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LA VILLA DEI SORRISI

  • Settembre 17, 2015 9:16 pm

riceviamo e , su richiesta dell’autore, volentieri pubblichiamo un racconto autobiografico sulla sua esperienza con l’elettroshock.

La villa dei sorrisi
Via delle Immacolatine 28, questo indirizzo non l’ho più dimenticato. Nel 1983 conseguii la maturità classica. Quasi tutti i compagni di classe ottennero il massimo, i più avevano il merito di essere figli di professionisti molto influenti e di essere bene raccomandati. I miei mi vollero raccomandare con l’insegnante di matematica e io accettai anche se ero poco convinto del suo intervento a mio favore. Era molto brutta e un po’ nevrotica, la imitavo per fare ridere i compagni e per sfogare la mia insofferenza per la scuola. Da come mi guardava ero sicuro che lei sapeva della presa in giro. Accettai la spintarella malgrado lo scetticismo e nonostante fossi molto idealista. Avevo fatto un mare di assenze e a casa avevo studiato poco, anzi per niente, temevo di non superare l’esame. Leggevo di tutto tranne i libri di scuola. Conoscevo Claude Levi Strauss, Freud, Lacan, De Saussure, Roman Jakobson e tanti altri studiosi. Mi piaceva molto lo strutturalismo anche se mi fu a lungo d’ostacolo sul piano dell’azione in quanto nega la libertà dell’individuo. All’università diedi per prima una materia complementare, sociologia delle comunicazioni. Quando sostenni l’esame portai dei libri di etnologia che non erano richiesti, il professore mi chiese perché lo avessi fatto e io mi trovai in difficoltà, una studentessa rise ma presto mutò espressione. Fui congedato con il massimo e ricevetti i complimenti dell’esaminatore. Il professore Carzo mi fece domande che non erano comprese nel piano di studio e io risposi a tutte in maniera soddisfacente. La prova si trasformò in una piacevole conversazione. Alla fine, considerato che avevo con me “Il totemismo oggi”, mi chiese dove si collocano le strutture secondo Levi Strauss e io indicai con il dito il cervello. Scrisse su un foglio che avevo sostenuto l’esame con 30 e lo firmò, mi spiegò che non poteva scriverlo sul libretto se prima non avessi superato la materia fondamentale che era sociologia generale. Superai anche quest’ultima con un ottimo voto ma non andai a convalidare la precedente materia. Decisi di non proseguire dopo che fui bocciato in filosofia della politica. Avrei dovuto parlare di un libro che non mi piaceva e di un secondo che avevo solo sfogliato. Il primo trattava del potere in una forma troppo astratta sulla falsariga della moda strutturalista. Ad esempio: “il potere tende al suo mantenimento e alla sua riproduzione”. Scrissi una critica ma non potei parlarne con l’autore del libro, titolare della cattedra, che era una persona molto cordiale e comprensiva. Egli portò con se in un’altra stanza i primi tre studenti per interrogarli e lasciò il quarto che ero io nelle mani degli assistenti che mi respinsero. Fu la prima bocciatura e mi pesò molto, a scuola non ero mai stato bocciato, né rimandato. Un’altra ragione che mi fece rinunciare agli studi universitari fu l’incontro con la madre di un mio ex compagno di scuola che non riusciva a dare nessuna materia all’università. Seppe che io in poco tempo ne avevo date due e si complimentò falsamente con me. Il marito era medico, aveva inculcato ai figli fin da bambini quello che avrebbero dovuto fare da grandi. Il più grande avrebbe dovuto proseguire la sua professione, l’altro, il mio compagno, sarebbe dovuto diventare giudice come lo zio. Il pensiero dell’ambizione, il rigetto dei valori borghesi, il rifiuto della burocrazia universitaria che si sostanziava nella mia difficoltà di aggettivare il rettore come magnifico quando dovevo compilare i moduli, mi indussero ad abbandonare la facoltà di scienze politiche di Messina. Ero innamorato di una ragazza che abitava al piano di sopra. Era molto bella e veniva spesso con la madre a casa mia. Passavamo molto tempo insieme, parlavamo, guardavamo la televisione abbracciati o giravamo in moto. Non le avevo mai confessato il mio amore perché ero convinto di non piacerle. Ero molto geloso, ogni tanto aveva dei fidanzati e questo mi indispettiva, al punto che una volta la trattai male e la offesi senza che avesse alcuna colpa. Lei pianse a dirotto, mi porto ancora dentro il rimorso. A distanza di molti anni ci rivedemmo e le confessai che ero stato innamorato di lei, mi rivelò che anche lei mi aveva amato. Un altro episodio di cui porto ancora il peso è quando mi vergognai per un istante di mio padre che zoppicava a causa di un ictus. Mentre camminavo con lui affrettai il passo, mio padre se ne accorse e sorrise dolcemente. Essendo un po’ robusto, decisi di dimagrire e lo feci di testa mia, diminuii il cibo fino a eliminarlo del tutto, mi disgustava. Dormivo pochissimo ed ero euforico. Trascorsi diversi giorni di insonnia, mi accorsi che stavo per crollare e che quella notte avrei dovuto riposare. Rinunciai stupidamente per aiutare un caro amico a incollare i manifesti elettorali del padre, una persona molto mediocre come la quasi totalità dei politici italiani dal 1861 a oggi. Persi la ragione e qualche giorno dopo mi ritrovarono sdraiato su una panchina nei pressi della stazione, ero quasi uno scheletro, molto agitato e logorroico. All’ospedale di Reggio Calabria mi dimisero senza curarmi. Mia madre, su consiglio del medico di famiglia, mi fece ricoverare a Roma nella clinica Villa dei sorrisi in via delle Immacolatine 28. Lì mi legarono al letto di contenzione per due o tre giorni e mi fecero delle flebo mettendomi un po’ in sesto. Mi trovavo al piano basso della clinica dove erano i malati più gravi. Insieme a me