*
Szasz T. – schizzofrenia, simnolo sacro della psichiatria-
mondadori


*
Szasz T. – legge,libertà e psichiatria- giuffrè


*
Telefono Viola di Milano – Effetti collaterali- Nautilus.


*
Valentino N. – Istituzioni post-manicomiali- ed.Sensibili alle foglie


*
Verde S. -Massima Sicurezza-Odradek

 

 

 


FILMOGRAFIA


*
M. Bellocchio- Matti da slegare.Tutti o nessuno

*
G. Clifford- Frances.


*
M. Forman- Qualcuno volo’ sul nido del cuculo.


*
S. Fuller- Il corridoio della paura

*
W. Herzog- Wojzek.


*
K. Loach- Family life.


*
J. Mangold- Ragazze interrotte


*
K. Reisz- Morgan matto da legare

*
L. Von Trier- Idioti

MODULI REVOCA E RICORSO CONTRO I TSO

  • January 5, 2008 7:22 pm

REVOCA



Al sig. SINDACO del Comune
di………………………….

e p.c. GIUDICE TUTELARE
di……………….

…………


OGGETTO:

L. 23/12/1978 n. 833 art.
33 comma 7.

Richiesta di revoca
diTrattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.)


Il/La sottoscritt…
……………………..nato/a a…………………..il……….

residente
in…………………………., via…………………….. .

in atto ricoverato presso
il reparto psichiatrico

dell’Ospedale………………….

Azienda USL n:……, dal
…………….. in Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.)


v i s t o

l’art. 33 della L.
23/12/78 n. 833


c h i e d e

la revoca immediata del
provvedimento di T.S.O. disposto o prolungato nei suoi confronti


i n q u a n t o:


……………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………….


lì,………………………………….


FIRMA
…………………………………………….



RICORSO


Al TRIBUNALE di
………………..




OGGETTO:

L. 23/12/78 n. 833 art. 35
comma 8.

Ricorso avverso
Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.)


Il/la sottoscritt…
………………….nato/a a………………il……………….

residente
in……………… via………………………….,

in atto ricoverato presso
il reparto psichiatrico

dell’ospedale……………………….
Azienda USL n….,

dal………….. in
Trattamento Sanitario Obbligatorio,


v i s t o

l’art. 35 comma 8 della L.
23/12/78 n. 833


r i c o r r e

contro il provvedimento di
T.S.O. in regime di ricovero ospedaliero

disposto nei suoi
confronti dal Sindaco del Comune di …………


i n q u a n t o

…………………………………………………………………………………………..

……………………………………………………………………………………………

…………………………………………………………………………………………..

……………………………………………………………………………………………


lì,
……………..


FIRMA
………………………….

COME E PERCHE’ GLI OPG VANNO SUPERATI

  • January 5, 2008 7:11 pm



LETTERA APERTA
SULL’INSOSTENIBILITA’ DEI MANICOMI CRIMINALI




L’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario, pesante cono d’ombra della giustizia
italiana che affonda le sue radici negli anni ’30 del fascismo, è
oggi oggetto di ridiscussione.


Le
riforme carcerarie del ’75-’86 e quelle psichiatriche del ’65-’78
hanno prodotto solo un cambiamento di definizione: il Manicomio
Criminale si tramuta in Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

In
tutti questi anni, mentre l’OPG è rimasto cristallizzato nella
sua forma fascista, con la legge 180 gli Ospedali Psichiatrici
vengono lentamente smantellati e sostituiti da una serie di
istituzioni (ospedali, case famiglia, comunità, ecc) ed il
ricovero coatto viene regolamentato e ridefinito come Trattamento
Sanitario Obbligatorio in reparto psichiatrico.

Allo
stesso modo le carceri vengono formalmente coinvolte in un processo
di apertura, che paradossalmente conduce ad un allargamento della
popolazione carceraria tramite un più ampio e capillare
sistema di controllo esterno al carcere. Con la legge Gozzini le
carceri si aprono alla società e si instaurano una serie di
misure alternative all’internamento.


