Archives by artaud

CENA ANTIPSICHIATRICA !!!

  • Febbraio 24, 2010 1:12 pm


Venerdì 5 Marzo 2010
presso il circolo a.r.c.i."Unità" del CEP
via.L. Boccherini 14 -Pisa-
 
CENA ANTIPSICHIATRICA!!!!!!

"Se anche tu preferisci la cucina al reparto psichiatrico,
il cameriere all’ infermiere e la lasagna alla terapia farmacologica …
il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud è lieto di invitarti ad una cena di autofinanziamento dove
potrai degustare pietanze sopraffine bere buono vino e ascoltare buona musica;
in questo modo sosterrai le spese del collettivo con la modesta cifra di 10 Euro."

CENA

Menù

CROSTINI MISTI

LASAGNE VEGETARIANE

(NOCI,RADICCHIO/GORGONZOLA, PESTO)

TORTE SALATE VARIE, VERDURE GRATINATE

TORTA AL CIOCCOLATO

VINO

ci sarà anche la MOSTRA FOTOGRAFICA SULL’EX-MANICOMIO DI VOLTERRA
e la DISTRIBUZIONE di MATERIALE antipsichiatrico

per la cena ti preghiamo di prenotare almeno tre giorni prima mandando una mail di conferma
a antipsichiatriapisa@inventati.org o telefonando al 3334252605

il collettivo antipsichiatrico A.Artaud-Pisa
www.artaudpisa.noblogs.org
www.artaudpisa.blogspot.com

corteo a livorno contro i morti di stato !

  • Gennaio 15, 2010 12:53 pm
domani Sabato 16 Gennaio alle ore 11 partirà da Piazza della Repubblica,
a Livorno, una manifestazione organizzata da Maria Ciuffi, madre di
Marcello Lonzi morto 7 anni fa nel carcere di Livorno.
Manca ormai poco tempo affinchè questo omicidio possa essere portato a
processo ma la Procura di Livorno, nonostante abbia già prove e
iscritti nel registro degli indagati sta indugiando. Maria Ciuffi ha
convocato a Livorno molti dei parenti delle vittime dello Stato.
Una manifestazione contro le impunità di Stato, gli insabbiamenti, per
chiedere verità e giustizia.
Per ricordare le morti avvenute nelle carceri, nei reparti psichiatrici e
negli opg e nei cie..
noi ci saremo sotto il nostro volantino


collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa

nè in cella nè in reparto..BASTA MORTI DI STATO!!

27 ottobre 2005: muore a Trieste Riccardo Rasman di anni 33 nella sua
abitazione durante l’ esecuzione di un provvedimento di ricovero coatto.
Venne ammanettato con le mani dietro la schiena e gli
furono legate le caviglie con un filo di ferro.
Gli agenti effettuarono su Rasman una prolungata pressione sul dorso e lo
lasciarono nella predetta posizione prona per diversi minuti soffocandolo.

21 giugno
2006: muore a Cagliari in seguito a una tromboembolia venosa Giuseppe
Casu, venditore ambulante ricoverato con un Trattamento Sanitario
Obbligatorio(TSO) nel reparto psichiatrico di Cagliari, dopo essere
rimasto legato mani e piedi al letto per 7 giorni e sedato
farmacologicamente.

28 agosto
2006: muore a Palermo A.S., donna di 63 anni entrata in reparto
psichiatrico il 17 agosto e qui trattenuta per accertamenti; dopo alcuni
giorni di stato comatoso (dal 25 al 27) la donna si sarebbe risvegliata
per morire nella notte tra il 28 e il 29.

26 maggio
2007: muore a Bologna Edmond Idehen, nigeriano di 38 anni; l’uomo si era
sottoposto volontariamente alle cure, ma alla richiesta di poter andare a
casa i medici hanno deciso per il TSO e chiamato la polizia in seguito
alle sue insistenze; le indagini sulla sua morte sono ancora in corso,
la versione
ufficiale parla di una crisi cardiaca avvenuta mentre infermieri e
poliziotti
tentavano di portare l’uomo sul letto di contenzione..

