CANAPISA 2010: LA DIVERSITÀ FA PAURA, LA NORMALITÀ UCCIDE!

  • May 29, 2010 11:46 am

 

LA
DIVERSITÀ FA PAURA, LA NORMALITÀ U
CCIDE!


In
questi mesi abbiamo assistito ad una vera e propria negazione da
parte del comune di Pisa dei diritti fondamentali quali il diritto a
manifestare, il diritto alla casa e il diritto di godere di spazi
sociali liberi. Il servilismo mediatico nei confronti di una politica
arrogante e priva di contenuti non ha tardato a manifestarsi;
campagne che attaccano e screditano chi lotta per soddisfare bisogni
concreti e reali: chi occupa le case sfitte perché non riesce a
pagare affitti troppo alti,strappandole alla speculazione edilizia
oltre che all’abbandono e al degrado;chi apre alla città spazi
portatori di istanze di socialità altra, avviando importanti
progetti socioculturali, o come le occupazioni portate avanti dagli
studenti universitari che, pur pagando le tasse, non possono
usufruire degli spazi universitari per fare iniziative culturali,
finalizzate alla creazione di saperi critici e alla loro
socializzazione. Per le istituzioni tutto si risolve in un problema
di ordine pubblico, in una questione di legalità e illegalità, per
cui si buttano per strada otto famiglie, si sgomberano gli spazi
sociali, si tenta di vietare manifestazioni. Non si trova da parte
delle istituzioni uno spazio di discussione verso un tessuto sociale,
culturale e politico vivo e partecipato.

Nessun
impegno ad affrontare la crisi economica e la precarietà dei
cittadini, nessun intervento per fermare i fenomeni speculativi in
città, nessuno per permettere a collettivi e associazioni di
proseguire il loro fondamentale lavoro. Le risposte si limitano alla
violenza delle forze dell’ordine, all’acquisto di telecamere per la
videosorveglianza. Il dibattito di quest’anno in merito al canapisa
ne è un esempio lampante, poiché il comune voleva arrogarsi il
potere di vietare la manifestazione, di negare il diritto a
manifestare e ad esprimere le proprie idee.

Siamo
qui oggi per ribadire l’importanza politica del canapisa e della
lotta antiproibizionista, che invece di penalizzare a priori l’uso di
sostanze, si occupa di fare informazione e riduzione del danno, di
mettere in evidenza le contraddizioni del sistema normativo italiano
che punisce di più un tossicodipendente che un evasore fiscale( la
legge Fini-Giovanardi insieme alla Bossi-Fini è la causa principale
del sovraffollamento delle nostre carceri)di difendere i tanti
lavoratori che perdono il posto a causa dei nuovi controlli
antidroga,che ben poco hanno di scientifico e molto di persecutorio.

In
quanto collettivo antipsichiatrico sottolineiamo come proibizionismo
e psichiatria rappresentino due facce della stessa medaglia, e come
di conseguenza le lotte dei movimenti antipsichiatrico e
antiproibizionista siano affini su vari punti: la rivendicazione
della libertà di scegliere per se stessi ed il rifiuto di
patologizzazione dei comportamenti all’interno di categorie stabilite
da chi ha interesse a farlo. Nella nostra società,infatti, ogni
pensiero critico e ogni comportamento differente e non conforme alle
convenzioni sociali viene considerato elemento di disturbo e di
pericolo, e trasformato in mostro immaginario: terrorista, drogato,
violento, matto come un tempo vi erano la strega, l’eretico,il
vagabondo,l’omosessuale. La stigmatizzazione e la medicalizzazione
dei comportamenti “devianti” son funzionali alla volontà di
controllo da parte del potere, poiché permettono di velocizzare il
processo di osservazione, isolamento e normalizzazione dei nostri
comportamenti. Sempre più si accentua la pericolosa tendenza a una
vera e propria medicalizzazione di massa, che va a toccare fasi
naturali della vita – dall’infanzia – con programmi di screening
nelle scuole – alla vecchiaia, con particolare accanimento verso le
donne(disturbo disforico premestruale, depressione post partum
ecc..).

Al
disagio che quotidianamente viviamo per motivi reali e concreti –
la crisi economica, la precarietà, la mancanza di soddisfazione
personale e di prospettive future, le condizioni e i ritmi di vita e
di lavoro spesso disumani, -la psichiatria risponde sempre allo
stesso modo, con diagnosi-etichette e cure farmacologiche che tendono
a isolare l’individuo da una dimensione di socialità.