si ricoverò mio padre per curare l’ictus e dei disturbi di cui aveva sempre sofferto senza rendersi conto. Non l’avevo mai visto così sereno, la sua vicinanza mi confortò molto. Il giorno uscivamo insieme nel cortile alberato e sedevamo su una panchina. C’erano pazienti che gridavano e si lamentavano, altri erano silenziosi, avevano gli occhi persi nel vuoto e i movimenti rallentati, ma io ero felice di essere accanto a mio padre e conservo preziosamente il ricordo di quei momenti che precedettero di pochi mesi la sua scomparsa. Il primario proprietario della clinica mi visitò e diagnosticò che l’anoressia era stata causata da una depressione atipica. Dopo qualche giorno fu ricoverata al mio posto una bella ragazza, gridava come un’ossessa, chiedeva di essere liberata dalle cinghie, voleva andarsene. Chiesi a un infermiere cosa avesse, mi rispose che era drogata. Restammo soli per qualche minuto prima di darci il cambio e mi disse di baciarla. Le chiesi ingenuamente dove. “Dove vuoi”, mi rispose. Mi chinai sul letto e la baciai sulle labbra. Mi trasferirono ai piani superiori, intanto mio padre venne dimesso. Il pomeriggio, fino a sera, ci si riuniva in un salone al piano terra dove c’era un juke box. La canzone che preferivo era “Smoke gets in your eyes” di Celentano, esprimeva bene la tristezza che mi pervadeva. Rividi la ragazza che avevo baciata, ma non sembrava affatto interessata a me. La sera dopo si avvicinarono lei e una sua amica che era più socievole. L’amica mi chiese se mi piaceva il caffè, e se, considerato il buon trattamento che mi riservava il primario, avessi potuto chiedere in direzione l’autorizzazione per fare portare dei caffè dal bar vicino. Io intuì dal suo imbarazzo che più che al caffè era interessata alle bustine di zucchero quindi rifiutai. Dopo qualche insistenza desistette e si rivolse a un anziano parente di un ricoverato che la accontentò con gentilezza. Arrivò nel salone il cameriere, le due presero i caffè con le bustine e corsero in bagno. Rientrarono nel salone ridendo senza riuscire a smettere. L’anziano signore si arrabbiò molto, gridò loro che lo avrebbe riferito al professore, che lo avevano ingannato e messo a rischio, capì anche che si erano rivolte prima a me e che non avevo dato loro retta. Assistetti in silenzio alla scena soddisfatto per il mio intuito. Al mattino mi annunciarono che mi avrebbero sottoposto alla “cura”. Sentii dal corridoio il rumore di un carrello. Poco dopo entrò l’anestesista in compagnia di due infermieri. Mi legò al braccio il laccio emostatico, riempì la siringa e mi iniettò l’anestetico. Mi svegliai un po’ confuso, mi accorsi che sulla fronte avevo una piccola ferita e alcuni capelli bruciacchiati. Pensai subito all’elettroshock, quel trattamento che la mia enciclopedia definiva crudele e inumano, ma per paura non chiesi di cosa si trattava. Ebbi la conferma da un paziente, a mia volta rivelai ad altri pazienti in che cosa consisteva la cura. Un giovane si agitò molto quando apprese la notizia e protestò ad alta voce nel corridoio. Fui rimproverato e invitato a non pronunciare la parola elettroshock. Malgrado odiassi sottopormi a questa pratica, ogni quindici giorni prendevo il treno per Roma. Avevo paura che se mi fossi rifiutato mia madre sarebbe ricorsa al ricovero coatto in quanto nutriva molta fiducia in quella clinica. Viaggiavo di notte e al mattino mi affrettavo a prendere il taxi alla stazione per arrivare puntuale. Una volta un tassista, per speculare, finse di non trovare la strada, si lagnava per un mutuo che doveva pagare. Arrivai tardissimo e mi dissero che non potevano sottopormi al trattamento, poi riuscirono ad eseguirlo. Quando sentivo il rumore del carrello che si avvicinava avevo paura, pensavo al mio corpo esanime che sarebbe stato prelevato dal letto come un sacco di patate e trasportato in una stanza che non conoscevo. Mi chiedevo se mi fossi svegliato in quella stanza mentre avevo gli elettrodi sulle tempie o se non mi fossi più svegliato come era successo un mattino molto concitato a un paziente. Un giorno decisi di disobbedire e di interrompere la cura. Mia madre, con l’aiuto di mio fratello, mi costrinse a partire. A Roma mi rifiutai di scendere dal treno e mio fratello chiamò la polizia ferroviaria. Io lo seppi dopo, non ricordo quasi nulla di quell’episodio. L’elettroshock ti fa scordare tutto, dimentichi le cose brutte, ma anche quelle belle. Ho fatto fatica a riprendere i miei studi e a lavorare. Il pensiero che ogni quindici giorni avrei dovuto affrontare quella Via Crucis era molto deprimente. Dopo tre anni anni di calvario trovai il coraggio di dire al primario che mi ero stancato e lui mi rispose che sicuramente ero guarito, perché mi considerava molto intelligente e capace di stabilire se avevo bisogno o meno del trattamento, supponeva che non mi ero lamentato prima perché mi rendevo conto di averne necessità. Avevo voglia di dirgli che era un idiota. Quando seppe che ero stato assunto in ferrovia, durante le visite mattutine, entrava in stanza e mi chiedeva: “Come sta il nostro ferroviere?” e imitava il fischio del treno. Quella scena mi dava molto fastidio, la sentivo poco rispettosa. Ho capito così che bisogna entrare in punta di piedi nella stanza di una persona che soffre. Le ultime volte che mi trovai in clinica, accanto al primario c’era il figlio, che era circa della mia stessa età, e una dottoressa. Diedi al giovane luminare del tu, un po’ per il gusto della provocazione, un po’ per saggiare come erano fatti, anche se non mi facevo illusioni. Si guardarono imbarazzati e scandalizzati, borbottarono qualcosa. La volta successiva lo chiamai professore e lui disse: “Così va meglio”.
Giuseppe Gangemi