12 giugno
2007: muore a Empoli Roberto Melino, 24 anni, per arresto
cardiocircolatorio; il giovane era entrato il 4 giugno in reparto in
Trattamento Sanitario Volontario (TSV), tramutato dai medici in TSO alla
richiesta di andare a casa;
resta da chiarire se la morte sia avvenuta per cause naturali o in
seguito alla somministrazione di qualche farmaco.

4 agosto 2009: muore Francesco Mastrogiovanni, anni 58, maestro di scuola
elementare ricoverato 4 giorni prima in TSO a Vallo della Lucania.
Durante tutto il suo ricovero fu alimentato solo con soluzioni
fisiologiche, legato al letto per 80 ore in una posizione in cui è
compromessa la normale funzione respiratoria, sedato con farmaci
antipsicotici, senza essere monitorato dal personale. Ai polsi e alle
caviglie recava escoriazioni larghe 4 centimetri.

Queste morti sono soltanto alcune di una lunga lista avvenute all’interno
di reparti psichiatrici.
Decessi in certi casi accaduti in circostanze sospette, le cui cause
rimangono oscure, gravissimi episodi che però non suscitano alcun
interesse nell’opinione pubblica e nei mass-media. Non può che rimanere
il dubbio su queste vicende, vere e proprie morti di Stato sulle quali è
necessario fare
chiarezza.

I reparti psichiatrici come le carceri, gli Ospedali Psichiatrici
Giudiziari, i Centri di Identificazione e di Espulsione sono istituzioni
totali in cui i diritti umani sono costantemente violati, zone d’ ombra
impenetrabili e lontane dagli sguardi della collettività in cui è
possibile commettere ogni sorta di abuso avvalendosi di sicura impunità.

La psichiatria, pseudoscienza priva di comprovate basi scientifiche e ben
inserita nelle dinamiche economiche del profitto, agisce somministrando
farmaci
ed evitando di informare il paziente riguardo la natura, la posologia e
le possibili contro-azioni dei composti chimici somministrati, effetti
collaterali che vengono ignorati o tralasciati dai medici stessi; questi
contro-effetti vanno dai disturbi dell’ attenzione e della memoria alla
confusione mentale, da problemi nel funzionamento di organi a disturbi
neurologici, fino al blocco
cardio-circolatorio e cardio-respiratorio causando quindi la morte.

Costante è il ricatto della psichiatria e spesso impossibile per la
persona il sottrarsi al suo pressante controllo.

Assistiamo giornalmente a TSO totalmente arbitrari, spesso effettuati con
l’uso della violenza, ricoveri volontari che diventano obbligatori nel
momento in cui il paziente chiede di poter tornare a casa.

Sono ancora in uso l’elettroshock e la contenzione fisica, che possono
giungere ad esiti tragici come nel caso di Giuseppe Casu e Francesco
Mastrogiovanni.

La violenza psichiatrica non è limitata all’arco temporale del ricovero
ospedaliero ma vede una sua continuazione anche all’esterno del reparto,
nella vita quotidiana del paziente che sarà stigmatizzato per sempre
come “malato mentale”, “pazzo”, persona da normalizzare o da emarginare.

L’invito è a rompere il silenzio, a denunciare gli abusi psichiatrici
perpetrati ai danni di individui troppo spesso impotenti perché
intrappolati nella solitudine psichiatrica, a distruggere quei miti di
cui la psichiatria si è circondata e a spezzare il muro di silenzio che
da sempre la circonda e la difende da attacchi esterni.

collettivo antipsichiatrico a.artaud-pisa

LIBERI/E SUBITO, LIBERI/E TUTTI/E!