L’individualizzazione
della pena, voluta dalla Gozzini, ha fatto sviluppare nell’ambito
carcerario ipotesi sul soggetto criminale sempre più
somiglianti alle pratiche psichiatriche sui “malati di mente”;
infatti i percorsi rieducativi si confondono con quelli terapeutici
e gli psicofarmaci si diffondono massicciamente anche in carcere.


Negli
anni ’70 ’80 una rivoluzione culturale antisegregazionista si afferma
sul piano legislativo, ma nella realtà rimangono inalterati il
pregiudizio di pericolosità sociale del malato mentale e lo
stigma del recluso.

Se
nel tempo l’attenzione politica e legislativa si è spostata
dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e
dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli
psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e
imprigionati.

Una
nuova tecnologia del controllo sociale si diffonde: l’industria
farmacologica sforna prodotti capaci, in alcuni casi, di sostituire
le camicie di forza, i letti di contenzione e le sbarre.



Negli
ultimi anni si è ricominciato a parlare di OPG e, nel
tentativo di risolvere l’ ormai scottante questione, sono state
presentate due proposte di riforma degli OPG.

Nella
proposta di legge delle regioni Toscana ed Emilia Romagna la figura
giuridica della non imputabilità è mantenuta, anche se
con alcune modifiche, come l’abolizione della seminfermità; si
conservano il concetto di pericolosità sociale e
l’applicazione di misure di sicurezza nei confronti di chi è
ritenuto non imputabile; le misure di sicurezza previste sono:
assegnazione ad un istituto in cui si garantiscano trattamento
psichiatrico e custodia ( per reati con pena massima non inferiore a
10 anni), e affidamento al Servizio Sociale (per reati con pena
massima inferiore a 10 anni), che potrà essere tramutata nella
prima qualora non dovesse risultare adeguata al caso.

Tale
proposta con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce
un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive
totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità
sociale, non cambia l’essenza della modalità di risoluzione
della questione.

Nonostante
sia previsto un maggiore contatto dell’individuo con la società,
l’isolamento rimane all’interno dell’individuo attraverso trattamenti
psicofarmacologici debilitanti che conducono a fenomeni di
cronicizzazione.

Cambieranno
i luogo di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più
specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione
affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni
di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una
presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.


L’altra
proposta, quella dell’onorevole Corleone, parte da una sostanziale
novità nell’approccio alla questione: l’istituto della non
imputabilità è abolito; al “malato di mente” autore
di reato è riconosciuta la capacità di intendere e di
volere e quindi la sua imputabilità e possibilità di
essere soggetto alle pene previste dal codice penale per il tipo di
reato commesso.

L’opg
viene quindi abolito, ma solo per creare all’interno del carcere
strutture adeguate alla cura dei disturbi mentali, reparti
psichiatrici interni all’istituto penitenziario, così da
aumentare il ruolo della psichiatria in carcere senza modificare la
situazione attuale.


Queste
proposte non soddisfano l’idea di un superamento di un sistema
aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione
svilenti per l’individuo e trattamenti farmacologici troppo
debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi
per la persona.

Uno
concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa
necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista,
largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà
di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane
contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.


Collettivo
antipsichiatrico Antonin Artaud

antipsichiatriapisa@inventati.org

Guida all’autodifesa TSO/TSV

  • January 4, 2008 1:04 pm

GUIDA ALL ‘AUTODIFESA

Collettivo Antipsichiatrico Violetta Van Gogh

"Io rinnego
il battesimo,
la patria,
la scienza,
la parola,
la letteratura,
le esperienze,
la pedagogia,
l’insegnamento,
la legge,
le leggi,
la testimonianza,
la salvezza.
Io non credo al valore della salvezza."
A. Artaud

Trattamenti Sanitari Volontari

Gli accertamenti e i trattamenti psichiatrici sono di norma volontari.
Ciò significa che, al di là dei casi in cui venga richiesto un T.S.O., l’individuo non può essere sottoposto a ricoveri o cure psichiatriche senza il suo espresso consenso. In regime di T.S.V., le persone godono di una serie di diritti di cui spesso sono però poco informate. Tutto quello che ci viene imposto senza la nostra volontà configura gli estremi di reati come il sequestro di persona, i maltrattamenti, le lesioni.

