storie

raccolta di testimonianze e racconti sugli abusi della psichiatria

Pillole di antipsichiatria, riflessioni su una storia vissuta

  • February 3, 2008 7:42 pm

Ho
vissuto un’esperienza di sofferenza interiore e di psichiatria e ne
sono uscita.

Rivolgermi
alla psichiatria è stato il mio più grande errore: sono
stata danneggiata fisicamente e la mia vita è stata quasi
rovinata e ora faccio parte di un collettivo antipsichiatrico per
informare le persone su quello che realmente fa la psichiatria,
affinché possano evitare di subire abusi come quello che ho
subito io.
Io non posso dare una formula per stare bene ma posso
raccontare la mia esperienza, come io ne sono uscita e le mie
riflessioni. Non voglio neanche dire che quello che penso sia la
verità, perché questo è appunto il mio pensiero
personale.

In
un momento di "depressione" mi sono rivolta ad uno
psichiatra per risolvere le mie sofferenze, ma ogni farmaco che
assumevo peggiorava la mia situazione. Quando assumevo Risperdal
vedevo tutto nero, stavo malissimo interiormente, non riuscivo
neanche più ad alzarmi dal letto, i miei sensi erano
intorpiditi, piangevo continuamente. Inoltre mi sentivo anche male
fisicamente e svenivo spesso. Ho conosciuto anche altre persone che
mi hanno confermato di avere avuto gli stessi sintomi provocati dal
Rispedal. Anche l’Anafranil non ha fatto altro che rendermi confusa.

A
causa di queste "cure" ho anche sviluppato un disturbo
fisico irreversibile.
Dalla psichiatria sono stata solo
danneggiata. Stavo sempre peggio e dopo circa 1 anno di "cure"
ero arrivata alla convinzione che oramai non sarei mai più
stata bene, che la mia vita sarebbe stata per sempre una sofferenza
continua. Ma non era così.
Innanzitutto le emozioni, i
pensieri e i comportamenti non sono malattie e quindi non possono
essere curate con i farmaci, che sono semplicemente sostanze
psicoattive come le droghe e non possono fare altro se non sopprimere
alcuni sintomi.

In
psichiatria sintomi e comportamenti sono definiti malattie solo sulla
base che questi non corrispondono a ciò che è
socialmente accettato o comunque considerato nella media. I sintomi e
i comportamenti, a prescindere dal fatto che siano considerati giusti
o sbagliati, possono avere cause molto diverse fra loro. La
psichiatria non ha nessuna prova del fatto che chi si comporta in
modo diverso dagli altri presenti alterazioni del cervello.
La
preoccupazione principale della psichiatria non è neanche
alleviare i sintomi e le sofferenze, ma rendere le manifestazioni di
queste sofferenze socialmente accettabili.

Spesso
la situazione viene peggiorata dai farmaci perché sotto
l’effetto di questi diminuisce la
capacità del soggetto di
avere una visione chiara della realtà circostante e quindi
anche la capacità di agire in maniera adeguata per risolvere i
problemi che sono la causa reale della sofferenza interiore.
A
causa di questo mi sono trovata completamente isolata e non volevo
più uscire di casa. Sono cambiata in seguito all’assunzione di
farmaci, ero come drogata, così la mia famiglia non mi
comprendeva più, il mio compagno non mi comprendeva più.
Ero totalmente sola perché nessuno mi poteva capire. Ero
convinta che la mia vita fosse finita.

Mi
sono ripresa solamente dopo che ho compreso affondo cosa è la
psichiatria.
Allora ho scalato i farmaci, ma non perché
ormai stavo bene: solo perché ho capito che continuando a
prenderli sarei stata ancora peggio. Inoltre, se tanto dovevo
continuare soffrire, questo potevo farlo benissimo senza farmaci. Era
un illusione continuare a credere che gli psicofarmaci avrebbero
alleviato le mie pene. Era un illusione anche pensare che uno
psichiatra o uno psicologo potessero aiutarmi. Questa gente non può
aiutare nessuno perché attraverso la diagnosi considerano i
pensieri e comportamenti come frutto di processi patologici, non si
preoccupano di conoscere la persona e di capirla, né di
ascoltarla, perché la giudicano irrazionale. Come si fa ad
aiutare una persona se ci si rifiuta di vederla com’è?

La
diagnosi è un pregiudizio e dal quel momento ogni pensiero e
ogni comportamento è considerato sintomo di malattia.

Poi,
in fondo, ho anche capito che nessuno poteva aiutarmi perché
nessuno poteva essere nella mia pelle, nessuno poteva sentire quello
che io sentivo, conoscermi meglio di me stessa e comprendere
dall’esterno le mie motivazioni reali. In fin dei conti l’essermi
rivolta alla psichiatria era stata una rinuncia alla mia
responsabilità sulla mia vita, mi aspettavo che fosse un
altro, un "esperto" a risolvere la mia sofferenza, e questo
in un certo senso mi sollevava dalla fatica e dalla responsabilità
di essere io stessa in prima persona ad impegnarmi per migliorare la
mia vita. Sono stata meglio solo quando ho ripreso in mano la mia
vita, quando ho accettato il fatto che nessuno dall’esterno poteva
aiutarmi.

Per
uscire da questa situazione è stata importante anche
l’accettazione della mia stessa sofferenza, la comprensione che
questa non era una patologia, ma una normale reazione emotiva a certe
circostanze.

Appena
iniziato lo scalaggio ho cercato di cambiare il mio stile di vita.
Non sono stata subito meglio, è stato un processo graduale: mi
ci è voluto quasi un anno per uscire da quello stato di
prostrazione. Questo è stato importante per venirne fuori: non
fermarmi mai, lottare contro quella voglia di abbandonarmi, di
isolarmi e di restare al letto. Cercare di stare in mezzo alla gente
e ricominciare a d interessarsi alla vita. Riprendere tutti quegli
interessi che avevo abbandonato. Interessi culturali, sportivi, ecc.
L’ho fatto con immensa fatica, soffrendo.

Per
mesi a causa dei farmaci arricciavo il naso in continuazione e
nonostante questo andavo tra le persone, in associazioni culturali
dove mi sforzavo di dialogare con gli altri, anche se non ne avevo
voglia. Ero perfettamente consapevole che loro mi compativano a causa
del mio volto, ma mi relazionavo con loro alla pari, considerandomi
una persona in grado di dire la propria opinione come tutti gli
altri. Non cercavo dagli altri comprensione, pietà, aiuto o
amicizia. Mi ponevo completamente alla pari.