MARTEDI’ 8 SETTEMBRE RIAPRE lo SPORTELLO d’ASCOLTO ANTIPSICHIATRICO

  • Settembre 6, 2015 4:17 pm

MARTEDI’ 8 SETTEMBRE 2015
E’ APERTO lo SPORTELLO d’ASCOLTO ANTIPSICHIATRICO

in via San Lorenzo 38 a Pisa dalle ore 15:30 alle 18:30

sarà presente il collettivo Artaud e la dottoressa Chiara Uderzo, medico neurologo nutrizionista.

per chiunque abbia bisogno di informazioni e/o consigli medici sugli psicofarmaci, i TSO e sulla psichiatria in generale.

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

REGGIO CALABRIA sab 5/09: presentazione di “ELETTROSHOCK” c/o csc Nuvola Rossa

  • Agosto 24, 2015 11:33 am

REGGIO CALABRIA
c/o c.s.c. Nuvola Rossa di Villa San Giovanni (RC),

all’interno di una due giorni di formazione e informazione sui temi dell’antipsichiatria e della psicoanalisi: “CERTE VOLTE PARE CHE IL MONDO GIRI ALLA ROVESCIA, confronto e costruzione di pratiche alternative alla psichiatria”.

SABATO 5 SETTEMBRE

ore 17:00 Pratiche di desiderio e di libertà, esperienze alternative alle istituzioni totali:
sportello di ascolto antipsichiatrico – Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa

ore 19:00 Presentazione del libro:
“ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, ed. Sensibili alle Foglie.
Ne discute con gli autori Pino Pitasi ed un* compagn* del Nuvola Rossa

a seguire Documentario video “CORTOSHOCK” di Daniele Filippetto e Andrea Maiorana

ore 21:30 Cena sociale
ore 22:30 live: Zasta N.C.F., UVÌ

per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

5-6 SETTEMBRE a VILLA S.GIOVANNI (RC) c/o csc NUVOLA ROSSA 2 GIORNI ANTIPSICHIATRICA

  • Agosto 21, 2015 10:45 am

Il 5 e 6 settembre, presso il c.s.c. Nuvola Rossa di Villa San Giovanni (RC), si svolgerà una due giorni di formazione e informazione sui temi dell’antipsichiatria e della psicoanalisi: “CERTE VOLTE PARE CHE IL MONDO GIRI ALLA ROVESCIA, confronto e costruzione di pratiche alternative alla psichiatria“.