In regime di T.S.V. si ha diritto a:
1. Rifiutare la visita psichiatrica e le terapie;
2. Essere informati sui tipo di cura a cui siamo sottoposti, sulla sua natura e sui suoi effetti;
3. Scegliere la terapia, e, eventualmente, a interromperla;
4. Essere dimessi dalla struttura psichiatrica qualora noi lo vogliamo, come in ogni altro reparto ospedaliero.
5. Comunicare con chi vogliamo (art.3 della Costituzione italiana);
6. Far rispettare la nostra integrità psico-fisica: non possiamo essere legati né offesi fisicamente o verbalmente;
7. Far rispettare la nostra privacy;
8. Conoscere tutte le certificazioni relativa al nostro stato di salute;
9. Disporre liberamente di ciò che ci appartiene, compresi soldi;
10. Non essere utilizzati come cavie per la sperimentazione di farmaci o terapie;
11.Esprimere liberamente le nostre opinioni;
12. Scegliere dove e con chi abitare, chi frequentare, viaggiare e muoversi liberamente.

 
Accertamenti e Trattamenti Sanitari Obbligatori

Nonostante la legge 833/78 sancisca che i trattamenti sanitari sono volontari, essa stabilisce dei casi in cui il ricovero venga eseguito coattivamente e contro la volontà dell’individuo: è il caso del T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio) eseguibile all’interno del reparto psichiatrico di un qualunque ospedale generale, ma mai all’interno di altre strutture sia pubbliche che private.

In regime di T.S.O. i diritti del paziente si riducono drasticamente, tanto da rendere il ricovero niente di diverso dalla reclusione carceraria. Oltre a ciò la sottrazione della libertà e il massiccio bombardamento psicofarmacologico possono ridurre le capacità di difesa dell’individuo e creare una situazione di vero e proprio rischio: ogni reazione della persona è interpretata dagli psichiatri come sintomo di malattia o incapacità di rendersi conto del proprio stato di salute, condizioni queste che possono giustificare il T.S.O., oltre un incremento delle terapie farmacologiche e non.

Esistono comunque dei modi per difendersi e di liberarsi dai ricoveri coatti e dalle morse strette della psichiatria, e molti di questi si basano proprio sui paradossi su cui la psichiatria si basa.

La Legge di Riforma sanitaria del 1978 stabilisce chiaramente le modalità di esecuzione di un trattamento coatto: qualora uno qualunque dei passaggi necessari alla sua effettuazione non venisse rispettato (come avviene nella maggior parte dei casi) è possibile parlare di vero e proprio abuso, o addirittura di reato, e dunque procedere legalmente affinché il provvedimento venga revocato.

Il trattamento sanitario obbligatorio ha durata di 7 giorni, e per essere disposto necessita di una serie di passaggi stabiliti per legge. Esso deve essere disposto dal Sindaco del comune di residenza su proposta di un medico e convalidato da uno psichiatra operante nella struttura pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di T.S.O. il sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio, entro 48 ore; il giudice, che ha un compito di vigilanza sui trattamento può, o meno, convalidare il provvedimento. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il T.S.O. venga rinnovato.

Il T.S.O. può essere eseguito solo se sussistono queste tre condizioni:
1. L’individuo presenta alterazioni psichiche tali da necessitare interventi terapeutici urgenti;
2. L’individuo rifiuta la terapia psichiatriche;
3.L’individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero.

Nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti vengono però eseguiti senza rispettare le norme che li regolano, e nonostante questo, seguono il loro decorso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative in corso o dei diritti di cui comunque possono godere coloro che si trovano imbrigliati nelle maglie della psichiatria.

Pur non riconoscendo nessuna validità né alla psichiatria, né alle istituzioni che la praticano, né alle leggi che la regolano, dobbiamo però riconoscere che allo stato attuale delle cose l’unico modo per liberarsi da un ricovero coatto è ricorrere alle procedure di autotutela che la legge prevede.

Non vogliamo negare il diritto di ognuno all’affermazione di se stessi, né tantomeno la sua libertà di ribellarsi a chi cerca di recluderlo o modificare la sua volontà.

Vogliamo solo mettere in evidenza che in condizioni sfavorevoli come quelle del ricovero coatto qualche tipo di compromesso non è altro che un atto di sopravvivenza personale.

Sconsigliamo qualsiasi tipo di reazione aggressiva così come la passiva sottomissione alla fede psichiatrica.

Consigliamo invece, per tutti indistintamente, di adoperarsi per conoscere le leggi che, pur conferendo alla psichiatria il potere di rinchiuderci, possono, per la loro stupidità, aprirci anche spazi di possibile liberazione dalla psichiatria stessa.

Come abbiamo detto, molti T.S.O. presentano grossolani errori sia nella forma che nel contenuto, cioè vengono eseguiti con delle irregolarità a cui ci si può appellare sia per evitare il ricovero che per chiederne eventuale revoca.

 
VIZI DI CONTENUTO
Quanto al contenuto, un Trattamento Sanitario Obbligatorio può essere revocato se mancano le 3 condizioni che lo giustificano.

Poiché è molto difficile appellarsi alla mancanza dello stato di urgenza o di necessità definito dall’arbitrio dello psichiatra di turno, è ‘noto più funzionale far riferimento alle altre 2 condizioni.

Ipotizzando il fatto che non vi siano omissioni e che il T.S.O. risulti legale, una volta in reparto è opportuno o dimostrare che il trattamento può avvenire in luogo diverso rispetto all’ospedale, oppure accettare le cure che ci vengono somministrate. In tali casi 2 delle condizioni decadono. A questo punto si può chiedere la revoca del T.S:O. al Sindaco e al Giudice Tutelare, magari allegando un’autocertificazione in cui si dichiara l’accettazione della terapia.

VIZI DI FORMA

Innanzitutto di fronte alla presentazione di un provvedimento di T.S.O. abbiamo diritto a chiedere la NOTIFICA del Sindaco relativa al provvedimento stesso.
In mancanza o in attesa di tale notifica, che deve pervenire entro 48 ore, nessuno può obbligarci a ricoverarci o a seguire terapie, a meno che non abbiamo violato norme penali o che lo psichiatra abbia invocato lo stato di necessità regolato dall’articolo 54 del Codice Penale.
La definizione dello lo stato di necessità è comunque estremamente generica, cosa questa che lascia molta libertà all’arbitrio dello psichiatra di turno di definire se il nostro comportamento è lesivo o meno.
I poteri dello psichiatra sono enormi se si pensa inoltre che la lesività del nostro comportamento non dipende da diagnosi cliniche o da norme legali, quanto più da giudizi e/o pregiudizi sociali e culturali.

Dopo che il provvedimento ci è stato notificato i diritti del paziente in regime di T.S.O. si riducono notevolmente.
Potrebbe mancare a questo punto la notifica da parte del Giudice Tutelare che deve pervenire entro le 48 ore successive alla richiesta del Sindaco.
Se la convalida del giudice non avviene entro questo lasso di tempo il provvedimento decade. Ciò significa che abbiamo tutto il diritto, ai sensi di legge, di lasciare la struttura ospedaliera in cui ci avevano rinchiuso.
Non è però sempre cosi immediato liberarsi da un ricovero coatto, anche a causa delle pressioni esercitate da familiari, parenti e dagli psichiatri stessi, che consigliano sempre agli ignari ospiti dei loro reparti di prendersi un periodo di riposo in psichiatria…

In molti casi è accaduto che i medici che firmano il provvedimento non abbiano mai né visto né visitato il paziente.
Il ricovero risulta illegale e dunque il T.S.O. è invalidato. In questi casi, inoltre, i medici possono essere denunciati per falso in atto pubblico.