Così
sono uscita dalla "depressione" e dall’isolamento.

Inoltre
credo che sia stata molto importante l’attività fisica, che
aiuta a liberarsi dalle tossine, ad alzare l’umore, a non restare
continuamente concentrati e ripiegati sulla propria sofferenza.
L’attività fisica aiuta a vivere nel presente ed a riprendere
contatto col proprio corpo, mentre gli psicofarmaci in un certo senso
separano dal corpo, rendono il soggetto anestetizzato e addormentato,
i sensi ovattati.

Non
c’è una soluzione standard che va bene per tutti, perché
come i problemi sono personali e diversi per ognuno così le
soluzioni. Per me stato lo yoga, ma per qualcun altro può
essere qualunque altra cosa gli piaccia. Bisogna chiedersi che cosa
ci piace, a partire dalle piccole cose fino a quelle più
grandi. Io ero arrivata a stare così male che non me ne
fregava niente neanche di scegliere che cosa preferivo mangiare.
Questo è trascurare completamente se stessi, invece bisogna
amare se stessi e prendersi cura della propria vita in prima persona,
proprio come faremmo con il più caro dei nostri amici.

Io
ne sono uscita così, da sola senza l’aiuto di nessuno, con uno
sforzo immenso e continuo, ma non perché sono stata brava: ho
solo cercato di non morire, di non "affogare", lottando in
modo disperato.

Prima condanna in italia per la psichiatria

  • January 31, 2008 1:44 pm

 (NDR feb 2016)”detta sentenza a causa di successivo intervento della prescrizione non è stata confermata nella Superiore Corte di Cassazione per il solo intervento di detta circostanza..”

Donatella Marazziti, Psichiatra dell’equipe di
Cassano condannata a sei mesi di carcere

Il 5 marzo 2007 si è conclusa la lunga trafila legale nei confronti di DonatellaMarazziti, nota psichiatra toscana. La dottoressa è stata condannata per lesioni colpose, provocate dalla somministrazione impropria di psicofarmaci in sperimentazione, su una bambina di undici anni, che le si era rivolta nel ’99 accompagnata dalla madre (l’accusante A.Triolo) per un problema di obesità.

La cura somministrata
consisteva in due psicofarmaci non ancora in commercio: il fevarin,
un antidepressivo, ed il topamax, un antiepilettico.Farmaci in
sperimentazione dal dottor Cassano nel reparto psichiatrico di Pisa e
dal dottor Masi all’Istituto neuro-psichiatrico infantile “Stella
Maris” di Calambrone. Questi farmaci non avrebbero potuto essere
somministrati per usi diversi da quelli per cui erano testati, ma la
Marazziti lo ha ugualmente prescritto alla bambina alla stregua di un
farmaco anti-obesità, senza informarla che si trattasse di un
antiepilettico e di un antidepressivo e che il dimagrimento fosse
solo un suo effetto collaterale.

L’etica professionale in
questi casi richiederebbe invece quantomeno il consenso informato.
Dopo cinque mesi di cura il trattamento non ha portato alla paziente
alcun calo ponderale, bensì gravi disturbi quali sonnolenza,
incubi, emicranie, depressione, eccitabilità ed un episodio di
allucinazione, seguiti a due anni didistanza da calcoli renali,
disturbi alla vista e colicisti, effetti collaterali riscontrati nel
farmaco, ma non imputabili ad esso visto il ritardo della comparsa
dei sintomi.

La madre , insieme ai
collettivi antipsichiatrici che l’hanno sostenuta, si è vista
riconoscere le lesioni causate da questa terapia impropria e
aggressiva solo dopo otto anni di lotte giudiziarie, scontrandosi con
l’indifferenza di magistrati e forze dell’ordine, sempre ossequiosi
nei confronti dell’autorità medico-psichiatrica.

Si tratta della prima
condanna in Italia rivolta alla psichiatria; un primo riconoscimento
della fallacia e della pericolosità dei trattamenti
psicofarmacologici; una bacchettata nella mano pesante degli
psichiatri. Ma non è ancora stata riconosciuta la
sperimentazione illegale dell’antiepilettico e dell’antidepressivo;
rimangono all’oscuro i legami di questa vicenda con un modus operandi
diffuso nella rete psichiatrica toscana e italiana, e con i guadagni
economici connessi alla sperimentazione e alla vendita di farmaci,
vera piaga della medicina ormai da molti anni.

“Roba da psichiatri”

  • January 6, 2008 5:36 pm



Con
la pubblicazione di questo racconto il collettivo Antonin Artaud si
pone come megafono della storia di una giovane donna che da un
momento all’altro ha visto scatenare contro di sé una violenza
inaudita da parte della psichiatria.

La
ragazza è stata condotta in un reparto psichiatrico contro la
sua volontà e contro quella dei suoi familiari, e sottoposta a
un bombardamento farmacologico tale da farle rischiare la vita, che
le ha provocato danni fisici irreversibili.

Abbiamo deciso di rendere
pubblica questa vicenda con l’intento di mettere in luce i veri
meccanismi con cui, in pratica, opera la psichiatria e nella speranza
che sempre più persone trovino il coraggio di denunciare gli
abusi subiti.

~
~ ~ ~ ~

Sono
una ragazza di 33 anni ed abito in Versilia.. Nell’ottobre 2005 ho
subito un T.S.O.

Alcuni
mesi prima mi ero rivolta ad uno psichiatra privato di Massa, il
dottor G.A., per un malessere provocato da una serie di eventi
stressanti che si erano verificati nella mia vita familiare e
lavorativa. Il dott. G.A. mi prescrisse Anafranil 75 mg, 2 compresse
al giorno, Lexotan, 20-30 gocce al bisogno. Mi sentivo un po’ meglio
ma il Lexotan su di me non aveva effetto: o non avevo bisogno di
prenderlo o, se mi trovavo in una situazione che generava
preoccupazione, non era efficace. Così nei mesi successivi
torno un paio di volte dal dott. G.A. chiedendogli di prescrivermi un
ansiolitico diverso. Entrambe le volte mi ha risposto: "No, non
cambiamo farmaco, continua a usare il Lexotan, ne puoi prendere anche
50-60 gocce fino a 3-4 volte al giorno se ne senti il bisogno, tanto
prima che ti avveleni con il Lexotan ne puoi bere anche 2 boccette".
Era presente anche il mio fidanzato ( infatti nei mesi successivi è
capitato che anche lui in situazioni emotivamente difficili assumesse
Lexotan).

