recensione a Pazzi da morire di Chiara Gazzola uscita sul numero di maggio 2026 della rivista Malamente

  • Giugno 3, 2026 9:13 pm

PAZZI DA MORIRE – UN’INCHIESTA SULLA VIOLENZA ATTUALE DELLA PSICHIATRIA

Mi sento particolarmente fiera di poter segnalare la pubblicazione di questo libro (Pazzi da morire – Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria, edito da Sensibili alle foglie a inizio anno 2026 e curato dal Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud), e non tanto perché ne ho scritto la postfazione ma in quanto conosco da vicino la caparbietà con la quale è stata condotta questa inchiesta. Un impegno faticoso che ha coinvolto il collettivo per molto tempo alla ricerca delle storie di persone “invisibili”, come le definisce Sara Manzoli nella prefazione, aggiungendo “persone di poco conto e improduttive per la nostra società capitalista”. E non si parla degli anni bui dell’era manicomiale, al contrario viene scardinato ciò che succede nelle strutture psichiatriche dopo quella che viene erroneamente definita “la chiusura delle istituzioni totali”. La differenza tra il prima e il dopo la legge 180 del 1978 (impropriamente ricordata come legge Basaglia) o, meglio, tra il prima e il dopo la chiusura dell’ultimo manicomio nell’ottobre 2002, non sta nella metodologia di approccio a chi viene diagnosticato, non sta nei dispositivi terapeutici, non sta negli abusi perpetrati (talmente comuni e numerosi da diventare una prassi istituzionalizzata), non sta nella carenza di ascolto dei bisogni e delle sofferenze: e allora c’è questa differenza? Sì, semplicemente non esistono più i grandi nosocomi, ma diverse strutture sul territorio collocate all’interno degli ospedali o degli istituti carcerari (ATSM, Articolazioni di tutela della salute mentale), in ambulatori e altre alternative gestite da enti privati e poco controllati dagli enti pubblici che però le sostengono economicamente. Questo nuovo assetto non ha però coinciso con il superamento dei metodi di ricovero coatto (TSO, Trattamento sanitario obbligatorio) né con il miglioramento di quelli di “cura”, sia perché gli operatori sanitari sono i medesimi dell’era manicomiale, sia per l’avvento di nuove molecole psicotrope somministrate anche con dosaggi mensili (depot), per l’incremento dei metodi di contenzione chimica o meccanica e del ricorso alle terapie elettroconvulsive (ora viene chiamato così ma sempre di elettroshock si tratta!), tanto efficaci da procurare le tragiche conseguenze che in questo libro vengono tristemente raccontate, facendo emergere l’incapacità istituzionale di supportare le cause sociali a monte della sofferenza o del sistemico abbandono. La ricerca dei documenti e delle testimonianze è stata molto complessa e tortuosa: le vittime ovviamente non possono parlare; alcune vicende erano già note e hanno usufruito del privilegio della cronaca giornalistica, grazie soprattutto a comitati sorti affinché non cadessero nell’oblio; su altri decessi si sono raccolte le poche notizie certe a disposizione, specificandone le fonti e il metodo scelto quando le stesse risultavano incomplete o contraddittorie. Questa inchiesta si chiude raccogliendo 106 storie di persone decedute a causa dei trattamenti psichiatrici negli ultimi ventiquattro anni, specificando quanto vi sia l’alta probabilità che non rispecchi il numero esatto delle vittime, anche perché le cartelle cliniche sono spesso coperte da segretezza, non vengono compilate in modo corretto e comunque non vi è obbligo di annotazioni su un registro statistico; inoltre, qualora la persona ricoverata non abbia supporti familiari o sociali, l’invisibilità prima citata può trasformarsi in oscuro occultamento. Il collettivo, prima di entrare nel vivo delle motivazioni dei ricoveri e del loro esito nefasto, ha voluto specificare gli intenti che si è prefissato nello svolgimento di questo impegno, la metodologia perseguita e la motivazione della suddivisione dei capitoli. Ad esempio vi si legge : “L’idea di una pubblicazione che andasse oltre il caso, che rendesse l’idea del numero, della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica, è stato il principio guida che ha sostanziato la nostra lunga e paziente attività di schedatura”. Le cause di morte, che in alcuni casi si intersecano fra loro, vengono divise in sei capitoli preceduti da altrettante introduzioni: gli effetti collaterali degli psicofarmaci, i mezzi di contenzione, l’ordinaria disattenzione o la carente presa in carico, gli abusi in divisa e in camice bianco, l’assenza di cure negli OPG (Ospedali psichiatrici giudiziari, ora sostituiti dalle REMS, Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) o nelle ATSM e i casi di suicidi indotti dai soprusi perpetrati nei reparti. Emerge in modo inequivocabile come lo stigma e il pregiudizio che ricoprono la figura di qualsiasi paziente psichiatrico si mantengano immutati: la sua parola, la sua esperienza, le sue esigenze, come le sue aspirazioni esistenziali, rimangono inascoltate in quanto vengono giudicate come “voce di una mente malata” che, in quanto tale, perde valore al confronto di quella dei familiari, dei medici o di altre figure capaci di accusare dimostrando la volontà di ostacolare l’altrui libertà e utilizzando metodi di contenzione o l’interdizione giuridica. Oggi come ieri si conferma “l’asimmetria di potere nella relazione fra utente e psichiatra”, è infatti l’unica specializzazione della medicina che non ammette alcuna libertà di scelta terapeutica e attua prassi violente ormai tanto consolidate che sarebbe sbagliato pensare a “casi limite” o a incidenti di percorso: siamo in un ambito di presunta scientificità capace di ergersi a arbitro e giudice del destino di molte persone per stabilire, in base a criteri morali, il confine fra il normale e il patologico. Questo libro è particolarmente prezioso proprio perché scava nelle crepe della società e di un’umanità che potrà salvarsi soltanto quando riuscirà ad eliminare tutti i dispositivi politici e culturali che alimentano ingiustizia e discriminazione. Il ricavato delle vendite sarà utilizzato per sostenere le attività del Collettivo A. Artaud; le copie possono essere richieste all’indirizzo mail antipsichiatriapisa@inventati.org o al sito della casa editrice.

Chiara Gazzola

TrackBack URI

Leave a comment