  • Novembre 26, 2009 10:32 am

L’iniziativa di oggi serve per finanziare le spese legali
dei compagni che sono stati arrestati
in seguito ai fatti avvenuti l’11 ottobre a Pistoia, quando, con la
scusa di un’irruzione nella sede di Casa Pound, avvenuta circa tre ore
prima, la polizia ha fatto un blitz al circolo Primo Maggio,
vicino alla sede dei nazi-fascisti, e ha portato in caserma
tutti i compagni che si trovavano dentro, nonostante fossero del tutto
estranei ai fatti, e “rei” solo di partecipare ad un’assemblea pubblica per
lanciare un coordinamento regionale contro le ronde.
La dinamica degli arresti è stata del tutto ingiustificata: i
compagni sono stati tenuti in fermo per 12 ore, senza essere informati sui
motivi, senza poter avvisare nessuno, senza che chi ne avesse bisogno
ricevesse cure indispensabili per la propria salute, nonché interrogati senza la
presenza di avvocati. In seguito sono scattati gli arresti per tre compagni/e, uno
di Massa e due di Livorno, che sono attualmente uno in carcere e due
agli arresti domiciliari, nonostante l’assoluta mancanza di prove.
A conferma dell’assurdità e dell’arbitarietà nella quale si muove la giustizia italiana, ecco che il 9 novembre vengono fatte nuove perquisizioni e, sebbene anche stavolta non abbiano portato a nulla, viene disposta la custodia cautelare per altri quattro compagni (due di Livorno e due di Pistoia) che erano stati denunciati circa un mese prima!

Vogliamo ribadire l’irregolarità di
tali manovre legali, mandate avanti nei confronti di persone estranee ai
fatti, e atte palesemente a colpire i movimenti che lavorano sul territorio
contro il razzismo ed il fascismo.

Vogliamo denunciare come il reato di
devastazione e saccheggio sia oggi usato per colpire più duramente chi
lavora e lotta sul proprio territorio.

Chiediamo l’immediata libertà per i compagni e le compagne.

Rilanciamo le lotte antirazziste e antifasciste sul territorio.

tutti soldi della serata andranno a coprire le spese legali per
i/le compagni/e arrestati/e

per contribuire a sostenere le spese legali
conto corrente intestato a: senza soste
causale:sottoscrizione spese processuali
codice IBAN it67 v076 0113 9000 000 6830 122

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Spazio antagonista newroz
Precari Autorganizzati
Progetto Prendocasa

sab 28 nov serata benefit per gli arrestati di pistoia

  • Novembre 24, 2009 12:11 pm

locanina per seratab benefit con arrestati per i fatti di pistoia
sab 28/11/09

SERATA BENEFIT PER GLI ARRESTATI DI PISTOIA

  • Novembre 22, 2009 3:52 pm
il collettivo antipsichiatrico ANTONIN ARTAUD
lo spazio antagonista NEWROZ

      presentano

LIBERI/E TUTTI LIBERI/E SUBITO!!

SABATO 28 NOVEMBRE 09
c/o spazio antagonista NEWROZ
via garibaldi 72 PISA

SERATA BENEFIT PER GLI ARRESTATI DI PISTOIA

APERITIVO E CENA BUFFET

e a seguire dalle 23
DJ HUT electro dj set
DJ COOD electro live set

tutte le entrate andranno a coprire le spese legali per
i/le compagni/e arrestati/e per i fatti di pistoia

per contribuire a sostenere le spese legali

conto corrente intestato a: senza soste
causale:sottoscrizione spese processuali
codice IBAN

it67 v076 0113 9000 000 6830 122

attiva nuovamente la linea fissa del telviola di milano

  • Ottobre 15, 2009 11:33 am
E’ STATA RIATTIVATA LA LINEA FISSA DEL
TELEFONO VIOLA DI MILANO
C/O AMBULATORIO MED. POPOLARE
VIA DEI TRANSITI 28 milano
02-2846009
TUTTI I MERCOLEDI 17.00-20.00
segreteria attiva 24 su 24

www.ecn.org/telviola -telviola@ecn.org telviola_t28@inventati.org

la morte di roberto melino. giugno 07

  • Luglio 22, 2009 9:45 am

a distanza di 2 anni dalla morte di Roberto Melino
avvenuta, nel giugno del 2007,nel reparto di psichiatria
dell’ospedale S.Giuseppe di Empoli
pubblichiamo una toccante testimonianza
di chi ha vissuto con lui il dramma
dell’internamento.

collettivo antipsichiatrico antonin artaud-pisa
www.artaudpisa.noblogs.org

                                      La morte di Roberto Melino.