Passa
un po’ di tempo, durante il quale io non prendo tutte le gocce che il
dott. G.A. mi ha consigliato, perché mi sembra una dose
esagerata.

Il
10 ottobre io e mia madre abbiamo una discussione, un chiarimento
come succede in tutte le famiglie, niente di particolare: non ci
picchiamo, non volano i piatti. In quell’occasione io prendo le 60
gocce di Lexotan e mia madre vedendomi farlo, teme che possano farmi
male; io le dico che è stato lo psichiatra. a dirmi che potevo
prenderle e lei lo chiama per chiedergli se era vero. Lui per
telefono nega, forse rendendosi conto di avermi consigliato una cosa
assurda, per evitare una figuraccia. Dice a mia madre che avrebbe
mandato il 118 e parlato con il medico dell’ambulanza dicendogli di
prescrivermi un altro farmaco, e riaggancia senza darle la
possibilità di rispondere.

Dopo
10 minuti arrivano sotto casa mia due ambulanze, una per me e una per
mia madre, come spiegato la sera stessa a mia madre da uno psichiatra
del reparto. La dott.ssa A.B. di Massa entra in casa parlando al
telefono col dott. G.A.; si rivolge a mia madre e a mia nonna in modo
aggressivo, ordinando loro di uscire dalla stanza. Io rimango lì,
seduta sul divano, mentre la dott.ssa A.B. continua a parlare per
telefono con lo psichiatra. Non mi guarda, non mi visita, non mi
chiede niente, non mi chiede cosa è successo né come mi
sento. Io chiamo mia mamma per chiederle di portarmi il telefono e
lei rientra nel salotto. La dott.ssa A.B. la affronta urlando: "Cosa
ci fa lei qui, le ho detto di andarsene!" Mia madre si arrabbia
e le risponde: "No, a questo punto se ne va lei". La
dott.ssa minaccia: "Guardi che chiamo i carabinieri" e mia
madre: "No, i carabinieri li chiamo io!", riuscendo a far
uscire la dott.ssa. Ma le ambulanze non se ne vanno: rimangono lì,
davanti al cancello.

Mia
madre, spaventata dall’atteggiamento dei sanitari, chiama un suo
conoscente, il maresciallo dei carabinieri L.L., che viene insieme a
un collega. Il maresciallo mi propone di chiamare il suo medico di
famiglia e io accetto, perché dopo la discussione e la venuta
delle ambulanze sono spaventata: il comportamento della dott.ssa A.B.
mi aveva terrorizzata. Arriva il medico, dott. G.L. e si rende conto
che la situazione non è poi così grave; mi fa mezza
fiala di Valium. Mentre il medico mi fa l’iniezione i carabinieri
dicono alla dott.ssa A.B. di andarsene perché non c’è
bisogno di lei, non c’è bisogno di niente.

Le
ambulanze se ne vanno, ma dopo circa 10-20 minuti tornano con un
provvedimento A.S.O. (accertamento sanitario obbligatorio) firmato
dal sindaco e richiesto dalla dott.ssa A.B., medico non psichiatra
(del 118 di Massa, mentre io sono della provincia di Lucca, cioè
fuori dalle sue competenza territoriali)

Non
c’era l’urgenza di un di fare un A.S.O. altrimenti perché non
lo aveva proposto il dott. G.L.? La situazione era calma, io non
rifiutavo le cure, il medico era venuto a casa mia facendomi
un’iniezione: mancavano le condizioni necessarie per un ricovero
ospedaliero.

L’A.S.O.
in ospedale verrà trasformato in T.S.O. (trattamento sanitario
obbligatorio) con la motivazione di "agitazione psicomotoria".
Dopo essere stata portata via da casa con la forza, mentre non stavo
facendo niente, da una dottoressa che si è presentata senza
essere stata chiamata, "agitazione psicomotoria" è
proprio il minimo che potessi avere!

Mia
madre non vuole far entrare il personale dell’ambulanza così
loro forzano il cancello, entrano con la forza e la legano, braccia e
gambe, per impedirle di difendermi. Mia nonna è spaventata e
grida, ma un infermiere le dice di stare zitta. La dott.ssa A.B. mi
dice che devo seguirla, altrimenti mi avrebbe portata via con la
forza. Salgo sull’ambulanza e piango, sono spaventata e piango, dico
che voglio dormire , che voglio essere lasciata in pace e voglio
dormire. Sull’ambulanza mi viene fatta una fiala di Largactil.

Mi
portano in psichiatria, mi lasciano lì e nessuno mi dice
niente. Io piango, sono spaventata, sia a causa della scena violenta
avvenuta poco prima a casa, sia perché non capisco per quale
motivo sono stata portata lì in quel modo, senza aver fatto
nulla. Non posso uscire e non so quando potrò uscire. Gli
psicofarmaci che ho assunto non mi calmano ed anzi pregiudicano la
mia capacità di comprendere quanto sta succedendo così
come la mia capacità di esprimermi chiaramente.

Da
questo momento non ricordo più niente fino a parecchie ore
dopo, quando mi sveglio legata al letto senza sapere il perché
e senza neanche il coraggio di chiederlo. Cerco di restare calma; non
reagisco, non chiedo niente ed accetto tutto, perché capisco
che reagire potrebbe essere pericoloso. Sono terrorizzata. Mi
lasciano ancora a lungo legata al letto, fino alla sera, all’orario
delle visite, quando mi tolgono le cinghie perché mia madre
non mi veda in quel modo. La fanno entrare dopo averle perquisito la
borsa, accompagnata da due guardie giurate con la pistola bene in
vista.

Mia
madre si rivolge subito ad un avvocato ed il 13 ottobre verrò
dimessa.

Durante
il T.S.O. vengo trattata con psicofarmaci, prevalentemente
neurolettici, soprattutto il primo giorno: Largactil, Tavor, Valium,
Risperdal, Stilnox….

Naturalmente
nessuno si preoccupa di capire se la mia agitazione possa in realtà
essere dovuta ai farmaci precedentemente assunti: le benzodiazepine
(Lexotan, Valium, Tavor) possono provocare stati d’agitazione e i
neurolettici (Largactil, Risperdal) possono anch’essi provocare forti
stati di agitazione psicomotoria (acatisia) e addirittura portare a
delirio e allucinazioni. Non mi hanno fatto esami del sangue volti a
chiarire se la situazione potesse essere dovuta a reazioni paradosso
agli psicofarmaci, ma hanno continuato a somministrarmene fino a
stendermi.

