BASTA MORTI INVISIBILI E TORTURE: CHIUDIAMO GLI OPG
Trent’anni dopo la riforma che porta il nome di Franco Basaglia, non tutti i manicomi hanno chiuso i battenti. Vengono chiamati ospedali psichiatrici giudiziari ma sono i manicomi criminali di una volta. Per l’esattezza gli internati sono 1535 (1433 uomini e 102 donne) nei sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani (Aversa, Montelupo fiorentino, Napoli Sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglion delle Stiviere e Barcellona Pozzo di Gotto).
Martedì 8 marzo un ragazzo di 29 anni G.D., di origini genovesi, viene ritrovato morto nella sua cella dell’ospedale psichiatrico di Montelupo fiorentino. Il giovane era arrivato nella struttura nell’ottobre del 2010. Il cadavere è stato trovato nel bagno della cella, a scoprirlo sono stati gli agenti. Accanto all’uomo, che era stato internato a causa di episodi di aggressioni in famiglia, è stata trovata una bomboletta di gas in dotazione ai detenuti. Sul caso è stato aperto un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Firenze. La salma è stata trasferita al reparto di medicina legale di Careggi per essere sottoposta ad autopsia.
Negli opg avvengono anche atti di violenza sessuale. È di giovedì 10 marzo la notizia che due agenti di polizia penitenziaria dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa sono stati arrestati con l’accusa di avere costretto in più occasioni un giovane transessuale, internato nella struttura, ad avere rapporti sessuali. Sempre ad Aversa, dopo che si sono verificate 14 morti in 14 anni, 14 persone sono state iscritte nel registro degli indagati per omicidio colposo, tra cui parte del personale in servizio in reparto: medici, psichiatri e i dirigenti della struttura. Questi episodi vanno contestualizzati in uno scenario più ampio di abusi, violenze e di condizioni detentive inumane e degradanti che emergono anche dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura, organismo del consiglio di Europa, che si è recato in visita ispettiva negli opg italiani.
Gli opg sono inutili luoghi di soprusi, isolamento prolungato, condizioni igieniche indecenti, di contenzione abituale e di trattamenti totalmente lesivi della dignità umana.
L’opg è un limbo, un luogo di totale non diritto. In questi luoghi vige l’incertezza della pena e non esiste proporzionalità della pena rispetto al reato. In queste strutture vengono internate persone che, dopo aver commesso un reato, vengono dichiarate tramite una perizia totalmente o parzialmente incapaci di intendere o volere ma che a causa di una presunta pericolosità sociale (definita in riferimento alla norma vigente che risale al codice Rocco del 1930, nostra pesante eredità fascista) vengono ugualmente rinchiuse e allontanate dalla società.
Per le persone prosciolte per totale incapacità mentale l’opg si presenta nella sua dimensione peggiore, l’ergastolo bianco: l’internamento viene stabilito dal giudice di due, cinque o 10 anni ma la durata effettiva del provvedimento è ad assoluta discrezionalità del magistrato, che può prorogarlo all’infinito ogni due,cinque o dieci anni; con questo meccanismo alcune persone hanno scontato più di trentacinque anni di reclusione e si perde il conto di quanti sono morti avendo scontato molti anni in più della reale pena correlata al reato commesso. Diverso è il caso della seminfermità mentale: la capacità di intendere e di volere, per quanto ridotta, sussiste. La persona perciò è imputabile e viene sottoposta al processo. In caso di condanna vi sarà la diminuzione di un terzo della pena. Se riconosciuta anche socialmente pericolosa la persona verrà inviata in opg, dopo aver scontato la pena detentiva in carcere, senza sapere quanto dovrà restarci.
In opg possono anche finire individui che vengono trasferiti dal carcere conseguentemente ad una misura disciplinare e per un tempo indefinito (il tempo che un detenuto passa in opg non gli viene conteggiato come pena effettivamente scontata e quando verrà ritrasferito in carcere dovrà scontare anche il periodo non conteggiatogli).
In questi manicomi le persone continuano a morire così come nelle carceri vere e proprie.