Il T.S.O. decade anche qualora o i medici o il Sindaco o il Giudice Tutelare, nei loro documenti abbiano omesso di specificare le motivazioni che hanno reso necessario il ricorso al ricovero coatto.
Spesso, inoltre nelle certificazioni ci si dimentica di specificare che sussistono le 3 condizioni che rendono possibile il T.S.O..

Anche se sono presenti innumerevoli irregolarità, il "dissequestro" da un ospedale psichiatrico non risulta mai né semplice né immediato.
Se da un lato, in quanto pazienti psichiatrici, la nostra volontà o la nostra parola non è mai tenuta in considerazione dallo psichiatra o dai medici in generale, dall’altra è probabile che ci si trovi in uno stato di debolezza o di confusione dato dalle terapie farmacologiche, oppure che il nostro diritto alla comunicazione sia calpestato dagli operatori che ci impediscono di incontrare chi vogliamo o di fare telefonate.
Per iniziare le pratiche di revoca o di ricorso avverso al trattamento è dunque necessario ricorrere a qualcuno, amici, parenti o associazioni antipsichiatriche operanti sul territorio.
Spesso queste ultime hanno un loro avvocato che può presentare ricorso al Giudice o al responsabile del reparto e quindi aiutarci a scrivere una lettera sia al sindaco che al Giudice Tutelare, specificando le irregolarità e anche gli articoli di legge che sono stati trasgrediti.

Stralcio della legge 833/78

Art. 33 – Norme per gli accertamenti ed i trattamenti sanitari volontari e obbligatori.

Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari.

Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori, secondo l’articolo 32 della Costituzione, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura.

Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco nella sua qualità di autorità sanitaria, su proposta motivata di un medico.

Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono attuati dai presidi e servizi sanitari pubblici territoriali e, ove, necessiti la degenza, nelle strutture ospedaliere pubbliche o convenzionate.

Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori di cui ai precedenti commi devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato. L’unità sanitaria locale opera per ridurre il ricorso ai suddetti trattamenti sanitari obbligatori, sviluppando le iniziative di prevenzione e di educazione sanitaria ed i rapporti organici tra servizi e comunità.

Nel corso del trattamento sanitario obbligatorio, l’infermo ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno.

Chiunque può rivolgere al sindaco richiesta di revoca o di modifica del provvedimento con il quale è stato disposto o prolungato il trattamento sanitario obbligatorio.

Sulle richieste di revoca o di modifica il sindaco decide entro dieci giorni. I provvedimenti di revoca o di modifica sono adottati con lo stesso procedimento del provvedimento revocato o modificato.

Art. -34 Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori per malattia mentale.

La legge regionale, nell’ambito della unità sanitaria locale e nel complesso dei servizi generali per la tutela della salute, disciplina l’istituzione di servizi a struttura dipartimentale che svolgono funzioni preventive, curative e riabilitative relative alla salute mentale.

Le misure di cui al secondo comma dell’articolo precedente possono essere disposte nei confronti di persone affette da malattia mentale.

Gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presidi territoriali extraospedalieri di cui al primo comma.

Il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere.

Art. 35. Procedimento relativo agli accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori in condizioni di degenza ospedaliera per malattia mentale e tutela giurisdizionale.

Il provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera, da emanarsi entro 48 ore dalla convalida di cui all’articolo 34, quarto comma, corredato dalla proposta medica motivata di cui all’articolo 33, terzo comma, e dalla suddetta convalida deve essere notificato, entro 48 ore dal ricovero, tramite messo comunale, al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune.