13 giugno 2007. Reparto psichiatrico dell’ospedale di Empoli.

Si chiamava Roberto Melino. Ricordo che era giovane, simpatico e incazzato. Di una gentilezza squisita. Occhiali da vista, sovrappeso, più che parlare sussurrava, a volte era difficile capirlo, soprattutto quando il trattamento riservatogli era particolarmente pesante. Difficilmente terminava una frase senza interrompersi per ansimare. Nelle sue parole c’era lucidità assoluta, aveva lavorato per una cooperativa di servizi e sosteneva di avere subito ingiustizie dal direttore. Quantunque potesse avere avuto ragione, e questo non lo so, chi mai avrebbe ascoltato le sue parole? Quale forma di rivendicazione può  risultare credibile quando viene da un internato nel reparto psichiatrico di un ospedale?
Siamo diventati amici, anch’io gli parlavo delle ingiustizie subite. Due matti che solidarizzano su tematiche politiche e sociali. Naturalmente innocui, resi ancora più informi dai farmaci che ci somministravano. La sua inquietudine ammansita dalla gentilezza degli infermieri, ma soprattutto dalle bombe bioniche che lo demolivano. Non so quale sostanza periodicamente gli somministrassero, so che quando rientrava nella stanza in cui si fumava non era più lui. La sua vivacità era scomparsa e con lei la rabbia che lo contraddistingueva. Abulico, apatico, non parlava, non rispondeva.
Rimaneva greve nell’aria il suo respiro sempre più affannoso.
Ma non si rendevano conto di sparare ad un uccellino con un bazzoka?
Mi regalò un orologio, non li ho mai portati, per compiacerlo lo misi al polso.
Una sera, in un impeto di rabbia lo gettai. Fu un gesto di cui mi sarei pentito: quell’oggetto mi sarebbe stato un suo caro ricordo.
La sera quando si coricava, a quanto capii, doveva assumere una posizione particolare che ne facilitasse il respiro. Quando ci salutammo l’ultima volta fu come sempre in maniera cordiale.
– A domani -. Ma per lui non ci sarebbe stato un domani.
La mattina dopo morì.
Ci fecero stare seduti mentre davanti a noi l’agitazione saliva.
I volti degli infermieri non riuscivano a non tradire la tensione, il via vai nella sua stanza diveniva sempre più frenetico, passò un’ora, forse due, non riesco a determinare il tempo.
Inutili tentativi di rianimazione, noi seduti ed attoniti, noi innocenti spettatori di uno spettacolo che non doveva accadere. Con la certezza della morte lo spettacolo finì.
Il suo respiro, quel respiro che anche nelle ore di veglia a volte assomigliava ad un rantolo, si era fermato.

Il pianto della madre lacera l’aria del reparto, è struggente, verrebbe voglia di buttarla fuori.
Sono sconvolto: l’avevo salutato la sera precedente, avevamo parlato, lo consideravo un amico.
Non voglio più stare lì dentro, voglio uscire, mi concedono di farlo con un amico con cui pranzo.
Non è una concessione che viene fatta facilmente, ma nell’eccezionalità del momento uno zuccherino al matto si può dare.
 