Esempio
lampante di questo discorso è la doppia diagnosi inserita con la
legge Fini-Giovanardi, che inquadra il consumatore di sostanze
psicoattive come malato mentale da trattare con cure psichiatriche.
In tal modo si è rinforzato il legame tra proibizionismo e
psichiatria e si è trasformata la questione del consumo di sostanze
da sociale a penale nonché sanitaria, per cui la gestione delle
tossicodipendenze viene delegata all’ istituzione psichiatrica, con
grandi profitti per l’industria del farmaco e di quella del recupero
e della riabilitazione. É un paradosso difficilmente spiegabile
vietare da un lato l’uso di sostanze psicoattive classificate come
illegali e dall’altro prescrivere sostanze psicoattive legali per
curare le tossicodipendenze!La psichiatria, obbliga inoltre all’uso
di psicofarmaci persone che non erano solite far uso di sostanze
psicotrope, allargando il numero di consumatori e di dipendenti da
tali sostanze.

Non è
chiaro cosa oggi differenzi le sostanze legali da quelle illegali,
dal momento che la stessa sostanza psicoattiva diviene un farmaco se
prescritta da un medico e commercializzata in farmacia, così come il
Ritalin (metanfetamina) un tempo assolutamente illecito e oggi usato
come cura per bambini “affetti da ADHD” ( sindrome da deficit di
attenzione e iperattività).

Nonostante
lo stato proibizionista evidenzi continuamente i danni delle droghe,
lo stesso non avviene con i “legali” psicofarmaci, che dovrebbero
essere prescritti dietro consenso informato, ma di cui invece vengono
sempre taciuti i gravi effetti collaterali, i fenomeni di dipendenza
e di assuefazione ad essi correlati(del tutto simili a quelli causati
dalle sostanze illegali classificate come droghe pesanti) ed i danni
permanenti e gravissimi procurati da un uso prolungato.

La
diffusione e l’abuso di queste “droghe legali”, è incentivato
dalla macchina statale a scopo contenitivo, e spinta da forti
interessi di mercato. Gli psicofarmaci rappresentano le “nuove
camicie di forza”, ciò che ha insinuato la “manicomialità”
nelle nostre case. A questo fine “gli invisibili strumenti di
contenzione” (soprattutto benzodiazepine) sono giornalmente
dispensati all’interno delle carceri e dei CIE: il loro uso diffuso,
abituale e indiscriminato, è favorito dalla direzione per tenere a
bada i detenuti attraverso il controllo chimico del loro umore, per
lenire loro l’ansia da carcerazione e per fargli sopportare le gravi
situazioni di degrado e sovraffollamento che sono costretti a subire.
Così come il proibizionismo serve a mantenere e alimentare gli
interessi del mercato nero, la psicofarmacologia serve a riempire le
casse delle multinazionali farmaceutiche, le stesse che finanziano
“ricerche” per definire sempre nuovi pseudo-disturbi
psichiatrici, le stesse che costruiscono campagne pubblicitarie a
sostegno della naturale diffusione delle affezioni nell’ottica di
legittimare la conseguente panacea farmacologica.

Il
business del farmaco induce così bisogni e consumi standardizzati,
ricavando strepitosi guadagni e trasformando il concetto di salute in
un bene di consumo ed il ministero della sanità in agenzia
promozionale fautrice di propagande disinformative.

Siamo
qui per contestare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le
pratiche psichiatriche, che operano una guerra quotidiana contro la
libertà individuale.

Siamo
qui per ribadire il nostro rifiuto all’idea di “normalità” come
vincolo del “socialmente accettabile” e la catalogazione di chi
fa spontaneamente uso di sostanze come “deviato”.

Siamo
qui per smascherare l’interesse economico che si cela dietro
l’invenzione di malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.

Siamo
qui per chiedere quale sia la reale differenza tra droghe e
psicofarmaci, tra sostanze psicotrope legali e quelle illegali:
legalità e illegalità, sono parole che abbiamo sentito nominare
troppo spesso in questi giorni a Pisa, e che in questo caso, così
come nelle questioni cittadine a cui abbiamo accennato hanno dei
confini al quanto incerti e contraddittori.




Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud

antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
– 3357002669

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