Il giudice tutelare, entro le successive 48 ore, assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, provvede con decreto motivato a convalidare o non convalidare il provvedimento e ne da comunicazione al sindaco. In caso di mancata convalida il sindaco dispone la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera.

Se il provvedimento di cui al primo comma del presente articolo è disposto dal sindaco di un comune diverso da quello di residenza dell’infermo, ne va data comunicazione al sindaco di questo ultimo comune, nonché al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune di residenza. Se il provvedimento di cui al primo comma del presente articolo è adottato nei confronti di cittadini stranieri o di apolidi, ne va data comunicazione al Ministero dell’interno, e al consolato competente, tramite il prefetto.

Nei casi in cui il trattamento sanitario obbligatorio debba protrarsi oltre il settimo giorno, ed in quelli di ulteriore prolungamento, il sanitario responsabile del servizio psichiatrico della uniti sanitaria locale è tenuto a formulare, in tempo utile, una proposta motivata al sindaco che ha disposto il ricovero, il quale ne da comunicazione al giudice tutelare, con le modalità e per gli adempimenti di cui al primo e secondo comma del presente articolo, indicando la ulteriore durata presumibile del trattamento stesso.

il sanitario di cui al comma precedente è tenuto a comunicare al sindaco, sia in caso di dimissione del ricoverato che in continuità di degenza, la cessazione delle condizioni che richiedono l’obbligo del trattamento sanitario; comunica altresì la eventuale sopravvenuta impossibilità a proseguire il trattamento stesso. il sindaco, entro 48 ore dal ricevimento della comunicazione del sanitario, ne da notizia al giudice tutelare.

Qualora ne sussista la necessità il giudice tutelare adotta i provvedimenti urgenti che possono occorrere per conservare e per amministrare il patrimonio dell’infermo.

La omissione delle comunicazioni di cui al primo, quarto e quinto comma del presente articolo determina la cessazione di ogni effetto del provvedimento e configura, salvo che non sussistano gli estremi di un delitto più grave, il reato di omissione di atti di ufficio.

Chi è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, e chiunque vi abbia interesse, può proporre al tribunale competente per territorio ricorso contro il provvedimento convalidato dal giudice tutelare.

Entro il termine di trenta giorni, decorrente dalla scadenza del termine di cui al secondo comma del presente articolo, il sindaco può proporre analogo ricorso avverso la mancata convalida del provvedimento che dispone il trattamento sanitario obbligatorio.

Nel processo davanti al tribunale le parti possono stare in giudizio senza ministero di difensore e farsi rappresentare da persona munita di mandato scritto in calce al ricorso o in atto separato. il ricorso può essere presentato al tribunale mediante raccomandata con avviso di ricevimento.

Il presidente del tribunale fissa l’udienza di comparizione delle parti con decreto in calce al ricorso che, a cura del cancelliere, è notificato alle parti nonché al pubblico ministero.

Il presidente del tribunale, acquisito il provvedimento che ha disposto il trattamento sanitario obbligatorio e sentito il pubblico ministero può sospendere il trattamento medesimo anche prima che sia tenuta l’udienza di comparizione.

Sulla richiesta di sospensiva il presidente del tribunale provvede entro dieci giorni. il tribunale provvede in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, dopo avere assunto le informazioni e raccolto le prove disposte di ufficio o richieste dalle parti. I ricorsi ed i successivi provvedimenti sono esenti da imposta di bollo. La decisione del processo non è soggetta a registrazione.