Ai miei occhi era un ragazzo sensibile. Forse agli occhi di qualcun altro non era che un ammasso di cellule mal distribuite, con dei neuroni che scorazzavano in territori non ortodossi.
Le domande rimangono sospese.
Perché, viste le sue difficoltà di respirazione non è stato trasferito in un altro reparto?
Sarà stata compatibile la terapia farmacologica con le sue difficoltà respiratorie?
Saranno stati eseguiti preventivamente degli esami per verificarne la compatibilità?
Saranno reperibili questi esami?
Dai referti dell’autopsia potranno venire alla luce delle certezze?
Come è possibile che io, che ero fuori di testa, riesca a fare una ricostruzione così lucida dei fatti e gli operatori a suo tempo non si siano accorti di ciò che stava accadendo?
La mia è una testimonianza opinabile, mi sono limitato ad esporre ciò che ho visto e che ho sentito, non ho prove che suffraghino ciò che poi, in realtà, mi viene da pensare.
Volendo si possono ascoltare le testimonianze degli altri pazienti rinchiusi in quei giorni che non potranno che confermare le sue gravi difficoltà respiratorie.
Certo, anche loro sono matti come me, ma perché la loro parola dovrebbe valere meno di quella di uno psichiatra?
Anche gli psichiatri sono esseri umani, tutti sbagliano, magari con Roberto hanno commesso qualche errore. Non si può affermare né negare.
Certo, non è piacevole il brivido di inquietudine che avverto quando ripenso a questa maledetta storia. Chiedo solo verità, verità oggettiva per un ragazzo di 24 anni che ho visto morire sotto ai miei occhi. Ma vivendo in questo paese una domanda sorge spontanea:
prevarrà la volontà politica di non approfondire?
Per me c’è solo una verità, mia, personale, che può essere non condivisibile.
Roberto non doveva morire.

Mardollo Gianluca
vivodamorire

la morte di roberto melino. giugno 07

  • Luglio 22, 2009 9:41 am
a distanza di 2 anni dalla morte di Roberto Melino
avvenuta, nel giugno del 2007,nel reparto di psichiatria
dell’ospedale S.Giuseppe di Empoli
pubblichiamo una toccante testimonianza
di chi ha vissuto con lui il dramma
dell’internamento.

collettivo antipsichiatrico antonin artaud-pisa
www.artaudpisa.noblogs.org

                                      La morte di Roberto Melino.

13 giugno 2007. Reparto psichiatrico dell’ospedale di Empoli.

Si chiamava Roberto Melino. Ricordo che era giovane, simpatico e incazzato. Di una gentilezza squisita. Occhiali da vista, sovrappeso, più che parlare sussurrava, a volte era difficile capirlo, soprattutto quando il trattamento riservatogli era particolarmente pesante. Difficilmente terminava una frase senza interrompersi per ansimare. Nelle sue parole c’era lucidità assoluta, aveva lavorato per una cooperativa di servizi e sosteneva di avere subito ingiustizie dal direttore. Quantunque potesse avere avuto ragione, e questo non lo so, chi mai avrebbe ascoltato le sue parole? Quale forma di rivendicazione può  risultare credibile quando viene da un internato nel reparto psichiatrico di un ospedale?
Siamo diventati amici, anch’io gli parlavo delle ingiustizie subite. Due matti che solidarizzano su tematiche politiche e sociali. Naturalmente innocui, resi ancora più informi dai farmaci che ci somministravano. La sua inquietudine ammansita dalla gentilezza degli infermieri, ma soprattutto dalle bombe bioniche che lo demolivano. Non so quale sostanza periodicamente gli somministrassero, so che quando rientrava nella stanza in cui si fumava non era più lui. La sua vivacità era scomparsa e con lei la rabbia che lo contraddistingueva. Abulico, apatico, non parlava, non rispondeva.
Rimaneva greve nell’aria il suo respiro sempre più affannoso.
Ma non si rendevano conto di sparare ad un uccellino con un bazzoka?
Mi regalò un orologio, non li ho mai portati, per compiacerlo lo misi al polso.
Una sera, in un impeto di rabbia lo gettai. Fu un gesto di cui mi sarei pentito: quell’oggetto mi sarebbe stato un suo caro ricordo.
La sera quando si coricava, a quanto capii, doveva assumere una posizione particolare che ne facilitasse il respiro. Quando ci salutammo l’ultima volta fu come sempre in maniera cordiale.
– A domani -. Ma per lui non ci sarebbe stato un domani.
La mattina dopo morì.
Ci fecero stare seduti mentre davanti a noi l’agitazione saliva.
I volti degli infermieri non riuscivano a non tradire la tensione, il via vai nella sua stanza diveniva sempre più frenetico, passò un’ora, forse due, non riesco a determinare il tempo.
Inutili tentativi di rianimazione, noi seduti ed attoniti, noi innocenti spettatori di uno spettacolo che non doveva accadere. Con la certezza della morte lo spettacolo finì.
Il suo respiro, quel respiro che anche nelle ore di veglia a volte assomigliava ad un rantolo, si era fermato.