In
reparto dormo costantemente e sbavo continuamente. Nei momenti in cui
mi risveglio mi trovo tutti i capelli appiccicati al viso e al
cuscino, tutti pieni di saliva.

All’orario
dei pasti non mi è permesso alzarmi dal letto per mangiare
nella sala, come fanno tutte le altre degenti. Non posso uscire dalla
stanza. Solo il quarto giorno, poco prima di essere dimessa, mi viene
permesso di pranzare nella sala, così chiedo ad una ragazza
come si trovi in quel reparto e lei mi risponde: "E’ come un
carcere".

Durante
il T.S.O. nessun medico mi visita. La terza sera passa il primario,
M.D.F. seguito da altri psichiatri, a cui dice riferendosi a me:
"Questa ragazza non ha niente, ha solo litigato con la madre"
e passano oltre.

Sempre
la terza sera vedo un’altra cosa che mi sembra un po’ strana: passa
l’infermiera con il carrello dei farmaci dove ci sono tutti i
bicchierini con le pasticche e i nomi delle ricoverate. Dentro i
bicchierini c’è sempre lo stesso farmaco in diverse dosi:
Risperdal, un neurolettico. Così tutte assumevamo lo stesso
farmaco, a prescindere da quali fossero i disturbi lamentati e dal
perché ci trovassimo lì.

II
quarto giorno, quando vengo dimessa, vengo sottoposta ad un colloquio
con la dott.ssa M.G.. Lei mi fa diverse domande e io rispondo con
calma. Diversi mesi dopo, quando ritiro e leggo la mia cartella
clinica, mi accorgo che lei ha selezionato e strumentalizzato le mie
parole, rigirandole in modo da giustificare una diagnosi di disturbo
ossessivo compulsivo.

Esattamente
in quell’occasione dissi che la mia vita nell’arco dell’ultimo anno
era cambiata completamente e che si erano verificate molte situazioni
problematiche. Ero costantemente preoccupata, al punto che non
riuscivo a smettere di pensare a come avrei potuto risolvere tutte
quelle situazioni nuove che si erano presentate: la mia mente era
sempre occupata nella ricerca di una soluzione per i miei problemi
pratici. Tutti questi problemi mi avevano buttato giù di
morale e per questo mi ero rivolta al dott. G.A.. Raccontai
di come la meditazione, disciplina che praticavo da anni, mi fosse di
grande aiuto in quel periodo. Questa consiste in pratiche di
concentrazione volte a calmare il pensiero che è
indisciplinato, tendiamo cioè a pensare e reagire in modo
automatico secondo modelli precostituiti ed abitudinari. Mediante
questo allenamento è possibile imparare a pensare in modo
attivo, slegato dai modelli abitudinari di pensieri e reazioni, al
fine di risolvere in modo creativo i problemi che si presentano in
base alla situazione presente, adottare soluzioni nuove a nuovi
problemi, anziché vecchie soluzioni a nuovi problemi.

Leggendo
la cartella clinica mi accorgo anche che sugli appunti del 10 ottobre
ci sono delle cose che io ho detto il 13 ottobre alla dottoressa
M.G.: mi sembra improbabile se non impossibile che io abbia detto le
stesse cose e con le stesse parole in due momenti diversi.

Vengo
dimessa con un prescrizione di Risperdal, 7,5 mg al giorno, un
dosaggio anche abbastanza alto di un farmaco pericoloso, che tra
l’altro non è neanche adeguato alla diagnosi (di un disturbo
che non ho!). Naturalmente non vengo avvertita dei rischi, non mi
viene data alcuna informazione sul farmaco, che mi viene consegnato
direttamente dalla dott.ssa e dalla cui confezione manca il foglietto
illustrativo.

Sempre
al momento della dimissione vengo informata, insieme a mia madre e al
mio fidanzato, che mi è stata fatta una puntura e che dovrò
tornare lì a ripeterla. Tale iniezione nella cartella clinica
non è stata annotata!

Subito
prima di essere dimessa viene a parlarmi anche il primario: dice di
aver litigato per telefono con il dott. G.A. e che non devo prendere
mai più Anafranil, che DEVO
scegliere uno psichiatra della struttura e andare lì a
curarmi. Dice che DEVO prendere
assolutamente il Risperdal (strano perché la sera prima aveva
detto che io non avevo niente!).
Mi parla con un tono di voce
piuttosto autoritario, ripetendo le cose più volte come se si
rivolgesse ad una persona che non capisce, mentre io ero solo
intontita dai farmaci. Dice al mio fidanzato che non deve farmi
tornare a casa, che deve tenermi lontano da mia madre e che se non si
prende questa responsabilità non mi faranno uscire (ma che ne
sa dei miei rapporti con mia madre, visto che non aveva mai parlato
né con me né con lei?).

Tornata
a casa sto molto male, sia a causa della violenza subita, sia a causa
dei farmaci che continuo a prendere credendo di averne bisogno.

Sbavo,
non riesco a parlare correttamente, quando cammino inciampo spesso e
cado; incontinenza, insensibilità al dolore, la luce mi da
fastidio e i miei sensi sono ovattati; mi viene febbre e una
bronchite che durerà fino alla metà dell’estate 2006.
Non riesco a far niente, non trovo la forza di alzarmi dal letto,
vestirmi e uscire; non riesco più a pensare in modo attivo, ad
applicarmi nella ricerca di soluzioni pratiche ai miei problemi
quotidiani. Non riesco a concentrarmi su niente, a leggere e neanche
a guardare programmi televisivi. Piango spesso, perché la mia
vita è completamente cambiata in modo violento e improvviso in
seguito al T.S.O.. Ho delle macchie marroni nell’occhio destro e
tutta la parte sinistra del viso è eccessivamente rilassata e
cadente, mentre la parte destra è contratta; ho spasmi intorno
agli occhi e quando parlo storgo la bocca verso destra.

Stavo
sempre peggio e non avevo idea che quelli fossero effetti collaterali
del Risperdal che provoca ansia, tristezza, sofferenza interiore
molto forte e mancanza di voglia di agire.

Ho
continuato a prendere il Risperdal per circa 1 mese.