Da sempre la psichiatria è uno dei principali strumenti che il discorso dominante usa per ostacolare l’autodeterminazione dei soggetti e per mettere a tacere qualsiasi forma di critica sociale; la sua funzione di esclusione e controllo continua a rafforzarsi attraverso l’invenzione artificiosa di sempre “nuove malattie mentali”: comportamenti devianti da una presunta norma e perciò da uniformare. Noi pensiamo, invece, che le cause profonde di taluni “disagi” siano da ricercare nella società in cui viviamo e nello stile di vita che ci è imposto.

La logica psichiatrica sminuisce, semplifica e banalizza le sofferenze e le “diversità”, medicalizzando eventi ed esperienze di vita e rispondendo ai bisogni degli individui quasi esclusivamente attraverso cure farmacologiche. Gli psicofarmaci, però, non soltanto agiscono unicamente sui sintomi e non sulle cause dei presunti “disagi”, ma soprattutto finiscono per garantire il perdurare di condizioni sociali di sfruttamento. Non siamo aprioristicamente contro l’uso di psicofarmaci, ma riteniamo che nessuno debba essere obbligato ad assumerli contro la propria volontà.

Il nostro obiettivo è quello di promuovere la “salute mentale” ponendo l’accento sulle persone, costruendo legami sociali; vorremmo costruire una rete di supporto sociale per i soggetti colpiti dal sapere/potere psichiatrico e  produrre pratiche di auto-aiuto fondate sull’autodeterminazione e su un sistema di relazioni orizzontali, portare le risorse dalle istituzioni al territorio, spostare l’attenzione dalla “malattia” agli individui; riappropriarci della “follia” per sperimentare nuovi modi di viverla.

Per questa ragione, abbiamo deciso di incontrarci e incontrare altri soggetti e realtà impegnate in questa lotta e chiunque abbia voglia di confrontarsi sui temi delle pratiche non o anti psichiatriche.

SABATO 5 SETTEMBRE

ore 17:00 Pratiche di desiderio e di libertà, esperienze alternative alle istituzioni totali: sportello di ascolto antipsichiatrico – Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa

ore 19:00 Presentazione del libro “ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute.”  a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, ed. Sensibili alle Foglie. Ne discute con gli autori Pino Pitasi ed un* compagn* del Nuvola Rossa

a seguire Documentario video “CORTOSHOCK” di Daniele Filippetto e Andrea Maiorana

ore 21:30 Cena sociale

ore 22:30 live: Zasta N.C.F., UVÌ!

DOMENICA 6 SETTEMBRE

ore 10:00 Fine cura mai! Il superamento dell’OPG fra mito e realtà. Introduce la discussione Giuseppe Bucalo – Comitato Iniziativa Antipsichiatrica – Soccorso Viola Taormina

ore 19:00 Presentazione del libro “Legge, desiderio,capitalismo, l’anti-Edipo tra Lacan e Deleuze” a cura di Francesco Vandoni, Enrico Redaelli, Pino Pitasi, ed. Bruno Mondadori. Pino Zoccali (sociologo e psicoterapeuta) ne discute con Pino Pitasi, F. Vandoni e Maria Laura Bergamaschi

ore 21:00 Apericena

ore 22.30 Concerto a cura del Collettivo Limitazione + “Ascolta, piccolo uomo”, reading dal libro di Wilhelm Reich a cura di Francesco Villari, musiche originali di Enzo Rotondaro

5-6 settembre antipsichiatria(1)

SOLIDARIETA’ al BAROCCHIO! NO allo SGOMBERO! NO agli OPG! NO alle REMS!

  • Agosto 14, 2015 4:45 pm

SOLIDARIETA’ al BAROCCHIO! NO allo SGOMBERO!
NO AGLI OPG NO ALLE REMS!

Apprendiamo la notizia che al posto del Barocchio, squat occupato da ormai 23 anni, dovrebbe sorgere una REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza). la Legge n°81/2014 prevede la chiusura degli OPG entro il 31 marzo 2015 e l’entrata in funzione delle REMS. Ad oggi gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) esistono ancora e le REMS in molte regioni non sono ancora entrate in funzione.
Le REMS in realtà non sono altro che dei dei MINI-OPG sul territorio, la suddetta legge infatti, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, mantiene inalterato il regime di custodia e cura vigente negli Opg.
Chiudere i manicomi criminali senza cambiare il codice penale che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia e occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli Opg.
Il problema è superare il modello di internamento, e tale superamento non può passare attraverso gli stessi meccanismi precedentemente in atto nei manicomi. Altrimenti la logica dominante, anche nelle rems, sarà sempre quella dell’esclusione e non dell’inclusione.
Esprimiamo dunque la nostra solidarietà al Barocchio squat; contrari allo sgombero di un’esperienza abitativa e sociale in piedi da 23 anni, affinché non venga trasformata nell’ennesimo contenitore dell’esclusione sociale!
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669

TORINO VEN 14 AGOSTO PRESIDIO CONTRO TSO e in SOLIDARIETA’ ad amici e parenti di Andrea

  • Agosto 13, 2015 2:47 pm

domani VENERDI 14 agosto alle ore 18 a TORINO

in piazzale umbria angolo via livorno

PRESIDIO in solidarietà ad amici e parenti di Andrea Soldi

contro il TSO e gli abusi di psichiatria e delle forze del (dis)ordine.