Il pianto della madre lacera l’aria del reparto, è struggente, verrebbe voglia di buttarla fuori.
Sono sconvolto: l’avevo salutato la sera precedente, avevamo parlato, lo consideravo un amico.
Non voglio più stare lì dentro, voglio uscire, mi concedono di farlo con un amico con cui pranzo.
Non è una concessione che viene fatta facilmente, ma nell’eccezionalità del momento uno zuccherino al matto si può dare.
 
Ai miei occhi era un ragazzo sensibile. Forse agli occhi di qualcun altro non era che un ammasso di cellule mal distribuite, con dei neuroni che scorazzavano in territori non ortodossi.
Le domande rimangono sospese.
Perché, viste le sue difficoltà di respirazione non è stato trasferito in un altro reparto?
Sarà stata compatibile la terapia farmacologica con le sue difficoltà respiratorie?
Saranno stati eseguiti preventivamente degli esami per verificarne la compatibilità?
Saranno reperibili questi esami?
Dai referti dell’autopsia potranno venire alla luce delle certezze?
Come è possibile che io, che ero fuori di testa, riesca a fare una ricostruzione così lucida dei fatti e gli operatori a suo tempo non si siano accorti di ciò che stava accadendo?
La mia è una testimonianza opinabile, mi sono limitato ad esporre ciò che ho visto e che ho sentito, non ho prove che suffraghino ciò che poi, in realtà, mi viene da pensare.
Volendo si possono ascoltare le testimonianze degli altri pazienti rinchiusi in quei giorni che non potranno che confermare le sue gravi difficoltà respiratorie.
Certo, anche loro sono matti come me, ma perché la loro parola dovrebbe valere meno di quella di uno psichiatra?
Anche gli psichiatri sono esseri umani, tutti sbagliano, magari con Roberto hanno commesso qualche errore. Non si può affermare né negare.
Certo, non è piacevole il brivido di inquietudine che avverto quando ripenso a questa maledetta storia. Chiedo solo verità, verità oggettiva per un ragazzo di 24 anni che ho visto morire sotto ai miei occhi. Ma vivendo in questo paese una domanda sorge spontanea:
prevarrà la volontà politica di non approfondire?
Per me c’è solo una verità, mia, personale, che può essere non condivisibile.
Roberto non doveva morire.

Mardollo Gianluca
vivodamorire

GIU’ LE MANI DAI NOSTRI CORPI E DALLE NOSTRE MENTI!

  • Maggio 29, 2009 6:10 pm

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Sabato 30 maggio CANAPISA

Ore 17 street parade piazza s.antonio pisa

Dalle Ore 21 banchino con materiale informativo all’ EXPO
in zona chillout

 

Come collettivo antipsichiatrico contrastiamo la logica
proibizionista che alimenta la medicalizzazione di massa e favorisce
l’espandersi della psichiatria, motivo per cui anche quest’anno partecipiamo alla
street parade antiproibizionista Canapisa, dedicata all’autodeterminazione e al
controllo sociale.

L’istituzione psichiatrica è uno dei principali strumenti
che il sistema usa per ostacolare l’autodeterminazione degli individui, per
arginare qualsiasi critica sociale e normalizzare quei comportamenti ritenuti
“pericolosi” poiché non conformi al mantenimento dello status quo, intervenendo
nel complesso ambito del disagio.