Art. 64. Norme transitorie per l’assistenza psichiatrica

La regione nell’ambito del piano sanitario regionale, disciplina il graduale superamento degli ospedali psichiatrici o neuropsichiatrici e la diversa utilizzazione, correlativamente al loro rendersi disponibili, delle strutture esistenti e di quelle in via di completamento. La regione provvede inoltre a definire il termine entro cui dovrà cessare la temporanea deroga per cui negli ospedali psichiatrici possono essere ricoverati, sempre che ne tacciano richiesta, coloro che vi sono stati ricoverati anteriormente al 16 maggio 1978 e che necessitano di trattamento psichiatrico in condizioni di degenza ospedaliera; tale deroga non potrà comunque protrarsi oltre il 31 dicembre 1980.

Entro la stessa data devono improrogabilmente risolversi le convenzioni di enti pubblici con istituti di cura privati che svolgano esclusivamente attività psichiatrica.

E’ in ogni caso vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali, istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni psichiatriche o sezioni neurologiche o neuro-psichiatriche.

La regione disciplina altresì con riferimento alle norme di cui agli articoli 66 e 68, la destinazione alle unità sanitarie locali dei beni e del personale delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza ~AB) e degli altri enti pubblici che all’atto dell’entrata in vigore della presente legge provvedono, per conto o in convenzione con le amministrazioni provinciali, al ricovero ed alla cura degli infermi di mente, nonché la destinazione dei beni e del personale delle amministrazioni provinciali addetto al presidi e servizi di assistenza psichiatrica e di igiene mentale. Quando tali presidi e servizi interessino più regioni, queste provvedono d’intesa.

La regione, a partire dal 1 gennaio 1979, istituisce i servizi psichiatrici di cui all’articolo 35, utilizzando il personale dei servizi psichiatrici pubblici. Nei casi in cui nel territorio provinciale non esistano strutture pubbliche psichiatriche, la regione, nell’ambito del piano sanitario regionale e al fine di costituire i presidi per la tutela della salute mentale nelle unità sanitarie locali, disciplina la destinazione del personale, che ne faccia richiesta, delle strutture psichiatriche private che all’atto dell’entrata in vigore della presente legge erogano assistenza in regime di convenzione, ed autorizza, ove necessario, l’assunzione per concorso di altro personale indispensabile al funzionamento di tali presidi.

Sino all’adozione dei piani sanitari regionali di cui al primo comma i servizi di cui al quinto comma dell’articolo 34 sono ordinati secondo quanto previsto dal D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, al fine di garantire la continuità dell’intervento sanitario a tutela della salute mentale, e sono dotati di un numero di posti letto non superiore a 15. Sino all’adozione e di provvedimenti delegati di cui all’art. 47 le attribuzioni in materia sanitaria del direttore, dei primati, degli aiuti e degli assistenti degli ospedali psichiatrici sono quelle stabilite, rispettivamente, dagli artt. 4 e 5 e dall’art. 7, D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128.

Sino all’adozione dei piani sanitari regionali di cui al primo comma i divieti di cui all’art. 6 del D.L. 8 luglio 1974, n. 264, convertito, con modificazioni, nella L.17 agosto 1974, n. 386, sono estesi agli ospedali psichiatrici e neuropsichiatrici dipendenti dalle IPAB o da altri enti pubblici e dalle amministrazioni provinciali. Gli eventuali concorsi continuano ad essere espletati secondo le procedure applicate da ciascun ente prima dell’entrata in vigore della presente legge.

Tra gli operatori sanitari di cui alla lettera i) dell’art. 27, D.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, sono compresi gli infermieri di cui all’art. 24 del regolamento approvato con RD. 16 agosto 1909, n. 615. Fermo restando quanto previsto dalla lettera a) dell’art. 6 della presente legge la regione provvede all’aggiornamento e alla riqualificazione del personale infermieristico, nella previsione del superamento degli ospedali psichiatrici ed in vista delle nuove funzioni di tale personale nel complesso dei servizi per la tutela della salute mentale delle unità sanitarie locali.

Restano in vigore le norme di cui all’art. 7, ultimo comma, L.13 maggio 1978, n. 180.

 

 
Collettivo Antipsichiatrico Violetta Van Gogh

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