BASTA MORTI IN TSO!!!

  • Agosto 9, 2015 4:09 pm

 

BASTA MORTI IN TSO

Tre persone morte in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) in poco più di un mese.

Il 5 agosto scorso a Torino, un uomo di 45 anni, Andrea Soldi, è morto mentre i vigili urbani lo stavano sottoponendo a TSO. Si parla di arresto cardiocircolatorio, non è riuscito ad arrivare vivo in ospedale. Testimoni parlano di vigili che l’hanno preso e stretto per il collo, finché non è caduto a terra privo di vita.

Il 30 luglio 2015 a Carmignano Sant’Urbano, in provincia di Padova, un ragazzo di trentatré anni, Mauro Guerra, è stato ucciso da un carabiniere durante un TSO. Nessuno sembra conoscere le reali cause che stanno dietro al trattamento sanitario obbligatorio che l’ha ucciso, né la famiglia, né il sindaco, il quale afferma di non aver neanche autorizzato il provvedimento (nonostante la legge 180 prescriva la disposizione del trattamento previa autorizzazione del sindaco, in quanto massima autorità per la sanità locale). All’arrivo di alcuni carabinieri presso la propria abitazione, Mauro, colto di sorpresa e in preda allo spavento, ha tentato la fuga.

Uno dei carabinieri ha sparato e l’ha ucciso.

Il maresciallo dell’arma si è giustificato dicendo di aver mirato al braccio ma Mauro è stato colpito alla schiena a soli due metri e mezzo di distanza.

Chi ha autorizzato il TSO? Perché sono intervenuti i carabinieri e non i sanitari del 118?

L’8 giugno è morto in circostanze da chiarire, durante un Trattamento sanitario obbligatorio, un uomo di 39 anni. I familiari hanno molti dubbi sulle cause del decesso e lamentano che durante i 12 giorni di ricovero non gli sia mai stato concesso di vederlo. Si chiamava Massimiliano Malzone, il 28 maggio era stato ricoverato nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Sant’Arsenio di Polla, in provincia di Salerno. La storia di Massimiliano richiama alla memoria quella di Francesco Mastrogiovanni, il maestro di Castelnuovo Cilento deceduto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009. Due storie diverse, ma con tratti comuni. Comune anche lo psichiatra coinvolto; il medico che avvisa la sorella della morte di Massimiliano, infatti, è lo stesso già condannato a 4 anni in primo grado per il decesso di Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato (il sequestro stesso) e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica. Francesco Mastrogiovanni era stato legato mani e piedi al letto dell’ospedale, per oltre 80 ore. Il 26 e il 30 giugno si sono svolte le ultime udienze del processo d’appello per il caso Mastrogiovanni, la sentenza è prevista per il mese di settembre 2015.

Il regime terapeutico imposto dal TSO ha una durata di 7 giorni e può essere effettuato solo all’interno di reparti psichiatrici di ospedali pubblici. Deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di TSO, il Sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio, il quale deve notificare il provvedimento e decidere se convalidarlo o meno entro 48 ore. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il TSO sia rinnovato oltre i 7 giorni. La legge stabilisce che il ricovero coatto può essere eseguito solo se sussistono contemporaneamente tre condizioni: l’individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, l’individuo rifiuta la terapia psichiatrica, l’individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero.

Subito ci troviamo di fronte ad un problema: chi determina lo “stato di necessità” e l’urgenza dell’intervento terapeutico? E in che modo si dimostra che il ricovero ospedaliero è l’unica soluzione possibile? Risulta evidente che le condizioni di attuazione di un TSO rimandano, di fatto, al giudizio esclusivo ed arbitrario di uno psichiatra, giudizio al quale il Sindaco, che dovrebbe insieme al Giudice Tutelare agire da garante del paziente, di norma non si oppone.

Per la persona coinvolta l’unica possibilità di sottrarsi al TSO sta nell’accettazione della terapia al fine di far decadere una delle tre condizioni, ma è frequente che il provvedimento sia mantenuto anche se il paziente non rifiuta la terapia. Se, in teoria, la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche vengono aggirate: nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti sono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti del ricoverato.

Molto spesso prima arriva l’ ambulanza per portare le persone in reparto psichiatrico e poi viene fatto partire il provvedimento. La funzione dell’ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio) è generalmente quella di portare la persona in reparto, dove sarà poi trattenuta in regime di TSV o TSO secondo la propria accondiscendenza agli psichiatri.
Il paziente talvolta non viene informato di poter lasciare il reparto dopo lo scadere dei sette giorni ed è trattenuto inconsapevolmente in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario); oppure può accadere che persone che si recano in reparto in regime di TSV sono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. Diffusa è la pratica di far passare, tramite pressioni e ricatti, quelli che sarebbero ricoveri obbligati per ricoveri volontari: si spinge cioè l’individuo a ricoverarsi volontariamente minacciandolo di intervenire altrimenti con un TSO.

