BREVE COMMENTO a “Lettera ai direttori dei manicomi” di Antonin Artaud

  • August 2, 2015 7:21 pm

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Lettera ai direttori dei manicomi

di Antonin Artaud

(1925)

Il TESTO

Signori, le leggi e il costume vi conferiscono il diritto di misurare lo spirito, questa sovrana giurisdizione, di per sé spaventevole, la esercitate a vostro criterio: lasciateci ridere. La credulità dei popoli civilizzati, dei sapienti e dei governanti, adorna la psichiatria con indefinibili aureole sovrannaturali, ed i procedimenti della vostra professione vengono accettati a priori. Inutile discutere in questa sede il valore della vostra scienza e la dubbia esistenza delle malattie mentali, tuttavia chiediamo: su cento pretesi casi patologici che scatenano la confusione della materia e dello spirito, su cento classificazioni di cui le più vaghe restano le uniche utilizzabili, quanti i nobili tentativi di penetrare nel mondo cerebrale dei vostri prigionieri? E chi tra voi, per esempio, considera il sogno del demente precoce, con le relative immagini di cui è preda, qualcosa di diverso da un’insalata di parole? Non siamo stupiti di riscontrare la vostra inferiorità di fronte a un compito esclusivamente riservato a pochissimi predestinati, ma ci schieriamo contro la concessione del diritto di compiere ricerche nel regno dello spirito a uomini che, limitati o no, trovano conferma ai loro risultati per mezzo di condanne al carcere a vita. E che carcere! Si sa: i manicomi, lungi dall’essere “case di cura”, sono orribili galere nelle quali i detenuti forniscono una comoda e gratuita manodopera e i servizi sono una regola, e tutto ciò viene da voi tollerato. A dispetto della scienza e della giustizia, il manicomio è simile alla caserma, alla prigione, all’ergastolo. Per non infliggervi la pena delle facili smentite evitiamo di porvi in questa occasione il problema degli internamenti arbitrari, non esitiamo però ad affermare che la maggior parte dei vostri pensionanti, del tutto pazzi in base alle diagnosi ufficiali, sono anch’essi arbitrariamente internati. Non ci è possibile ammettere che si ostacoli il libero sviluppo di un delirio logico e legittimo al pari di ogni altra successione di idee e di azioni umane. La repressione degli impulsi antisociali è per principio chimerica e inaccettabile: tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le principali vittime della dittatura sociale; in nome dell’individualità tipica dell’uomo, pretendiamo la liberazione di questi forzati della sensibilità, poiché le leggi non hanno il potere di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono. Sarebbe troppo facile precisare il carattere compiutamente geniale delle manifestazioni di certi pazzi, rivendichiamo semplicemente l’assoluta legittimità della loro concezione della realtà e tutte le conseguenze che ne derivano. Domattina all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza.

L’AUTORE

Antonin Artaud ((Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948)

è stato uno scrittore, poeta, disegnatore, regista e attore francese. Figlio di un medico, che sperimenta su di lui una macchina che produce elettricità statica per curarlo da una meningite che gli era stata diagnosticata all’età di 5 anni; a 18 anni gli viene diagnosticata la sifilide ereditaria ed è seguito da vari medici che gli prescrivono l’assunzione di sostanze che peggiorano però i dolori e il suo stato di salute. Utilizza arsenico, laudano, cianuro di mercurio, ectina e svariate altre sostanze, ma allo stesso tempo scrive e dipinge, riuscendo a lavorare nel teatro e nel cinema.

Dal 1924 si ritira a vita privata e si dedica alla scrittura. Aderisce e poi rompe con i surrealisti. Artaud è sempre più un rivoluzionario cosmico, immerso nella sua vita di sofferenza da alla luce il “Teatro della Crudeltà” nel quale il pubblico non è più spettatore passivo ma bensì officiante della messa in scena teatrale. Un coinvolgimento catartico che ricompone ed espande il sé dell’ex-spettatore. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo, ed in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola.