Nei primi due mesi del 2011 sono morte 12 persone tra carcere e opg, di cui sei sono “morti da bomboletta”. Le bombolette del gas vengono date in dotazione dal carcere ai detenuti per poter cucinare. La cucina rappresenta l’unico strumento che la persona ristretta ha a disposizione per svolgere un’attività in autonomia, per costruire e vivere piccoli momenti di socialità e condivisione con altri detenuti. Le bombolette vengono anche utilizzate da alcuni come meccanismo di “evasione” per non pensare, in quanto la loro inalazione provoca stordimento simile a quello indotto da assunzione di droghe leggere o di psicofarmaci. La concessione massiccia di psicofarmaci è fortemente appoggiata dall’amministrazione carceraria in un’ottica contenitiva in quanto detenuti chimicamente sedati sono sicuramente più gestibili, meno indotti a creare problemi e più propensi a sopportare l’alienazione della carcerazione.
E così per le bombolette. Sta diventando pratica sempre più diffusa e strumentalmente usata dalle amministrazioni carcerarie utilizzare le bombolette come pretesto per giustificare le morti scomode senza dover mettere in discussione il totale degrado, sovraffollamento ed incurie in cui riversano quelle discariche sociali chiamate carceri ed ospedali psichiatrici giudiziari. Con queste “morti da bomboletta” si continuerà così facilmente a giustificare la tragica e insensata fine di altri G.D., altri Ciprian Florin (morto l’8 febbraio 2011 a Genova, anche lui presumibilmente per inalazione di gas), altri Yuri Attinà (morto a Livorno il 5/1/2011), altri Jon R. (morto a Pavia per inalazione di gas l’11/2/2011).
Queste morti provocate o meno da inalazione di butano sono vere e proprie morti di Stato.
Lo Stato prende in custodia il corpo e l’anima di una persona e a questa dovrebbe garantire l’incolumità.
Collettivo Antipsichiatrico A.Artaud -Pisa
Zone del silenzio-Pisa
comunicato stampa in merito alla sentenza sui fatti di Pistoia
Il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud in merito alle ingiuste
condanne di primo grado per i fatti di Pistoia ritiene importante
rinnovare la propria solidarietà a tutti gli imputati, molti dei quali
conosciamo da anni, in particolar modo Elisabetta da tempo impegnata nel
nostro collettivo.
Non abbiamo dubitato della loro estraneità fin dal momento in cui ci
giunse notizia che l’intera assemblea regionale, che si stava svolgendo
a Pistoia, era stata trattenuta una notte intera in questura con
l’accusa di aver preso parte a uno strano assalto alla vicina sede di
CasaPound.
Oggi dopo avere appreso il contenuto delle motivazioni del dispositivo di
condanna non possiamo fare a meno di esprimere tutta la nostra
indignazione.
Ci fu da subito altrettanto chiara la natura repressiva degli arresti e
dei tanti mesi di privazione della libertà inflitti agli imputati. Le
stesse motivazioni della sentenza, con cui poi si doveva render noto il
perché di questa forzatura, addirittura si fanno beffa del dolore che si
deve affrontare in condizioni di negazione della libertà.
Per gli imputati fu disposto il divieto assoluto di comunicazione e
incontro fino a processo inoltrato, proprio per questo motivo Elisabetta
non fu neanche mandata a lavoro per molto tempo e le fu persino proibito
comunicare con sua madre.
Nonostante ciò il giudice ci fa sapere che avrebbe dovuto chiamare al suo
domicilio dei professionisti del look per renderlo identico al giorno in
cui fu arrestata.
Questo spiegherebbe secondo il giudice il perché non sia stata
riconosciuta da i testimoni.
Ma in realtà non potevano averla riconosciuta per il semplice fatto che
non c’era – come da sempre dichiarato anche da Casa Pound – visto che era
assieme a tutti gli altri a prender parte a un assemblea !!
Tutto questo è inammissibile e quasi ridicolo, ed è solo uno dei tanti
passaggi privi di logica contenuti nelle motivazioni che vanno ad
attribuire una responsabilità penale a persone non solo innocenti ma
anche impegnate a fare tutt’altro.
Riteniamo necessario mantenere alta l’attenzione sull’agire repressivo
delle istituzioni e ricordiamo che in ogni udienza del processo il
Tribunale è stato costantemente presidiato da numerose forze dell’ordine
fuori e dentro l’aula e che il pubblico ministero pistoiese ha chiesto 9
anni di detenzione per la sussistenza del reato di devastazione e
saccheggio già smentito molti mesi prima dal sommo giudizio della
Cassazione in materia di libertà personali.
