PERCHE’ NON RESTI “COME SE NULLA FOSSE ACCADUTO”

  • July 31, 2008 5:53 pm

riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di Arianna
che ci scrive che spera tanto che almeno attraverso il nostro sito
la sua storia possa non passare sotto silenzio; perchè tutto non
resti’ "come se nulla fosse accaduto"

collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa

 

 

Ho
35 anni e da circa 25 sono affetta da un disturbo psichiatrico cronico e non
trattabile (Disturbo ossessivo compulsivo).
Tale
disturbo comporta di per sé la coazione a lunghissimi rituali di pulizia e
lavaggio con i quali ormai convivo da anni e pur avendo pesantemente
influenzato la mia vita pratica e di relazione mi permette comunque di vivere
da sola da alcuni anni e non ha mai costituito fonte di pericolo o
preoccupazione per me o altri.
Nel
2004 per una lunga e complessa situazione che non sto a dettagliare  ma fondamentalmente di vessazioni e
intimidazioni subite da parte di una famiglia di condomini del palazzo in cui
vivo e scaturita unicamente dal loro pregiudizio e dalla loro intolleranza nei
confronti della mia persona – che per mia stessa ammissione sapevano sofferente
di una patologia mentale – mi sono trovata a perdere il mio equilibrio ma
soprattutto in situazioni esistenziali totalmente compromesse, tali da indurmi
a minacciare un gesto anticonservativo nel giugno 2005.
Ho subito allora un TSO perfettamente giustificato e legittimo, ma questo e’
stata per me (che mai avevo dovuto subire ricoveri, mai tentato il suicidio in
tanti di malattia) l’inizio di una spirale allucinante di soprusi, violenze
psicologiche e ricatti da parte dei medici curanti (parte al Centro Salute
Mentale cui mi ero rivolta ed ero seguita da qualche tempo poi e da quel
momento in reparto).
Per riassumere ho subito da allora tre TSO successivi, di cui uno di 30 giorni,
senza che vi fossero i requisiti legali prescritti dalla legge 180 e con
evidenti vizi anche formali nell’ultimo.
Questo perché la drammatica situazione che vivevo e che raccontai sin dal primo
ricovero e che da un anno non riuscivo a denunciare alle autorità causa la
perdita di credibilità dovuta alla mia condizione patologica certificata,non e’
stata mai minimamente creduta ne’ appurata, bensì da subito e definitivamente
bollata come sintomo di un disturbo paranoide del pensiero, in comorbilità con
il mio disturbo ossessivo (per lunghi anni diagnosticato invariabilmente e
trattata da professionisti privati.) E inoltre, avendo io stessa
insistentemente sollecitato i medici a tentare un colloquio di mediazione con i
miei vicini di casa, ho ottenuto il risultato di subire un TSO con la sola motivazione
di essere stata "troppo insistente e fastidiosa" nel
telefonare al CSM per spiegare tale esigenza, preoccupata per il mio equilibri
psicofisico e il reale rischio per la mia incolumità che da un anno correvo nel
mio appartamento.
Poi il colloquio di mediazione in effetti ci fu, io non venni ammessa ad esso
per volere del Primario; per qualche tempo i vicini cambiarono atteggiamento,
ma dopo 6 mesi tutto ricominciò e questa volta i vicini cominciarono a recarsi
da quel Primario adducendo come da sempre pretesti calunniosi e irreali per
paventare una presunta mia pericolosità sociale e farmi rinchiudere
temporaneamente in reparto.
Questo nell’aprile 2006, quando venni attirata con un pretesto
in reparto e pur avendo constatato tutti, Primario compreso, le mie buone
condizioni in quel frangente, il Primario richiese con false dichiarazioni un
TSO immediato, chiudendo semplicemente le porte. E tra lo sbigottimento e
l’impotenza di tutto il personale infermieristico e dei pazienti, che mi
espressero solidarietà e cercarono di trovare delle soluzioni per tutelarmi se
non liberarmi.
Infine dopo le dimissioni i vicini di casa mi aggredirono fisicamente con
minaccia di morte, ma prima che potessi denunciarli chiamarono il Servizio
Psichiatrico Urgente e i carabinieri sostenendo che io ero l’autrice
dell’aggressione.
Il medico del Servizio Psichiatrico dopo aver a lungo parlato con me non
ritenne di dover prendere provvedimenti sanitari, ma consigliò ai miei
familiari di starmi vicino e cercare di risolvere la situazione con i vicini.
Ma 3 giorni dopo, ancora sotto shock, vidi la mia psichiatra del CSM
presentarsi senza preavviso al mio domicilio per eseguire un TSO,senza sapere
lei stessa motivarlo a me o ai miei familiari, se non con il fatto che aveva
ricevuto un ordine dal solito Primario del reparto.
Peraltro la Dottoressa rientrava quella mattina in servizio dopo un periodo di
ferie e non era quindi al corrente – così io pensavo – ne’ di quanto mi era
accaduto,  tanto meno delle mie reali
condizioni in quei giorni, poiché non vi era stato alcun contatto tra me e lei
o con il CSM da parecchi giorni.
Eppure si presentò con una richiesta di TSO già firmata, riportante una
condizione psichiatrica del tutto falsa atta a legittimare l’intervento. E il
rifiuto di accettare le terapie, sebbene in quel frangente nessuno mi propose
alcun farmaco o colloquio terapeutico, nemmeno se ne parlò e ve ne fu il tempo.
Mio padre, medico internista, era presente e testimone di tutti i fatti, ma non
ha saputo opporsi o tentare di reagire per il forte shock.
Quando poi giunsi in ospedale e chiesi spiegazioni, il Primario in termini
denigratori e accusatori mi disse che la mia vicina di casa si era recata da
lui per descrivere l’aggressione (nei termini invertiti) e aveva chiesto di
prendere un provvedimento restrittivo. Io non avevo testimoni al momento
dell’aggressione, ma di nuovo spiegai come erano  andate le cose, peraltro sconvolta dal fatto
che avessero da 2 anni ignorato le mie richieste di tutela fino al rischio
verificatosi di perdere la vita per mano di queste persone. Il Primario, sempre
con un atteggiamento di palese sostegno, giustificazione e solidarietà con i
miei vicini, ribattè in quell’occasione che "se mi avessero
effettivamente uccisa avrebbero fatto bene, lui sarebbe stato contento".
Questa fu solo una delle tante esternazioni pesanti e spesso illogiche (di
fronte al personale che ne prese atto) che subii da lui durante tutti i
ricoveri eccetto il primo. La sua 
condotta da un punto di vista umano e deontologico fu così marcatamente
scorretta da creare imbarazzo al personale e alla fine, per fortuna, indusse un
medico del suo staff a prendere posizione e esautoralo dallo seguire in
specifico il mio caso, che venne passato al collega ("Ci siamo resi
conto che c’e’ un problema con il Dott.X, temiamo che questo possa
compromettere il suo equilibrio”)