Durante
questo periodo il mio fidanzato, vedendo che stavo peggiorando a
vista d’occhio, si rivolse al reparto per chiedere cosa dovevo fare,
ma venne fermato da un infermiere che gli disse: "Non la
riportare assolutamente qui, perché te la ricoverano di nuovo
e alla fine te la rovinano del tutto".

Dopo
un mese trovo un libro, "Chimica per l’anima", capisco cosa
sono i neurolettici e interrompo di colpo e di mia volontà
l’assunzione del Risperdal.

Stavo
molto male e mi ero rivolta nuovamente al dott. G.A. Nella confusione
dell’accaduto e a causa dei farmaci che limitavano la mia capacità
di comprensione degli eventi, non avevo capito che era stato lui a
farmi ricoverare, io credevo fosse stata la dott.ssa A.B.

Ci
torno diverse volte e lui cerca di mettere me e il mio fidanzato
contro mia madre e il mio fidanzato contro di me. Ci fa credere che
la dott.ssa A.B ha richiesto l’ASO a causa del comportamento di mia
madre. Continua a insistere sia con me che con il mio fidanzato che è
mia madre la causa del mio malessere, che mi avrebbe rovinato la vita
(cosa che diceva spesso anche prima del T.S.O.) e che è lei
che deve essere curata.

Insiste
così tanto che alla fine io e il mio fidanzato convinciamo mia
madre a fare una visita con lo psichiatra che ci consiglia: un certo
dott. B.A. Mesi dopo leggerò sulla mia cartella clinica il
nome dello psichiatra che ha richiesto il T.S.O. mentre ero in
reparto: il dott. B.A., lo stesso amico del dott. G.A. da cui avevamo
portato mia madre! Ripensandoci, ricordai come tale dott. B.A.
durante la visita con mia madre sembrasse molto imbarazzato: io non
lo avevo riconosciuto, ma lui probabilmente si ricordava di me.

Il
dott. G.A. insisteva anche su un’altra cosa: io dovevo andare via da
casa di mia madre. Cercava di convincere il mio fidanzato a vendere
la sua casa a Massa per prenderne una per me ad Ortonovo, dove lui,
così disse, aveva il controllo del 118. Gli disse
letteralmente: "Così, se la porta ad Ortonovo, ce l’ho
sotto la mia cappella"; questo potrebbe anche significare "sotto
il mio controllo", ma è anche un doppio senso osceno
perché in dialetto cappella significa glande. Mi soffermo su
questo particolare poiché lo psichiatra mi aveva già
fatto domande strane in passato, del genere "Ma tu desideri il
tuo fidanzato? Non è che hai fantasie sessuali verso uomini
più anziani di te, figure paterne, che ti diano un senso di
autorità e potere?". Queste cose le avevo anche riferite
al mio fidanzato, ma lui, plagiato com’era, mi rispondeva che secondo
lui erano domande normali, che ero io a trovarle strane "Perché
mi fisso, perché sono ossessiva compulsiva", come gli
aveva insegnato a dire il dott. G.A..

Il
mio ragazzo era preoccupato per me e lo aveva chiamato per telefono
diverse volte, a mia insaputa, chiedendogli cosa poteva fare per me,
come mi poteva aiutare (io piangevo sempre ma lui non poteva sapere
che la causa erano i neurolettici). Egli gli aveva risposto che lui
non poteva fare niente per me, "Che la cosa migliore era
lasciarmi nelle sue mani, perché solo lui poteva curarmi,
perché io ero gravemente malata e non mi rendevo conto della
mia malattia. La scelta migliore sarebbe stata lasciarmi, altrimenti
io avrei rovinato anche la sua vita, tanto oramai io non sarei stata
più bene, sarei costantemente peggiorata, e le persone malate
di mente distruggono la vita a chi gli sta vicino."

L’ultima
volta che vado dal dott. G.A, c’è una signora in sala
d’aspetto: è in cura da lui da 10 anni con psicofarmaci
neurolettici; racconta diverse cose sulla sua vita e su come l’ha
curata il dott. G.A.. Sembra innamorata di lui! Quando il dottore
arriva io, già insospettita dalle parole di questa donna, noto
che i due hanno un modo di parlare strano, eccessivamente
confidenziale, come se ci fosse tra loro qualcosa che va al di là
del normale rapporto che si instaura tra un medico e una paziente.
Quindi collego diverse cose tra loro e quando parlo col dottore porto
il discorso sul T.S.O., fingendo di incolpare mia madre e
conducendolo così ad ammettere che era stato lui a farmi
finire in psichiatria: lo ammette sia davanti a me, sia poco dopo,
quando faccio entrare mia madre.

Racconto
tutto al mio fidanzato e decido di non tornare più a quelle
visite: il mio fidanzato, convinto dallo psichiatra durante una
telefonata avvenuta subito dopo quest’ultima visita, mi lascia e
rimaniamo separati per alcuni mesi. Diversi mesi dopo, quando il mio
fidanzato capisce cosa era successo veramente telefona di nuovo al
dott. G.A. dicendogli: "Ma cos’ha fatto! Ha fatto il TSO alla
mia ragazza e le ha rovinato la vita. Ha rovinato anche il nostro
rapporto, per colpa sua ci siamo lasciati". Il dottore gli
rispose con un tono di presa in giro: "Oh, mi dispiace, mi
scusi", Il mio fidanzato gli disse: "Ma guardi che noi la
denunciamo" e G.A. rispose: "Fate pure. Tanto io sono una
persona potente e la sua ragazza l’ho fatta passare per matta e
nessuno le crederà mai.".

Mi
rivolsi ad un altro psichiatra raccontandogli di stare male a causa
del TSO: questo faceva finta di credermi ma non mi credeva. Stavo
molto male: tutto quello che era accaduto era stato un grande trauma
e la mia vita era completamente cambiata. Malgrado l’abuso subito non
mi rendevo conto di quanto fosse pericoloso il mondo della
psichiatria e continuavo a pensare che con me avevano commesso un
errore, che avevo incontrato gli psichiatri sbagliati, che si era
verificato un malinteso iniziale che aveva portato al disastro.
Continuavo a cercare lo psichiatra giusto, il farmaco giusto.

Le
umiliazioni che ho subito da parte dei medici sono innumerevoli:
concludevano tutti che se mi avevano fatto il TSO e dato i
neurolettici voleva dire che ero malata. Partivano da questo
pregiudizio e non c’era assolutamente nessun modo di spiegare come
erano andate le cose. Mi prescrivevano sempre nuovi farmaci:
Cymbalta, Anafranil, Nopron, Tavor, Valium, Xanax, Lamictal,…. Si
verificavano continuamente incomprensioni ed equivoci che potevano
espormi al rischio di altri trattamenti dannosi e non necessari.