A volte vengono negate le visite all’interno del reparto e viene impedito di comunicare con l’esterno a chi è ricoverato nonostante la legge 180 preveda che chi è sottoposto a TSO “ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno”.
Il TSO è usato, presso i CIM o i Centri Diurni, anche come strumento di ricatto quando la persona chiede di interrompere il trattamento o sospendere/scalare la terapia; infatti oggi l’ obbligo di cura non si limita più alla reclusione in una struttura, ma si trasforma nell’impossibilità effettiva di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero coatto cui ci si avvale alla stregua di strumento di oppressione e punizione. Per questo ancora una volta diciamo NO ai TSO, perché i trattamenti sanitari non possono e non devono essere coercitivi e affinché nessuno più debba morire sotto le mani di forze dell’ordine al servizio degli psichiatri.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

antipsichiatriapisa@inventati.org

www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669

le riunioni del Collettivo Antipsichiatrico ci saranno MARTEDì 11 AGOSTO e MARTEDì 1 SETTEMBRE

  • Agosto 4, 2015 11:31 am

Le riunioni del collettivo antipsichiatrico ANTONIN ARTAUD
per il periodo estivo ci saranno fino a  MARTEDì 11 AGOSTO compreso e riprenderanno

MARTEDì 1 SETTEMBRE.
SEMPRE c/o lo Spazio Anrtagonista NEWROZ in via Garibaldi 72 a Pisa e SEMPRE alle 21:30
Per info e contatti:
antipsichiatriapisa@inventati.org / 335 7002669

MARTEDì 11 AGOSTO è APERTO lo SPORTELLO d’ASCOLTO ANTIPSICHIATRICO e RIAPRIRA’ MARTEDì 8 SETTEMBRE

  • Agosto 3, 2015 11:56 am

E’ APERTO lo SPORTELLO d’ASCOLTO ANTIPSICHIATRICO
MARTEDI’ 11 AGOSTO 2015

E RIPRENDERA’ MARTEDI’ 8 SETTEMBRE 2015

SEMPRE in via San Lorenzo 38 a Pisa
dalle ore 15:30 alle 18:30

sarà presente il collettivo Artaud e la dottoressa Chiara Uderzo, medico neurologo nutrizionista.

per chiunque abbia bisogno di informazioni e/o consigli medici sugli psicofarmaci, i TSO e sulla psichiatria in generale.

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org / 335 7002669

BREVE COMMENTO a “Lettera ai direttori dei manicomi” di Antonin Artaud

  • Agosto 2, 2015 7:21 pm

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Lettera ai direttori dei manicomi

di Antonin Artaud

(1925)

Il TESTO

Signori, le leggi e il costume vi conferiscono il diritto di misurare lo spirito, questa sovrana giurisdizione, di per sé spaventevole, la esercitate a vostro criterio: lasciateci ridere. La credulità dei popoli civilizzati, dei sapienti e dei governanti, adorna la psichiatria con indefinibili aureole sovrannaturali, ed i procedimenti della vostra professione vengono accettati a priori. Inutile discutere in questa sede il valore della vostra scienza e la dubbia esistenza delle malattie mentali, tuttavia chiediamo: su cento pretesi casi patologici che scatenano la confusione della materia e dello spirito, su cento classificazioni di cui le più vaghe restano le uniche utilizzabili, quanti i nobili tentativi di penetrare nel mondo cerebrale dei vostri prigionieri? E chi tra voi, per esempio, considera il sogno del demente precoce, con le relative immagini di cui è preda, qualcosa di diverso da un’insalata di parole? Non siamo stupiti di riscontrare la vostra inferiorità di fronte a un compito esclusivamente riservato a pochissimi predestinati, ma ci schieriamo contro la concessione del diritto di compiere ricerche nel regno dello spirito a uomini che, limitati o no, trovano conferma ai loro risultati per mezzo di condanne al carcere a vita. E che carcere! Si sa: i manicomi, lungi dall’essere “case di cura”, sono orribili galere nelle quali i detenuti forniscono una comoda e gratuita manodopera e i servizi sono una regola, e tutto ciò viene da voi tollerato. A dispetto della scienza e della giustizia, il manicomio è simile alla caserma, alla prigione, all’ergastolo. Per non infliggervi la pena delle facili smentite evitiamo di porvi in questa occasione il problema degli internamenti arbitrari, non esitiamo però ad affermare che la maggior parte dei vostri pensionanti, del tutto pazzi in base alle diagnosi ufficiali, sono anch’essi arbitrariamente internati. Non ci è possibile ammettere che si ostacoli il libero sviluppo di un delirio logico e legittimo al pari di ogni altra successione di idee e di azioni umane. La repressione degli impulsi antisociali è per principio chimerica e inaccettabile: tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le principali vittime della dittatura sociale; in nome dell’individualità tipica dell’uomo, pretendiamo la liberazione di questi forzati della sensibilità, poiché le leggi non hanno il potere di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono. Sarebbe troppo facile precisare il carattere compiutamente geniale delle manifestazioni di certi pazzi, rivendichiamo semplicemente l’assoluta legittimità della loro concezione della realtà e tutte le conseguenze che ne derivano. Domattina all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza.