Inutile
dire che nell’eventualità’ di un procedimento legale a parte mio padre e un
infermiere non più n servizio in quel reparto e distante anche geograficamente,
nessuno di queste persone informate dei fatti sarà disposta a parlare; sono
piuttosto certa riguardo agli infermieri, che me l’ hanno già in parte
comunicato, esprimendo anche timore nell’essere coinvolti (anche se lo saranno
d’ufficio, come presumo).
Durante i ricoveri ovviamente ho dovuto sottostare a una terapia diversa come
dosaggi dalla mia abituale e soprattutto mi venne prescritto un neurolettico
indicato per le patologie deliranti a dosaggi altissimi e per via
intramuscolare a rilascio lento (depot). Questo creava effetti collaterali
fisici molto penosi ed evidenti.
Ma dopo le dimissioni dovevo ogni 15 giorni presentarmi al CSM per ricevere
l’iniezione e una volta che credetti di poter contrattare con i medici almeno
una somministrazione per via orale, meno dannosa, fui letteralmente sequestrata
all’interno del CSM, presa con la forza e sottoposta all’iniezione, mentre un
medico sbarrava le porte.e mi parlava in toni derisori, come a un bambino. Io
peraltro sapevo da tutte le esperienze precedenti che era del tutto inutile
chiamare le forze dell’ordine, acriticamente esecutrici di qualsiasi decisione,
legale o non, dei servizi sanitari pubblici.
All’atto delle dimissioni dall’ultimo ricovero nuovamente il Primario volle
prescrivere quella terapia rivelatasi dannosa oltre che non efficace per il mio
disturbo e lo fece contro il parere di mio padre medico e della collega
psichiatra del CSM che erano presenti. Alle richieste di spiegazione di mio
padre, soprattutto sull’effettiva utilità e meccanismo scientifico del farmaco
suddetto, il Primario dimostrò con risposte vaghe di non conoscerne neppure
l’emivita. Eppure ribadì che l’unica condizione a cui potevo essere dimessa era
di nuovo questa terapia ogni 15 giorni, perché " Bisogna fare braccio
di ferro con la paziente e qui decido io".