Questo
è continuato fino all’agosto 2006. In quel periodo ero ormai
convinta che non sarei mai più stata serena e felice, che la
mia vita era finita e che tutto ciò che mi rimaneva era
soffocare la mia sofferenza attraverso il Tavor che mi permetteva di
sopravvivere, almeno finché avesse funzionato.

Ho
cominciato ad informarmi a proposito dei farmaci attraverso internet
e mi sono resa conto che abusi come quello che avevo subito io, o
anche peggiori, succedono continuamente in psichiatria. Ho visto come
molte persone stiano male a causa degli psicofarmaci. Attraverso un
libro sono venuta a conoscenza della storia della psichiatria, della
sua ideologia e dei metodi brutali da essa adottati nel corso dei
secoli.

È
stato uno shock, piangevo continuamente. È stato come se,
oltre alle mie sofferenze, mi fossero piombate addosso anche quelle
di milioni di persone danneggiate dalla psichiatria nel corso dei
secoli e nel presente.

Un
medico a cui ho raccontato l’abuso subito mi ha creduto. Gli dissi
che volevo smettere gli psicofarmaci perché non volevo più
assolutamente avere contatti con la psichiatria così mi ha
fatto uno schemino per scalare i farmaci.

Smettere
i farmaci è stato come un salto nel buio, perché avevo
paura di averne bisogno, ma a quel punto la mia convinzione era che
se tanto dovevo stare male, potevo farlo benissimo anche senza
psicofarmaci e senza psichiatria. Invece con il passare dei mesi sono
stata progressivamente meglio: non sono più triste né
disperata né spaventata né ansiosa e non penso più
che la mia vita sia finita.

Psicologicamente
sto bene. Soprattutto non sono più drogata dai farmaci, ho
recuperato la mia lucidità così come la mia capacità
di interpretare correttamente gli eventi e il mio autocontrollo. Ho
ricominciato a vivere e a coltivare i miei interessi e adesso ho
tantissimi amici che mi stimano e che, conoscendomi bene, non
riescono a comprendere come sia potuta accadere a me questa vicenda
così assurda. Anche il rapporto con il mio fidanzato, che il
dott. G.A.. aveva rovinato, è tornato soddisfacente, grazie
alla mia determinazione di far chiarezza sull’accaduto e di
riprendere in mano la mia vita.

Comunque
a distanza di 2 anni dal T.S.O. continuo a soffrire di movimenti
involontari del volto e talvolta anche degli arti che sono stati
causati dai neurolettici. Spesso, a causa di questi spasmi, mi mordo
l’interno della bocca durante la masticazione, procurandomi ferite.
Inoltre rischio di soffocare, poiché cibi e pasticche mi vanno
per traverso, a causa della riduzione della capacità di
controllare i miei movimenti volontari.

I
medici che mi hanno visitato per questi disturbi mi hanno detto che
molto probabilmente oramai non passeranno più. Discinesia
tardiva e distonia tardiva. Non esistono neanche cure specifiche per
ridurre questi movimenti che sono molto fastidiosi, insistenti e
accompagnati da dolore tipo nevralgia.

Questi
spasmi rendono tutte le mie ore di veglia senza pace, senza riposo;
danneggiano la mia immagine e mi è molto più difficile
trovare un lavoro (io ho lavorato in un negozio ed ho esperienza come
commessa): molte persone a cui mi sono proposta, vedendo le smorfie
sul mio volto, mi hanno trattato con eccessiva gentilezza, una
gentilezza compassionevole, dopo di che non mi hanno richiamato.

Magari
molte persone mi potrebbero giudicare "malata psichica" a
causa di questi movimenti, non sapendo in realtà che sono
stati i farmaci a provocarli; e poi anche qualora lo sapessero
penserebbero che siccome ho preso i farmaci probabilmente ne avevo
bisogno.

MA
NON SONO IO A DOVERMI VERGOGNARE PER QUESTA FACCIA DA MANICOMIO!

Ciò
influenza negativamente la mia vita sociale e lavorativa, presente e
futura, nonché la qualità della mia vita. La
meditazione, che io praticavo da moltissimi anni e che era per me un
elemento di arricchimento, non potrò più praticarla a
causa di questi spasmi. Così come non potrò più
coltivare un’altra delle mie passioni, lo snorkeling, non potendo
sopportare la maschera sul volto ed avendo perso, dopo il T.S.O., la
capacità di nuotare.

LA
MIA VITA È COMPLETAMENTE CAMBIATA, CAMBIATA PER SEMPRE. HO UN
DANNO PERMANENTE, PERCHÈ? PERCHÈ MI HANNO "CURATO"
CONTRO LA MIA VOLONTÀ!!!

Anche
per cercare di capire cos’era questo disturbo ho dovuto subire
moltissime umiliazioni dai medici. Mi sono rivolta a diversi
neurologi e ne ho dovuti girare parecchi prima di trovarne uno
disposto a fare gli accertamenti. Uno di loro, dopo cinque minuti,
sulla base del fatto che avevo preso per un periodo antidepressivi e
per un altro neurolettici, mi chiese se avevo il disturbo bipolare!
Ad un altro, che mi aveva fatto la stessa scena, chiesi come si fosse
permesso di farmi una diagnosi dopo 5 minuti solo basandosi sui
farmaci che avevo preso e senza considerare che il TSO era stato un
errore. Mi rispose che se me lo avevano fatto sicuramente avevano
ragione, "Sono sicuro che lei è matta e che di TSO gliene
faranno ancora tanti nella vita, anzi se non se ne va glielo faccio
fare io".

~
~ ~ ~ ~

La
psichiatria ti toglie la dignità.