L’AUTORE

Antonin Artaud ((Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948)

è stato uno scrittore, poeta, disegnatore, regista e attore francese. Figlio di un medico, che sperimenta su di lui una macchina che produce elettricità statica per curarlo da una meningite che gli era stata diagnosticata all’età di 5 anni; a 18 anni gli viene diagnosticata la sifilide ereditaria ed è seguito da vari medici che gli prescrivono l’assunzione di sostanze che peggiorano però i dolori e il suo stato di salute. Utilizza arsenico, laudano, cianuro di mercurio, ectina e svariate altre sostanze, ma allo stesso tempo scrive e dipinge, riuscendo a lavorare nel teatro e nel cinema.

Dal 1924 si ritira a vita privata e si dedica alla scrittura. Aderisce e poi rompe con i surrealisti. Artaud è sempre più un rivoluzionario cosmico, immerso nella sua vita di sofferenza da alla luce il “Teatro della Crudeltà” nel quale il pubblico non è più spettatore passivo ma bensì officiante della messa in scena teatrale. Un coinvolgimento catartico che ricompone ed espande il sé dell’ex-spettatore. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo, ed in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola.

Questo nuovo teatro presentato da Artaud non è compreso dai suoi contemporanei e l’impresa teatrale fallisce. Incompreso e con le finanze in rovina decise di investire i suoi ultimi soldi in un viaggio per il Messico – dopo aver scritto “Mexique et la folie”.

In Messico, alla ricerca di una <<cultura organica>> , si spinge fino alla Sierra Tarahumara e con gli Sciamani dei villaggi sperimenta i riti di iniziazione con il Peyote. Ad un certo punto di questo viaggio però, deluso per non aver trovato alcuna cultura non contaminata dall’occidente e sentitosi preso in giro dai locali, decide di rientrare in Irlanda e riportare agli irlandese il bastone di San Patrizio che un amico gli aveva donato dicendogli che era stato in passato posseduto anche da Gesù Cristo.

Questa sua missione viene interrotta bruscamente da una detenzione nella stiva della nave con cui stava tornando in Europa, in seguito ad un litigio con un marinaio che secondò Artaud gli aveva rubato il bastone Sacro. Non appena la nave attracca a Dublino in Irlanda viene deportato in manicomio. E’ l’anno 1936.

L’internamento di Artaud va dal 1936 al 1945, gli anni della guerra durante in i quali patisce la fame e il freddo. Anni di detenzione arbitraria che si concludono con l’internamento nel manicomio di Rodéz in Francia.

E’ qui che gli sono stati fatti 51 elettroshock.

L’arrivo a Rodéz è possibile grazie al dr. Ferdière suo ammiratore dai tempi della sua adesione al surrealismo. Quando le sue condizioni fisiche migliorano, nutrendosi regolarmente, lo psichiatra prende la decisione di applicare su di lui questa nuova terapia inventata da un italiano nel ‘38, una macchina all’avanguardia che cura con l’elettricità.

Antonin Artaud muore nel 1948 seduto sul letto di casa sua proprio come aveva predetto.

Il testo che proponiamo è stato scritto nove anni prima del suo ricovero in manicomio e fa parte di un insieme di lettere redatte assieme a R. Desnos e T. Fraenkel, pubblicate sulla rivista Révolution Surréaliste, indirizzate al Papa, al Dalai Lama e ai Rettori delle Università Europee, in un’ottica di rivolta e di liberazione dai preconcetti della società. La prospettiva surrealista infatti valorizza la follia come forma di creatività rivoluzionaria, in grado di sfidare le convenzioni sociali e di comprendere la realtà esistente al di fuori della logica diffusa.

Il COLLETTIVO

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud viene fondato a Pisa nel 2005 in seguito all’incontro della tematica antiproibizionista e quella antipsichiatrica avvenuto nel 2000. Si propone fin dalla sua nascita di contrastare gli abusi della psichiatria (Trattamento sanitario obbligatorio , internamento coatto, ricovero involontario, ecc..), fornire informazioni sugli psicofarmaci al fine di contrastarne il dilagare e praticare una cultura antipsichiatrica.

Spinti dal bisogno di vivere le relazioni umane ed esistenziali senza il pregiudizio psichiatrico, immaginando che la malattia mentale non esiste, si costituisce il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud.