Però se non altro dopo quelle dimissioni il farmaco creò effetti più gravi,
tali da portarmi a rischiare lo scompenso cardiaco; così mio padre prese
finalmente coraggio e informalmente diffidò tanto il CSM quanto il reparto dal continuare
ad occuparsi del mio caso, pena il ricorso a vie legali.
Immediatamente tutte le interferenze nella mia vita, i controlli  che subivo da parte del CSM al mio domicilio
(preciso che dal punto di vista legale non ho mai infranto alcuna legge e sono
incensurata) e soprattutto le violazioni di domicilio ingiustificate (ogni
volta che i vicini chiamavano il SUP) cessarono e io ritornai ad essere un
cittadino in possesso dei suoi diritti, soprattutto quelli costituzionali e
della persona.
Purtroppo il danno che ho riportato sul piano biologico, ma
ancor più morale ed esistenziale e’ immane. A tutt’oggi persistono i sintomi di
un Disturbo da stress post traumatico non risolto del tutto (incubi, terrori,
ansia continua, crisi di panico e depressione). Per dare l’idea del progressivo
deteriorarsi delle mie condizioni di vita posso dire, con vergogna, che non
sono in grado di lavare il mio corpo dal 2005 a causa delle coercizioni subite
qui in casa e in ospedale verso la mia abitudine al lavaggio compulsivo, che mi
hanno prodotto idrofobia e altre fobie (soprattutto essere invasa in casa da
ulteriori interventi) e comportano chiaramente un’invalidazione assai più grave
di quella già grave che vivevo dopo anni di cronicità.
Gli effetti si sono ripercossi a macchia d’olio sui miei familiari, ormai
anziani, sui loro ritmi di vita alterati dall’esigenza costante di farsi carico
non solo delle mie esigenze materiali ma della mia tutela, legale e fisica. E
per questo sono sorte incomprensioni e problemi nell’ambito allargato delle
loro famiglie d’origine.
Peraltro i vicini (sentendosi legittimati dai medici e probabilmente sapendo
che sarei stata da loro intimidita con lo stesso TSO a non sporgere denuncia,
cosa che in effetti non sono poi riuscita a fare) mi hanno poi querelata con la
falsa accusa dell’aggressione, anche se ora dopo il loro trasloco hanno rimesso
la querela. E l’onere economico per la mia difesa legale è andato ovviamente a
carico della famiglia, giacché sono da sempre inabile al lavoro.
Aggiungo che alla mia richiesta delle cartelle cliniche
effettuata alcuni mesi fa,quella dell’ultimo e più visibilmente illegale
ricovero , è stata dal Primario dichiarata smarrita (all’interno del reparto:
secondo l’archivio non e’ mai giunta a distanza di due anni nella preposta sede
di archiviazione!).Egli ha sposto regolare denuncia di smarrimento e la
Direzione Sanitaria dell’Ospedale mi ha dato notizia ufficiale  per iscritto.
Senza contare che solo alla consegna delle altre cartelle
relative ai TSO precedenti ebbi modo di scoprire la diagnosi che egli aveva
formulato…a quanto pare anche all’insaputa della mia psichiatra curante al CSM
che si dichiara tuttora discorde. Del resto gli estenuanti accertamenti che ho
poi eseguito privatamente a me spese 
ripetutamente disconfermano tale diagnosi, rilevando sempre solo il mio
Disturbo ossessivo compulsivo (purtroppo con sintomatologia aggravata dalle
“cure” subite!)
Oggi,
a distanza di 2 anni, essendo effettivamente cessata anche la minaccia dei
vicini, recentemente trasferitisi altrove, io sento il bisogno di informare le
autorità di quanto accaduto; e non solo quale riconoscimento a me stessa,
veramente terapeutico,della reintegrazione del mio diritto civile ma perché
oggi lo considero un dovere morale, nonostante l’irrimediabilità del danno
subito, nei confronti di altri pazienti presenti e futuri. E non soltanto
ovviamente di quel reparto nello specifico.
Eppure
il muro di omertà (anche da parte del personale allora in servizio), i giochi
di potere politici che sottendono alle cariche sanitarie, la difficoltà e la
fatica di sottopormi a innumerevoli perizie, il fatto che nessuno psichiatra
oggi è veramente disposto a pronunciarsi, ben sapendo che questo andrebbe a
mettere a rischio la credibilita’ di un collega, mi svuotano ogni giorno di più
di fiducia e speranza e perpetuano il dolore e la difficolta’ di convivere ogni
giorno con i danni subiti.

 
Arianna

 

 

 

 

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