Assistiamo oggi ad una sistematica diffusione del
disagio, le cui cause vanno ricercate nella società in cui viviamo e nello
stile di vita che ci viene imposto e non a disturbi biochimici della mente. La
logica psichiatrica sminuisce invece le nostre sofferenze, riducendo le
reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova sottoposto a sintomi
di malattia e medicalizzando gli eventi naturali della vita. Poiché la risposta
psichiatrica è sempre la stessa per tutte le situazioni – diagnosi-etichetta e
cura farmacologia – crediamo che rivendicare il diritto all’autodeterminazione
in ambito psichiatrico significhi “riappropriarsi” del disagio e della
molteplicità di maniere per affrontarlo elaborandolo in maniera autonoma.

Il principio di manicomialità, su cui ancora oggi –
nonostante la tanto decantata chiusura dei manicomi – si basa l’istituzione
psichiatrica, comporta la negazione della libertà individuale: nel momento in
cui arbitrariamente si etichetta una persona come “malato mentale”, la si
annulla e si stabilisce che non è più in grado di decidere per sé
. Una
volta che la persona viene presa in carico, la psichiatria esercita su di essa
tutti i suoi dispositivi e le sue pratiche repressive e mortificanti, quali
l’obbligo delle cure, i ricoveri coatti (TSO trattamenti sanitari obbligatori e
ASO accertamenti sanitari obbligatori), la contenzione fisica e farmacologica,
la mancanza di informazione sugli effetti collaterali dei farmaci e sulla fine
del trattamento terapeutico, i ricatti, la gestione e il controllo della vita,
etc. L’obbligo di cura oggi non si limita più alla reclusione in una struttura,
ma si trasforma nell’impossibilità effettiva di modificare o sospendere il
trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero
coatto.

Oggi l’istituzione psichiatrica continua ad essere uno
strumento di esclusione e correzione, ed ha enormemente ampliato il suo bacino
d’utenza aumentando di anno in anno il numero delle “malattie mentali” da
curare, ossia dei comportamenti “devianti” da uniformare. Tra questi rientra il
consumo di sostanze psicoattive, che, se in passato era considerato un vizio,
un piacere, oggi diviene sintomo di un disagio da trattare con cure
psichiatriche, trasformando un problema sociale in una questione sanitaria.
Grazie al decreto Fini Giovanardi ed alle nuove proposte di legge in materia psichiatrica,
si è rafforzato il legame proibizionismo-psichiatria ed i consumatori di
sostanze illegali sono diventati merce per le multinazionali farmaceutiche e
per l’industria del recupero e della riabilitazione sulla base di una doppia
diagnosi che li vede “malati mentali” in quanto drogati e “drogati” a causa
della loro malattia mentale. Nonostante si dimostri proibizionista nei
confronti di chi consuma volontariamente sostanze, la psichiatria diffonde sul
mercato molecole psicoattive e somministra trattamenti farmacologici che, oltre
ad essere spacciati ipocritamente come “terapeutici”, sono spesso introdotti
coercitivamente nel corpo! Gli psicofarmaci alterano il metabolismo e le
percezioni, rallentano i percorsi cognitivi e ideativi contrastando con la
possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed
assuefazione del tutto pari a quelli delle sostanze illegali classificate come
droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o
effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in
farmacia.

Siamo qui
per contestare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le pratiche
psichiatriche e per smascherare l’interesse economico che si cela dietro
l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci. Non
lasciamo in pace chi porta avanti da più di un secolo una guerra quotidiana
contro la libertà individuale!

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
– 3357002669

Psichiatri giù le mani dalle nostre esistenze !!!

  • Marzo 27, 2009 7:32 pm

a firenze il 4 aprile iniziative antipsichiatriche contro il WPA :

Come collettivi antipsichiatrici saremo presenti

con un banchino di controinformazione e distribuzione materiale la mattina del 4 aprile in
piazza S. Maria Novella a partire dalle ore 10 .