Ti
possono fare veramente di tutto perché sanno che non puoi
difenderti. Tutto quello che dici o che fai non ha più alcun
valore, anzi tutto viene strumentalizzato per essere usato contro di
te, come ulteriore prova della tua "malattia mentale". I
trattamenti ti possono venire imposti con la forza e tu non li puoi
discutere né rifiutare, perché questo è
considerato rifiuto della terapia e ulteriore segno di "malattia
mentale". Non puoi dire che un determinato farmaco ti fa male
perché sei considerato "malato mentale" e quindi non
in grado di capire di cosa hai bisogno (come se potessero sapere
meglio di te come ti senti!). Se poi dici che non sei malato di mente
ma che stai male per qualche situazione contingente allora sei ancora
più grave perché non ti rendi conto della tua
"malattia". La tua vita non ti appartiene più e se
subisci delle violenze queste non sono poi così facili da
dimostrare, perché sei screditato, perché sei
considerato il "matto" che va a raccontare di aver subito
un ingiustizia da parte del suo psichiatra, il quale è
considerato autorevole, attendibile e di indubbia moralità. Il
tuo "delirio di persecuzione" sarà un ulteriore
prova della gravità della tua "malattia",
un’ulteriore scusa per sottoporti a ulteriori trattamenti.

È
facile entrare in questo meccanismo anche per cose banali e rimanere
coinvolti in un susseguirsi di circostanze da cui si potrebbe anche
non uscire mai più, anzi da cui spesso non si esce mai.

Quando
dobbiamo superare momenti difficili della vita, la società, le
persone che ci stanno vicine, le opinioni autorevoli ci insegnano che
si può ricorrere all’aiuto di uno psichiatra e degli
psicofarmaci, per superare il periodo. Ci viene insegnato che le
emozioni negative sono malattie, non normali risposte dell’uomo agli
eventi esterni. Ci viene insegnato che si deve essere sempre contenti
e soprattutto attivi, tirare avanti in qualsiasi circostanza ed
essere come gli altri ci vogliono altrimenti siamo "malati"
e ci si deve rivolgere ad uno psichiatra.

LE
EMOZIONI NEGATIVE NON SONO MALATTIE.

L’abuso
psichiatrico è una violenza che investe il soggetto in tutti i
piani dell’essere: fisico, mentale, sociale, emotivo, etc.. Penso che
sia una delle esperienze peggiori che si possono fare nella vita. È
una totale privazione del diritto di gestire la propria vita; è
peggio del carcere: non si è accusati di un reato ma di un
pensiero, non c’è un processo, non si ha diritto ad una
difesa.

Loro
vogliono chiamarsi medici dell’anima ma sono come poliziotti della
mente. IL LORO FINE NON E’ IL BENESSERE DEL PAZIENTE, MA IL CONTROLLO
E LA REPRESSIONE DELLE MANIFESTAZIONI ESTERNE DELLE SUE SOFFERENZE.

Ascoltano
i loro pazienti a partire da una diagnosi fatta superficialmente e
questa diagnosi costituisce un pregiudizio, perché non si può
assolutamente "vedere" chi ci sta davanti quando partiamo
dalla convinzione che ogni pensiero e ogni comportamento siano frutto
di un processo psicopatologico.

GLI
PSICHIATRI PRESCRIVONO TRATTAMENTI CHE DISTRUGGONO FISICAMENTE I
PROPRI PAZIENTI E LO FANNO CONSAPEVOLMENTE !!!

LORO,
SONO “SANI DI MENTE” ?!

L’Analista Analizzato: La patologia del “dissenso”

  • January 6, 2008 5:31 pm

Come collettivo antipsichiatrico pubblichiamo il racconto
della storia personale di Lucia Maria Catena e la recensione del suo
libro "l’analista analizzato".Ci sembra giusto e
importante dare spazio e voce alle persone che hanno subito abusi in
psichiatria e che vogliano come noi lottare per smascherare gli
effetti nefasti e nocivi che la psichiatria produce sull’intera
società.


L’Analista Analizzato:
La patologia del “dissenso”

A distanza di anni, non so
ancora chi forse in Cielo mi ha aiutata, ma se non avessi avuto quel
barlume di lucidità, che all’epoca, contro tutti e contro
tutto, mi fece scegliere liberamente e consapevolmente di risolvere i
miei gravissimi problemi personali, senza alcun aiuto farmacologico e
nessun supporto psicoterapico, non sarei ancora in vita.

Sono venuta a contatto con
gli psicofarmaci e con il mondo della psichiatria, per caso, quando
ignara di tutto, stavo preparando l’esame di diritto amministrativo
alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Mio padre, violento
in famiglia da sempre, alcolista da qualche tempo, finì in
ospedale in gravissime condizioni per morirvi dopo pochi mesi. Io,
per molti anni, fin da bambina, avevo abusato del cibo, all’interno
della mia famiglia violenta e distruttiva, ingozzandomi
ripetutamente.

Mi indirizzarono da coloro
che, secondo molti, mi avrebbero aiutata in ogni caso. Primo dono: un
pacchetto di ansiolitici, da prendere al bisogno, mentre, tentavano,
in tutti i modi, di sottopormi ad una psicoterapia, non richiesta e
non gradita, mentre la mia disperazione e la mia sofferenza
crescevano ogni giorno di più. Mi rivolsi allo stesso
operatore per più di un anno, senza alcun risultato, mentre le
mie condizioni fisiche peggioravano ed il mio peso aumentava. Le cose
non cambiarono quando andai altrove. Mi prescrissero psicofarmaci:
dal Prozac, ad altri. Poi arrivarono i neurolettici, mentre cercavo
di spiegare disperatamente, non ascoltata, a queste persone che con
le chiacchiere non si esce dalla disperazione, specialmente quando in
casa hai una madre totalmente invalida, senza risorse economiche,
senza lavoro e senza futuro, anche con una laurea in Giurisprudenza,
in terra di mafia! Mentre il contrasto fra le loro eccellenti
teorizzazioni ed i miei principi e valori di vita, diveniva
incolmabile. Ad un certo punto, finii in ospedale per “Impregnazione
neurolettica.”