Sarà un caso che un collettivo antipsichiatrico, dal nome Antonin Artaud sia nato proprio a Pisa?

Pisa è meta dei viaggi della speranza per fruire delle cure psicofarmacologiche messe a disposizione dalla scuola di psichiatria di matrice nord-americana, organicista e riduzionista, nonché capitale italiana dell’elettroshock, oggi ridefinito terapia elettroconvulsiva (TEC).

Il COMMENTO

La Lettera ai direttori dei manicomi è un formidabile atto di accusa nei confronti della psichiatria. Un’accusa lucida, precisa, potente e che trova il suo ambito di applicabilità immutato anche a distanza di un secolo.

Uno sguardo puntuale sull’illegittimità del dispiegamento del potere conferito alla psichiatria, che si limita ad essere un gioco di forze a carte scoperte (il vincitore lo conosciamo fin dall’inizio), a scapito di una reale comprensione del mondo interiore dell’altro.

La società, attraverso il suo apparato normativo e ideologico, da una parte attribuisce allo psichiatra il diritto di “misurare lo spirito” e, dall’altra, poiché delega questo compito ad un tecnico della scienza, se ne deresponsabilizza e accetta aprioristicamente che questo trasformi la sua presunta scienza in prassi. Ma la comprensione dell’altro è, per certi versi, una scienza riservata solo a pochi e che nulla ha a che fare con il ridurre il pensiero ad un’ “insalata di parole”.

Il ricoverato, il cui racconto viene privato della sua forza dialogica, è allora internato e anche la sua libertà di movimento è annientata.

Ecco la seconda accusa sollevata da Artaud: il reale obiettivo dell’istituzione manicomiale non è la cura ma la custodia, non è il ricovero ma l’internamento. I manicomi, “lungi dall’essere case di cura, sono orribili galere“. Per questo, un’indagine sullo spirito umano è falsata quando viene condotta su di una persona che vive nella limitazione della propria libertà. Un uomo sedato e contenuto non può essere l’oggetto di studio di una ricerca che si propone di comprendere l’uomo nella sua totalità; al massimo potrà farsi testimonianza dell’uomo che vive nelle atrocità di un’istituzione totale/totalizzante. Per di più, il risultato di queste indagini entra poi a far parte di tutti quei fondamenti del paradigma della scienza psichiatrica, ai quali per epistemologia si appellano gli psichiatri per legittimare le loro prossime diagnosi, i loro futuri ricoveri, le loro nuove terapie. Gli scienziati stabiliscono una norma e, di conseguenza, deliberano su tutti coloro che si collocano al di fuori di essa. In questo senso Artaud parla di arbitrarietà.

La prassi del giudizio psichiatrico non prevede alcuna consultazione del paziente in merito alla sua presa in carico ed è peraltro l’unica branca della medicina in cui questo avviene (sembra paradossale se si pensa che stiamo parlando proprio di quella disciplina che si propone di occuparsi dell’anima dell’individuo). Se da una parte ci sono persone che non richiedono di essere prese in carico medicalmente e per le quali oggi si procede con l’orrore dei Trattamenti Sanitari Obbligatori, dall’altra c’è anche chi sceglie consapevolmente di domandare aiuto alla psichiatria per vivere meglio il proprio intimo disagio, e che si trova nella condizione radicalmente più subdola di doversi rimettere in toto al potere discrezionale del medico, senza che gli venga riconosciuta alcuna possibilità di deliberare sulla propria vita.


Quello di Artaud allora è un grido, ma un grido fatto con voce calma e tagliente. Un urlo contro il concetto che la psichiatria ha della cura e della diagnosi, un grido di libertà a favore degli ultimi, dei sensibili, di chi vive in difficoltà all’interno della “dittatura sociale”. Il disagio non è una malattia congenita ed ereditaria, ma è spesso il prodotto delle dinamiche sociali sui percorsi di vita individuali. La diagnosi stessa di antisocialità (ancora oggi si parla di Disturbo Antisociale di Personalità) è una diagnosi insensata e illusoria: nessuna azione antisociale deve condurre a diagnosi, ma, se la si vuole di interpretare, lo si può fare solo tenendo conto del fatto che “il libero sviluppo” dell’individuo è qualcosa che cerca di compiersi allo stesso modo di ogni altra azione umana e, cioè, in una certa soggettività.

La lettera di Artaud si chiude con un colpo di sciabola contro gli psichiatri, irridendo la loro ideologia mistificatoria in merito alla relazione medico-paziente. La cosiddetta compliance terapeutica è una condiscendenza remissiva, quando il rapporto tra le due parti non è paritario, quando ciò che distingue i medici da coloro che si trovano dall’altra parte del lettino è solamente la loro possibilità di espletamento della forza. La forza di contenere, sedare, rinchiudere, di decidere la data di dimissione. Cosa sarebbe la psichiatria senza l’obbligo della cura?