Nel pomeriggio saremo presenti al corteo contro la cementificazione selvaggia e
contro lo sgombero del csa nEXt-emerson

                                                           (partenza alle 15 da piazza S.Marco)

                                                              con uno spezzone antipsichiatrico 

Dall’1 al 4 aprile si terrà a Firenze un convegno internazionale di psichiatria organizzato dal WPA (World Psychiatric Association), durante il quale psichiatri, esponenti delle multinazionali del farmaco e associazioni di familiari faranno il punto della situazione sui trattamenti attualmente in uso per i cosiddetti “disturbi mentali” e pianificheranno nuovi sistemi di intervento a livello mondiale.Leggendo il programma di questo mega-congresso ci si rende subito conto di come oggi la falsa scienza psichiatrica abbia notevolmente ampliato il proprio campo d’intervento.Invadendo le nostre esistenze, sminuisce le sofferenze umane riducendole a disturbi biochimici della mente, sempre più interpretati come patologie genetiche del soggetto.Se è vero che assistiamo ad una sistematica diffusione delle disagio, è vero anche che le cause vanno ricercate nella società in cui viviamo e nello stile di vita che ci viene imposto che esige sempre più efficienza e concorrenzialità. In cambio ci viene offerta una precarietà sempre più diffusa che genera senso di inadeguatezza e ostacola prospettive di emancipazione.Come risposta a ciò abbiamo la medicalizzazione di quelli che sono gli eventi naturali della vita e di quei comportamenti non conformi agli standard sociali. Le reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova sottoposto vengono interpretate quali sintomi di malattia e le risposte che riceviamo sono sempre dello stesso tipo: diagnosi-etichetta e cura farmacologica.Noi tutti scontiamo il peso di questa odierna esondazione psichiatrica, che ha portato alla medicalizzazione delle nostre vite dalla crescita – attraverso malattie create ad hoc per bambini vivaci – fino alla vecchiaia, intromettendosi fin nella nostra sfera più privata laddove pretende di “curare” il nostro approccio al cibo, alla sessualità e alla sofferenza.Alcuni ambiti di ingerenza della salute mentale derivano dal passato: pensiamo alle nuove forme di “isteria femminile”, legate al ciclo mestruale, alla gravidanza, al parto e alla menopausa, come se i problemi dell’essere donna oggi fossero legati alla biologia. Altri settori di intervento sono invece più nuovi come l’inquietante psichiatrizzazione dell’infanzia e il ritorno in auge dell’etnopsichiatria.In un sistema economico e sociale basato sulla disuguaglianza e sulla discriminazione, espliciti bisogni, come quello dell’autodeterminazione, dell’integrazione, del lavoro e della casa, vengono considerati e trattati come disturbi della mente.In Italia, nonostante la tanto decantata chiusura dei manicomi, questi continuano ad esistere nei servizi psichiatrici territoriali in cui si riscontrano gli stessi meccanismi lesivi delle libertà individuali (etichettamento, esclusione, ecc) e le medesime pratiche coercitive (TSO, costrizione ai letti, farmaci come nuove camicie di forza, pratiche aberranti come l’elettroshock). Sempre pronta a pubblicizzare nuove ed inesistenti malattie allo scopo di allargare il proprio bacino d’utenza per arricchire le tasche delle multinazionali farmaceutiche, la psichiatria serve ad arginare qualsiasi critica sociale e a normalizzare quei comportamenti ritenuti “pericolosi” poiché non conformi al mantenimento dello status quo, al fine di estendere il controllo sociale e la possibilità di intervento normalizzante da parte delle istituzioni. 

Siamo qui per contestare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le pratiche psichiatriche e per smascherare l’interesse economico che si cela dietro l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.

Non lasciamo in pace chi porta avanti da più di un secolo una guerra quotidiana contro la libertà individuale!

collettivo antipsichiatrico Violetta Van Gogh – Firenze    [www.violetta.noblogs.org]
collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa             [www.artaudpisa.noblogs.org]