Saremo presenti alla conferenza stampa di Sabato 5 Marzo 2011 alle ore 11 presso la Circoscrizione 2 del Comune di Livorno e rimarremo vicini ai compagni ingiustamente condannati fino a quando non sarà riconosciuta la loro assoluta estraneità ai fatti.
Collettivo Antipsichiatrico A. Artaud – Pisa
INSANAMENTEMIA IN TOUR !!
SABATO 26 febbraio 2011
c/o il teatro officna refugio
in scali del refugio a LIVORNO ore 22:00
DOMENICA 27 febbario 2011
c/o il csa nEXt emerson
in via di bellagio a FIRENZE ore 21:30
il progetto ZENA in collaborazione con
il collettivo antipsichiatrico a.artaud
presentano
INSANAMENTE MIA
azione teatrale del laboratorio zena
“la realtà è terribilmente superiore
ad ogni storia, a ogni favola, a ogni divinità
a ogni surrealtà” a.artaud
per info e prenotazioni:
zeta.lab@email.it-antipsichiatriapisa@inventati.org
3280254173
INSANAMENTEMIA
spettacolo teatrale a cura del Progetto Zena
in collaborazione con il Collettivo antipsichiatrico A. Artaud.
Un ospedale. Una sala d’aspetto.
Cinque donne nell’attesa di una metamorfosi indotta.
Da donne a soggetti psichiatrizzati.
Aggrappate al loro intimo equilibrio e annichilite dalla paura.
Sarà il dottor Marchi a guidarle attraverso suggestive patologie, terapie
e farneticazioni della sua stessa mente.
Donne e psichiatria, la necessità assoluta di agire contro gli stereotipi
che producono atteggiamenti
discriminatori, oppressivi e violenti verso le donne e le loro fasi
naturali.
Passività e incoscienza indotte da farmaci o ribellione?
Il conflitto è inevitabile, considerando però che una satira spietata sia
la migliore lettura della realtà.
“InsanaMente Mia” nasce da una riflessione collettiva su un tema di
genere, la patologizzazione e la medicalizzazione della vita e delle
fasi naturali della donna da parte della psichiatria, da sempre
strumento di controllo e di gestione della diversità, del disagio e
dell’incompatibilità sociale.
Dalla volontà di comunicare attraverso il teatro, di mettere in scena la
nostra rabbia con i nostri corpi – che risentono della minaccia
psichiatrica tanto quanto le nostre menti – è nato il Progetto Zena, un
collettivo teatrale che da un anno lavora su questo tema, attraverso
l’orizzontalità e la condivisione.
Le donne hanno da sempre vissuto sulla propria pelle i meccanismi di un
sistema che le voleva normalizzate, pena una spietata esclusione e
repressione, che in passato portò ai processi alle streghe, ma che anche
oggi prevede accettazione, segregazione e contenzione, sia fisica che
farmacologica.
Alle donne viene chiesto di essere figlie esemplari, mogli, madri, nonne,
lavoratrici precarie in casa e fuori casa, oggetti del desiderio
maschile ma anche depositarie della più austera morigeratezza! La
mancata corrispondenza a modelli e ruoli imposti le rende prede della
psichiatria, che con le sue diagnosi e “cure” nega loro la possibilità
e la libertà di essere semplicemente se stesse: donne libere ed
autodeterminate nelle scelte che riguardano i propri corpi, le loro
identità e diversità.
Oggi più che mai la donna viene avviluppata nella ragnatela psichiatrica,
proprio in virtù di quelle che sono le fasi naturali della sua vita,
momenti di cambiamento e di crescita trasformati dalla medicina in
diagnosi, disturbi, psicosi (disturbo disforico premestruale,
depressione post-partum etc.)
per arricchire le casse delle multinazionali del farmaco, e, ancora una
volta, a causa del suo non- corrispondere, del suo essere non omologata
e improduttiva.
Le donne portate in scena sono incatenate nel meccanismo di produzione e
riproduzione sociale.
Anche loro non sono felici, ma si ribellano. Anche loro non accettano
modelli omologanti ed opprimenti, così come non accettano diagnosi e
terapie psichiatriche. Trovano forza ascoltandosi reciprocamente,
ritrovandosi e ribellandosi. Così come si ribellarono altre donne in
passato, messe sotto processo, legate alle corde del “curlo”,
torturate da aguzzini che tormentavano i loro corpi per
salvare le loro anime.
zone del silenzio : carcere rompere le gabbie !
CARCERE: ROMPERE LE GABBIE!