Ho rischiato di morire. Mi
disintossicarono e gli specialisti psichiatri della clinica dove mi
avevano portata mi chiesero come mai prendessi così potenti
psicofarmaci e come mai me ne fossero stati prescritti per anni di
tutti i tipi, visto, che, dopo un mese di osservazione all’interno
della loro struttura, non avevano riscontrato in me alcuna patologia!
Per loro ero perfettamente sana! Il problema dell’abuso del cibo
era solo dovuto alle vicende distruttive familiari. Avevo
semplicemente sfogato la disperazione sul cibo. Si poteva benissimo
correggere con. un po’di serenità e di quiete, costruendo la
mia vita. Ed allora tutti gli psicofarmaci prescritti?.. per quale
patologia? Le domande sorgevano spontanee. Rifiutai ogni prescrizione
farmacologia di neurolettici. Ritornai al Servizio dove mi volevano
ancora somministrare altri psicofarmaci potentissimi, se avevo voglia
di prenderne. Non ero certo guarita dalla mia gravissima
patologia…poi, dissero a mia madre che potevo anche optare per un
ricovero in ospedale, dove mi avrebbero sedata…Rifiutammo ogni tipo
di aiuto. Ancora non ci rendevamo conto di cosa fosse successo.
Incominciammo a richiedere la mia documentazione medica e le
Strutture incominciarono a rifiutarcela. Mi rivolsi così
all’avvocato presso il quale facevo praticantato legale. Con la
minaccia di una denuncia, ci fornirono quanto richiesto e dovuto.
Qual’era questo mio famoso malanno da curarmi a tutti i costi…o
meglio, che desideravano così ardentemente di curarmi? Non ci
è dato sapere… In una cartella avevo la personalità
disturbata a vario titolo, patologie gravissime irreversibili
(diagnosi postuma: sfornata al momento dell’intimazione legale!);
in un’altra la bulimia. In un’altra ancora non avevo niente (ma
gli psicofarmaci me li volevano dare lo stesso…Malata di che…?).
Di una stessa struttura esistevano addirittura due copie di cartelle.
Quale era la veritiera? Mistero…Però una cosa saltava agli
occhi, evidentissima…avevo contestato… forse troppo…ribellandomi
alle loro amorevoli cure…avevo fatto troppo di testa mia…pensato
troppo…Di certo non mi avevano curata e neppure guarita…

Allarmati, visto che non
riuscivamo a capire nulla, ci siamo rivolti ad un primario: il
Professore Mario Meduri di Messina, che, dopo visita accurata e vari
test di tutti i tipi, ripetuti presso un’altra struttura pubblica,
con il medesimo risultato (Perfettamente sana!), mi disse che non
avevo bisogno di psicofarmaci e che l’ingozzamento di cibo in tutti
quegli anni, si chiamava bulimia, ed era dovuto ai problemi
familiari.

Partì la denuncia
verso la Magistratura. Senza soldi e senza perito, quello bravo e
pagato bene, che metta in luce gli effetti distruttivi dei
psicofarmaci e l’assurdità di certo sistema, non hai
giustizia. Neppure in sede civile, perché la Giustizia in
Italia ha un costo economico non indifferente, e noi non rientravamo
neppure nel gratuito patrocinio, per pochi spiccioli! Non abbiamo
neppure potuto proporre un giudizio di danni, anche qui il perito
andava pagato, ante-causam ed in corso di causa. I reati, di falso in
atto pubblico è difficile dimostrarli. L’esposto, dopo anni,
fu archiviato per prescrizione. I reati di falso si erano prescritti!
Nessuna considerazione nel merito. Nessuna giustizia per anni di
inferno. La mafia dei colletti bianchi aveva vinto, come sempre…gli
amici degli amici…Avanti un altro da distruggere! E’ forse
scienza questa? Cosa sta succedendo?

In cura per cosa?…Ci
siamo chiesti tutti, familiari ed amici…La “patologia del
dissenso?” Per caso…visto che avevo avuto la felice idea di
andare, come mio solito, a ficcare il naso dove non avrei dovuto e
fare domande che non avrei mai dovuto fare…inopportune…contestatrici…

Quando rifiutai ogni aiuto
ero distrutta fisicamente. Tutti gli psicofarmaci provocano danni
collaterali, a cominciare dalla perdita della memoria, molto spesso
indimostrabili, in un campo dove impera l’arbitrio. Il mio peso era
di centotrenta chili ed oltre e i miei ormoni non rispondevano più.

Mi curò un medico
ginecologo, il dottore Oriente Antonio, gratuitamente, al quale devo
la mia vita e la mia salute.

I miei problemi personali
legati al cibo, con il suo carico di sofferenza e di disperazione, li
ho affrontato con l’aiuto prezioso delle persone che mi amano. Il
resto è venuto da sé, dopo che ho chiuso per sempre con
i veleni legalizzati e con qualunque tipo di approccio psichiatrico e
similari. Abilitazione all’esercizio della professione legale e dal
gennaio 2002 esercizio di funzioni giudiziarie onorarie presso il
Tribunale di Patti, distretto di corte d’Appello di Messina, con
all’attivo centinaia di Sentente e provvedimenti nel campo civile;
dando così il mio contributo all’Amministrazione della
Giustizia, crescendo umanamente e professionalmente, tra la stima e
l’affetto dei Magistrati, dei colleghi e degli Avvocati. A tutti un
grazie di vero cuore.

Presto ci sarà un
sito: www.analistaanalizzato.it, dove raccoglierò la mia
storia personale, con tutti i documenti storici connessi, per dare
voce a chi non ha voce, attraverso questa mia opera prima, l’Analista
Analizzato, edita dalla Casa Editrice Progetto Cultura 2003, e donare
un forte messaggio di speranza alle numerose persone disperate che
vengono sistematicamente distrutte nel tentativo assurdo di curargli
sola la disperazione…”malati di niente!”


L’Analista
Analizzato” edizioni Progetto cultura 2003

di Lucia Maria Catena


Il libro

In tutti i mezzi di
comunicazione di massa televisivi e non vi propinano che gli
psichiatri, gli psicologi e similari, con le loro psicoterapie varie
e con i loro psicofarmaci vi salvano dalla violenza familiare, dalla
bulimia, dall’anoressia e da ogni genere di vostro disagio…
psicologico e non. Anzi, costoro sarebbero i nuovi Salvatori
dell’umanità, i “nuovi santi guaritori, gli specialisti
dell’anima”: pillolette della felicita! E vai sicuro!
Psicoterapia? Ti libera dal male! Ma vi siete mai chiesti quale
grande distruzione possono portare tali sistemi di cura assolutamente
non scientifici alla nostra salute fisica e mentale? Quale assurda
manipolazione dell’interiorità delle persone più
deboli si cela nel termine “psicoterapia”? Se lo desiderate, il
mio Analista… analizzato ve ne parlerà. E vi farete anche
quattro sane risate…


L’autrice

Lucia Maria Catena Amato
nasce a Palermo nel 1969. Vive a Santo Stefano di Camastra (ME).
Laureata in Giurisprudenza, è abilitata all’esercizio
professionale di Avvocato. Dal gennaio 2002 esercita funzioni
giudiziarie onorarie presso il Tribunale di Patti, distretto di Corte
d’Appello di Messina.