Questo nuovo teatro presentato da Artaud non è compreso dai suoi contemporanei e l’impresa teatrale fallisce. Incompreso e con le finanze in rovina decise di investire i suoi ultimi soldi in un viaggio per il Messico – dopo aver scritto “Mexique et la folie”.

In Messico, alla ricerca di una <<cultura organica>> , si spinge fino alla Sierra Tarahumara e con gli Sciamani dei villaggi sperimenta i riti di iniziazione con il Peyote. Ad un certo punto di questo viaggio però, deluso per non aver trovato alcuna cultura non contaminata dall’occidente e sentitosi preso in giro dai locali, decide di rientrare in Irlanda e riportare agli irlandese il bastone di San Patrizio che un amico gli aveva donato dicendogli che era stato in passato posseduto anche da Gesù Cristo.

Questa sua missione viene interrotta bruscamente da una detenzione nella stiva della nave con cui stava tornando in Europa, in seguito ad un litigio con un marinaio che secondò Artaud gli aveva rubato il bastone Sacro. Non appena la nave attracca a Dublino in Irlanda viene deportato in manicomio. E’ l’anno 1936.

L’internamento di Artaud va dal 1936 al 1945, gli anni della guerra durante in i quali patisce la fame e il freddo. Anni di detenzione arbitraria che si concludono con l’internamento nel manicomio di Rodéz in Francia.

E’ qui che gli sono stati fatti 51 elettroshock.

L’arrivo a Rodéz è possibile grazie al dr. Ferdière suo ammiratore dai tempi della sua adesione al surrealismo. Quando le sue condizioni fisiche migliorano, nutrendosi regolarmente, lo psichiatra prende la decisione di applicare su di lui questa nuova terapia inventata da un italiano nel ‘38, una macchina all’avanguardia che cura con l’elettricità.

Antonin Artaud muore nel 1948 seduto sul letto di casa sua proprio come aveva predetto.

Il testo che proponiamo è stato scritto nove anni prima del suo ricovero in manicomio e fa parte di un insieme di lettere redatte assieme a R. Desnos e T. Fraenkel, pubblicate sulla rivista Révolution Surréaliste, indirizzate al Papa, al Dalai Lama e ai Rettori delle Università Europee, in un’ottica di rivolta e di liberazione dai preconcetti della società. La prospettiva surrealista infatti valorizza la follia come forma di creatività rivoluzionaria, in grado di sfidare le convenzioni sociali e di comprendere la realtà esistente al di fuori della logica diffusa.

Il COLLETTIVO

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud viene fondato a Pisa nel 2005 in seguito all’incontro della tematica antiproibizionista e quella antipsichiatrica avvenuto nel 2000. Si propone fin dalla sua nascita di contrastare gli abusi della psichiatria (Trattamento sanitario obbligatorio , internamento coatto, ricovero involontario, ecc..), fornire informazioni sugli psicofarmaci al fine di contrastarne il dilagare e praticare una cultura antipsichiatrica.

Spinti dal bisogno di vivere le relazioni umane ed esistenziali senza il pregiudizio psichiatrico, immaginando che la malattia mentale non esiste, si costituisce il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud.

Sarà un caso che un collettivo antipsichiatrico, dal nome Antonin Artaud sia nato proprio a Pisa?

Pisa è meta dei viaggi della speranza per fruire delle cure psicofarmacologiche messe a disposizione dalla scuola di psichiatria di matrice nord-americana, organicista e riduzionista, nonché capitale italiana dell’elettroshock, oggi ridefinito terapia elettroconvulsiva (TEC).

Il COMMENTO

La Lettera ai direttori dei manicomi è un formidabile atto di accusa nei confronti della psichiatria. Un’accusa lucida, precisa, potente e che trova il suo ambito di applicabilità immutato anche a distanza di un secolo.

Uno sguardo puntuale sull’illegittimità del dispiegamento del potere conferito alla psichiatria, che si limita ad essere un gioco di forze a carte scoperte (il vincitore lo conosciamo fin dall’inizio), a scapito di una reale comprensione del mondo interiore dell’altro.