Le carceri italiane hanno poco da invidiare a paesi
come la Turchia, sono infatti tra le più affollate d’Europa, in alcune
regioni i detenuti sono il doppio del numero consentito, ogni mese
entrano circa 1000 detenuti,la stragrande maggioranza dei quali per
reati legati al possesso e spaccio di droga anche leggera, alla
immigrazione clandestina e a piccoli reati. La popolazione carceraria a
fine anno arrivarà dunque a 70 mila unità, a fronte di una capienza di
44mila posti. Il 50% dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di
giudizio e i dati del Ministero di grazia e Giustizia dicono che il 30%
di loro viene assolto al momento del processo. Il 40% dei detenuti ha
semplicemente violato le regole sancite dalla legge 3091990 meglio nota
come testo unico sulle droghe. In carcere ci sono quasi 27 mila detenuti
tossicodipendenti circa il 70% in più di quelli ricoverati in strutture
terapeutiche. I detenuti migranti non possono per lo più beneficiare
degli arresti domiciliari perché non hanno un posto dove andare, sono
privi di legami affettivi stabili e di supporti esterni (famiglia,
lavoro, legami sociali). Ben 13 mila detenuti immigrati sono colpevoli
solo di non avere rispettato l’ordine del questore di lasciare il
territorio nazionale, il loro reato risiede nella loro stessa esistenza
sociale . Ed è bene sapere che il detenuto che trascorre la pena in
carcere ha buona possibilità di tornare dietro le sbarre (il 68%) al
contrario di chi invece beneficia di misure alternative (meno del 27%
torna in carcere), ciò a dimostrare l’inutilità del carcere se non per
riprodurre le condizioni stesse della propria legittimazione
securitaria.
Allora questi pochi dati ci consentono di dire con
assoluta certezza che a nelle carceri italiane c’è un alto numero di
detenuti innocenti e quelli colpevoli in buona parte dovrebbero
beneficiare di misure alternative al carcere se esistesse una
legislazione e uno stato di diritto degne di questo nome e non legate
all’emergenza, alla carcerazione preventiva, alla ferocia securitaria
che sottrae risorse alla scuola e al sociale per investirli in apparati
repressivi, militari e di controllo sociale. L’Italia è stata condannata
per trattamenti degradanti e inumani, l’Italia non ha sottoscritto la
convenzione internazionale contro la tortura, è ormai drammatica
l’emergenza umanitaria e sanitaria, malattie come la scabbia, l’epatite,
la stessa Tbc sono diffusissime negli istituti di pena. La situazione
delle carceri è insostenibile come si evince dalle sempre più numerose
denunce di maltrattamenti, di pestaggi che arrivano ai garanti dei
detenuti e a quei legali che si occupano di queste tematiche.
A questo
punto , se vogliamo affrontare la tematica carceraria bisogna partire da
una lotta per l’ abrogazione delle leggi vergognose che alimentano la
detenzione e al contempo creano un clima sociale irrespirabile. Ci
chiediamo se la Bossi fini, la Fini Giovanardi e la Cirielli che
insaprisce le pene e ai recidivi e impedisce l’accesso a misure
alternative al carcere, come la semilibertà i permessi o l’affidamento
in prova, non siano leggi da abolire (come anche quegli aspetti
dell’ordinamento penitenziario vedi l’art.4 bis) e contro le quali
aprire una campagna politica che inchiodi la classe politica
all’assunzione di precise responsabilità. Ci chiediamo se non valga la
pena di partire dal carcere per una battaglia contro il testo unico
sulle droghe, per la eliminazione del reato di clandestinità e di
mancata ottemperanza all’ordine di espulsione, la costruzione di
percorsi terapeutici da un lato e di reinserimento sociale dall’altro,
tempi celeri per i processi che certo non potranno essere ottenuti con
una macchina giudiziaria sulla quale pesano come macigni le decisioni ad
personam del Presidente del Consiglio e del Ministro Alfano. Sarebbe
ragionevole una riforma seria del Codice Penale italiano, in buona parte
fermo ancora agli anni “30 della dittatura (vedi la configurazione dei
reati associativi e di pericolo presunto) che si concluda con una
Amnistia riequilibratrice. Sono questi solo alcuni esempi di come
trasformare la questione carceraria in battaglia politica perché la
soluzione non sia la riproposizione delle logiche securitarie, la
edificazione di nuovi carceri o delle chiatte galleggianti.
Occuparsi
oggi di carcere significa non solo aiutare il detenuto e seguire il tema
specifico di cui nessuno piu’ si occupa, vuol dire rimettere in
discussione legislazioni, modelli sociali e culturali ormai trasversali
al sistema politico. E da qui riparte la campagna no carcere, perché le
zone del silenzio si trasformino in proposta e azione politica.
ZONE DEL SILENZIO -PISA-
ZONEDELSILENZIO@AUTISTICI.ORG
ZONE DEL SILENZIO: il decreto “svuotacarceri” ennesima bufala del Governo
Il decreto “svuotacarceri”, ennesima bufala del Governo.
Roma14/12 : repressione, arresti, prigione contro la contestazione sociale.
Da giovedì 23 dicembre entrerà in vigore la legge 199\2010, impropriamente soprannominata come
“svuotacarceri” che permetterà ai detenuti ai quali mancano pochi mesi al fine pena (fino a 12
mesi) di usufruire degli arresti domiciliari. Dati alla mano sono circa 9600 i detenuti che
potrebbero beneficiare dei domiciliari, a fronte di una popolazione carceraria che a fine anno
sforerebbe il record storico di 70 mila unità, a fronte di una capienza massima non superiore ai
44 mila posti.
Ma non lasciamoci ingannare da questo provvedimento che varrà fino al 2013, data in cui
dovrebbero essere pronte nuove carceri, nuovo business di ferro e cemento sottratto tra l’altro
ad ogni controllo democratico, e spesso oggetto di scambio tra le istituzioni ed interessi in
teoria assai distanti da esse. Nella realtà, e fuori dalla propaganda governativa, moltissimi tra i
detenuti che rientrano nelle categorie idonee per tale provvedimento, non potranno in pratica
beneficiare di esso perché privi di residenza, e non potranno nemmeno passare questo anno
nelle strutture di assistenza ed accoglienza che sono già al collasso, colpite dai tagli del
governo nazionale e dai tagli regionali. Quanti saranno allora i detenuti immigrati o
tossicodipendenti che pur avendo la possibilità della misura alternativa al carcere non avranno
famiglia o struttura per riceverli? Il provvedimento non si applica poi ai cosiddetti delinquenti
abituali, alla reiterazione di piccoli reati (legati alla detenzione e al piccolo spaccio, o al
mancato rispetto delle normative in fatto di immigrazione clandestina e non ottemperanza
all’ordine di lasciare l’Italia); le misure alternative alla detenzione non valgono neppure per i
reati inscirtti nell’art.4 bis dell’ordinamento penitenziario (vedi i reati associativi e di natura
politico ideologica, e i reati di piazza come quello di “devastazione”, ai quali viene chiesta in
cambio, secondo una logica mercantilistica, la collaborazione con lo Stato). Insomma, manca
un percorso serio e credibile di reinserimento dei detenuti nel tessuto civile e sociale, non ci
sono i soldi per i centri di accoglienza e di recupero e il governo ha, in modo assolutamente
irresponsabile e criminogeno, tagliato i fondi destinati agli sgravi fiscali per la occupazione e la
assunzione di detenuti ed ex detenuti (col che risulta assai complesso a chi rientra nei giusti
termini, poter usufruire delle misure previste, come l’art.21 ovvero il lavoro esterno al carcere
che potrebbe invece essere ampliato come strumento di reinserimento e di alleggerimento).
L’aumento della popolazione detenuta non è tra le altre cose frutto di un presunto aumento
della cd criminalità, essa è frutto delle leggi con le quali si amministra il Paese da qualche
anno.
La nostra classe politica, e neppure la cd opposizione pare differenziarsi in questo, è come
imbrigliata nelle maglie e nelle gabbie che essa stessa ha costruito: questo uniforme
giustizialismo e sicuritarismo che pervade la nostra società e di cui le leggi vergogna
sull’immigrazione, sul possesso di sostanze psicotrope anche leggere, il concetto che ogni
emergenza e dialettica sociale vada affrontata con la forza della repressione e del carcere
(come accaduto per la Manifestazione di Roma), rappresentano ciò da cui smarcarsi per
costruire un progetto di cambiamento e di alternativa all’attuale stato di cose.