La società, attraverso il suo apparato normativo e ideologico, da una parte attribuisce allo psichiatra il diritto di “misurare lo spirito” e, dall’altra, poiché delega questo compito ad un tecnico della scienza, se ne deresponsabilizza e accetta aprioristicamente che questo trasformi la sua presunta scienza in prassi. Ma la comprensione dell’altro è, per certi versi, una scienza riservata solo a pochi e che nulla ha a che fare con il ridurre il pensiero ad un’ “insalata di parole”.

Il ricoverato, il cui racconto viene privato della sua forza dialogica, è allora internato e anche la sua libertà di movimento è annientata.

Ecco la seconda accusa sollevata da Artaud: il reale obiettivo dell’istituzione manicomiale non è la cura ma la custodia, non è il ricovero ma l’internamento. I manicomi, “lungi dall’essere case di cura, sono orribili galere“. Per questo, un’indagine sullo spirito umano è falsata quando viene condotta su di una persona che vive nella limitazione della propria libertà. Un uomo sedato e contenuto non può essere l’oggetto di studio di una ricerca che si propone di comprendere l’uomo nella sua totalità; al massimo potrà farsi testimonianza dell’uomo che vive nelle atrocità di un’istituzione totale/totalizzante. Per di più, il risultato di queste indagini entra poi a far parte di tutti quei fondamenti del paradigma della scienza psichiatrica, ai quali per epistemologia si appellano gli psichiatri per legittimare le loro prossime diagnosi, i loro futuri ricoveri, le loro nuove terapie. Gli scienziati stabiliscono una norma e, di conseguenza, deliberano su tutti coloro che si collocano al di fuori di essa. In questo senso Artaud parla di arbitrarietà.

La prassi del giudizio psichiatrico non prevede alcuna consultazione del paziente in merito alla sua presa in carico ed è peraltro l’unica branca della medicina in cui questo avviene (sembra paradossale se si pensa che stiamo parlando proprio di quella disciplina che si propone di occuparsi dell’anima dell’individuo). Se da una parte ci sono persone che non richiedono di essere prese in carico medicalmente e per le quali oggi si procede con l’orrore dei Trattamenti Sanitari Obbligatori, dall’altra c’è anche chi sceglie consapevolmente di domandare aiuto alla psichiatria per vivere meglio il proprio intimo disagio, e che si trova nella condizione radicalmente più subdola di doversi rimettere in toto al potere discrezionale del medico, senza che gli venga riconosciuta alcuna possibilità di deliberare sulla propria vita.


Quello di Artaud allora è un grido, ma un grido fatto con voce calma e tagliente. Un urlo contro il concetto che la psichiatria ha della cura e della diagnosi, un grido di libertà a favore degli ultimi, dei sensibili, di chi vive in difficoltà all’interno della “dittatura sociale”. Il disagio non è una malattia congenita ed ereditaria, ma è spesso il prodotto delle dinamiche sociali sui percorsi di vita individuali. La diagnosi stessa di antisocialità (ancora oggi si parla di Disturbo Antisociale di Personalità) è una diagnosi insensata e illusoria: nessuna azione antisociale deve condurre a diagnosi, ma, se la si vuole di interpretare, lo si può fare solo tenendo conto del fatto che “il libero sviluppo” dell’individuo è qualcosa che cerca di compiersi allo stesso modo di ogni altra azione umana e, cioè, in una certa soggettività.

La lettera di Artaud si chiude con un colpo di sciabola contro gli psichiatri, irridendo la loro ideologia mistificatoria in merito alla relazione medico-paziente. La cosiddetta compliance terapeutica è una condiscendenza remissiva, quando il rapporto tra le due parti non è paritario, quando ciò che distingue i medici da coloro che si trovano dall’altra parte del lettino è solamente la loro possibilità di espletamento della forza. La forza di contenere, sedare, rinchiudere, di decidere la data di dimissione. Cosa sarebbe la psichiatria senza l’obbligo della cura?

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