Zone del silenzio, anche per queste ragioni, invita ad essere presenti
davanti al carcere don Bosco nella mattinata di Sabato dalle ore 11
per ricordare che le festività natalizie in carcere non sono mai una festa ma una privazione degli
affetti, dei diritti e della stessa dignità umana; il carcere è un luogo di sofferenza e di illegalità di
Stato, una terra di nessuno dove regna la rabbia, la disperazione, l’abbandono dei detenuti e degli
stessi operatori dentro questa gigantesca discarica sociale.
Chiediamo: la liberazione immediata di tutti i presi, denunciati e arrestati, durante la
Manifestazione nazionale del 14 a Roma in difesa della Scuola Pubblica,
che ai prigionieri sia tutelata e garantita la incolumità psico-fisica.
Invitiamo tutte le realtà cittadine a
e a costruire insieme, nei prossimi giorni, un’iniziativa unitaria a livello cittadino.
zonedelsilenzio
zonedelsilenzio@autistici.org
ZONE DEL SILENZIO
*Z O N E D E L S I L E N Z I O*
Articolo 21 ha promosso una raccolta di firme per chiedere la trasmissione
sui canali Rai del film su Federico Aldovrandi e dello spettacolo teatrale
dedicato a Stefano Cucchi.
Immaginiamo l’effetto che potrebbe avere la visione di questi spettacoli su
un pubblico assuefatto all’ordinaria violenza del potere, su un pubblico che
ogni giorno subisce la disinformazione, il disimpegno, la propaganda di
regime.
Immaginiamoci se una di queste sere, al posto di Emilio Fede o Minzolini, si
potesse ascoltare l’intervista ai migranti detenuti in un C.I.E, se al posto
della Lega e del gran capo, invece, mandassero in onda le testimonianze dei
tossicodipendenti per i quali non esistono strutture di recupero (ma solo
carcere). Pensiamo se per un giorno dessero voce e parola ai prigionieri
senza scampo, gli esclusi da ogni possibilità alternativa al carcere, agli
ergastolani per sempre: quelli per cui non vale neppure l’inapplicato e
formale richiamo ai principi della Costituzione e dovranno passare ogni
attimo della propria esistenza, fino alla morte, dietro le sbarre.
Immaginiamoci non la Marcegaglia o Sacconi, ma un operaio metalmeccanico che
racconta della schiavitù salariale oppure uno studente universitario, un
precario che raccontano di come la Gelmini sta cancellando ogni residuo
spazio per una istruzione pubblica degna di questo nome..….
Se non vi siete ancora stancati, potremmo pensare ad un faccia a faccia tra
le madri delle vittime carcerarie e il Ministro della IN-giustizia Alfano, o
ascoltare le testimonianze dei pacifisti incarcerati e torturati a Bolzaneto
durante il G8 di Genova 2001, una tortura negata fino all’inverosimile dal
Ministro di allora, il leghista Castelli. Se media e TV si occupassero di
questo forse la coscienza civile del Paese sarebbe un tantino piu’ elevata
delle esortazioni piramidali alla prostituzione fisica ed intellettuale,
sarebbe un sogno! Ma attenzione: il vostro risveglio potrebbe essere
traumatico, e nascerebbe in molti un’irresistibile bisogno di *Resistenza**
*a tanto sfacelo. Il disagio sarebbe grande ripiombando nelle zone del
silenzio, nelle praterie dell’oblio dove sono condannati a vivere migranti,
lavoratori, detenuti, insomma tutti coloro che subiscono ogni giorno i
soprusi di un sistema basato sullo sfruttamento, sull’annientamento
psicofisico, sulla schiavitù dei salariati, sul dominio delle istituzioni
totali e sullo strapotere, spesso extralegale, di pochi.
Zone del silenzio è un cartello di associazioni e realtà cittadine che si
occupa da un anno a questa parte di istituzioni totali, di informare e
denunciare le condizioni in cui vivono i detenuti, i migranti, i ricoverati
negli ospedali psichiatrici e nella vergogna dei reparti psichiatrico
giudiziari. Noi siamo le zecche, come alcuni gendarmi dell’Arma dei
carabinieri definirono Carlo Giuliani, calpestandone il corpo martoriato
sopra il quale era passata una jeep, zecche da calpestare e sopprimere. Ma
come tutti gli insetti siamo insidiosi, non ci accontentiamo delle verità
preconfezionate, vogliamo conoscere, discutere, agire, informare e
contro-informare.
*Non siamo giustizialisti*, non ci piace chi pensa di costruire carceri e
riaprire manicomi per combattere il crescente disagio sociale e la miseria;
è il proibizionismo, le leggi xenofobe e razziste che hanno costruito una
società dove i diritti individuali e collettivi sono sempre meno presenti. *Per
noi la Giustizia è prima di tutto sociale. *
Basterebbe leggere i dati dei libri bianchi sulle leggi in materia di
immigrazione o di tossicodipendenza per capire che la criminalizzazione e il
proibizionismo hanno portato solo al carcere, alla repressione, a leggi
liberticide, al peggioramento delle condizioni di vita fuori e dentro gli
istituti di pena.
I detenuti sopravivono oggi in condizioni disumane ed impossibili, siamo
ormai a quota settantamila internati, ma rispetto agli anni settanta pochi
sono coloro che fuori dalle sbarre operano in termini solidali. La
solidarietà, che puo’ rinascere dalle lotte e nei movimenti, per il potere
deve essere cancellata perché rende più forti gli sfruttati, li unisce, li
organizza, fa loro prendere coscienza della propria condizione e del modo di
superarla costruendo un mondo differente.
Chi ha ucciso nell’esercizio di un potere conferitogli dallo Stato è a piede
libero, anzi continua ad operare in apparati e forze di sicurezza, chi ha
torturato a Genova e Bolzaneto ha perfino fatto carriera, insignito di onori
e cariche prestigiose. I padroni che non hanno rispettato le condizioni di
sicurezza causando morti nei luoghi di lavoro sono a piede libero, a loro
favore è intervenuto più di un Governo, depenalizzando reati o creando una
immunità o un sistema di protezioni non concesse certamente ad altri, chi si
ribella merita solo aggravanti. Depistaggi, occultamenti, false prove non si
trovano solo nel processo Aldrovandi, sono una costante nella giustizia
italiana.
Abbiamo un sistema giudiziario che negli anni non ha mosso foglia contro le
leggi dell’emergenza, la legislazione speciale che avrebbe dovuto servire
come misura di emergenza e che una volta finita la stagione di piombo è
rimasta al suo posto. Su queste premesse, condivise e sostenute in maniera
bipartizan dalla *classe politica* italiana, la degenerazione autoritaria
ha trovato terreno fertile. Che altro dire poi di tutta quella legislazione
che va cancellando la fine pena e condanna all’ergastolo detenuti senza
alcuna possibilità di recupero, condannati a vivere nelle carceri senza
alcuna alternativa? E, per finire, la barbarie dei padiglioni 41 Bis e AS-1
dove si pratica la tortura scientifica dell’isolamento e della privazione da
ogni attività umana gratificante, delizie queste riservate in maniera
particolare ai condannati o sospettati per motivi politici.
Quello che ci separa e ci distingue da quanti invocano giustizia
sic-et-simpliciter è la ricerca non di una verità che lasci inalterato il
sistema economico e sociale dominante, esaurendosi dentro l’aula di un
tribunale. Noi vogliamo una verità costruita sulla solidarietà attiva con
gli sfruttati, per questo ci siamo chiamati *Zone del silenzio **, *perché
il nostro obiettivo è aprire una breccia, costruire un percorso di
liberazione, di lotta e di emancipazione.
Per questo siamo qui, perché nessuno sia piu’ solo a subire ingiustizie e
soprusi, per squarciare il muro di menzogna, di odio, di disumanità che
accompagna questa società. Per urlare in faccia al mondo le mille verità
scomode e nascoste.
Zone del Silenzio -Pisa-
zonedelsilenzio@autistici.org
4-5 dicembre: 2 giorni sul e contro il carcere a vicopisano
Palazzo Pretorio di Vicopisano:*
*Sabato 4, ore 16,00*
Presentazione del libro “condannato perché nacque”
(edizioni Ets), a cura di Lorenzo Carletti, prefazione di massimo Carlotto. *
Intervengono:
Antonella Gioli (storica dell’arte, Università di Pisa)
Paolo Pezzino (storico, Università di Pisa)
Massimo Cervelli (Regione Toscana)
Fabio Bacci (Assessore alla cultura, Comune di Vicopisano).
Domenica 5 dicembre 2010, ore 16:00
INCONTRO a Cura di Zone del Silenzio:
IL CARCERE IERI E OGGI:
TRA AUTORITARISMO E CONTROLLO SOCIALE
proiezione film “E’ STATO MORTO UN RAGAZZO” c/o cinema arsenale
giovedì 2 dicembre 2010
c/o il cinema ARSENALE
vicolo scaramucci 4 PISA
la biblioteca FRANCO SERANTINI
e ZONE DEL SILENZIO
presentano:
E’ STATO MORTO UN RAGAZZO di F.Vendemmiati
film-documentario sull’uccisione di Federico Aldrovandi
ore 20
ingresso 3 euro
Il film racconta i fatti accertati e i misteri che li avvolgono, il processo e i suoi numerosi colpi di scena, tentando di fornire una spiegazione verosimile dell’accaduto proprio a partire da quegli interrogativi rimasti insoluti.
È una storia che tocca da vicino i problemi del sistema dell’informazione e della giustizia, con la violenza delle istituzioni e il diritto alla giustizia dei cittadini.
Una storia diversa ma tragicamente simile a quella che nel 1972 portò alla tragica morte di Franco Serantini nella nostra città.
InsanaMente Mia
azione teatrale del progetto Zena, in collaborazione con il collettivo antipsichiatrico antonin artaud
domenica 28 novembre 2010
ore 19.30 apericena
ore 21.00 spettacolo
7 euro
Per info e prenotazioni zena.lab@email.it
3280254173
C/O circolo arci Cep via Boccherini 14 Pisa
COMUNICATO STAMPA DEL TELEFONO VIOLA DI MILANO
TELEFONO VIOLA DI MILANO – CONTRO GLI ABUSI DELLA PSICHIATRIA
Via tei Transiti 28 Tel. 022846009
LA CONTENZIONE FISICA IN OSPEDALE
DOPO L’SPDC DELL’OSPEDALE DI VALLO DI LUCANIA
E DOPO L’SPDC DELL’OSPEDALE SANTISSIMA TRINITÀ DI CAGLIARI
LO SCANDALO DEI REPARTI PSICHIATRICI DELL’OSPEDALE DI NIGUARDA
Nella maggior parte dei reparti di psichiatria degli ospedali italiani anche dopo la legge 180 è
rimasta l’usanza manicomiale di legare i ricoverati al loro letto.
Le agghiaccianti immagini in diretta della morte di Francesco Mastrogiovanni, morto legato ad un
letto di contenzione nell’Ospedale di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009, e la morte di Giuseppe
Casu, avvenuta il 22 giugno 2006, quando anch’egli era legato ad un letto di contenzione
dell’Ospedale Santissima Trinità di Cagliari, e di cui in questi mesi si sta celebrando il processo,
sono una testimonianza dell’orrore a cui può arrivare la pratica della coercizione nei trattamenti
psichiatrici.
Anche negli SPDC (Sevizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) dell’Ospedale di Niguarda si usa
legare i ricoverati al loro letto ed imporre terapie farmacologiche non accettate.
Il Telefono Viola di Milano è in grado di denunciare pubblicamente alcuni gravissimi abusi
avvenuti in questi ultimi anni nei reparti di Psichiatria 1 e Psichiatria 3 (Grossoni 1 e Grossoni 3).
Al reparto di Psichiatria 2 (Grossoni 2), inoltre, il primario e la grande maggioranza degli psichiatri
del reparto hanno portato avanti una iniziativa collettiva contro l’unica psichiatra che privilegi il
rapporto umano e fiduciario con i pazienti e sia contraria alle contenzioni fisiche. L’iniziativa è
culminata nella sospensione della D.sa Nicoletta Calchi da parte del Consiglio di Disciplina
dell’Ospedale. Tale sospensione ha dato luogo ad una delle più clamorose e imponenti proteste di
pazienti dell’intera storia dell’Azienda Ospedaliera di Niguarda Ca’ Granda e dell’intera
Lombardia: ben 112 suoi pazienti, insieme ad altre centinaia di persone, hanno firmato una lettera in
cui chiedono il rispetto dei principi della legge180 all’interno dei reparti psichiatrici di Niguarda ed
il reintegro pieno nelle sue funzioni della loro psichiatra di fiducia.
Legare i ricoverati al loro letto è una forma di tortura che non ha alcuna giustificazione ammissibile.
Parafrasando “1984” di Gorge Orwell (Il fine della tortura è la tortura ) possiamo ben dire che:
il fine della contenzione fisica è la contenzione fisica.
Telefono Viola di Milano: per informazioni tel. 333 463 7025



