giovedì 13 ottobre: APPELLO MOBILITAZIONE a ROMA in OCCASIONE dell’INCONTRO dell’OMS sulla SALUTE MENTALE

  • September 12, 2022 9:53 pm

IL CAPITALISMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

Una buona salute mentale consente alle persone di lavorare in modo produttivo e di realizzare appieno il proprio potenziale. Al contrario, una cattiva salute mentale interferisce con la capacità di lavorare, studiare e apprendere nuove competenze. Essa ostacola i risultati scolastici dei bambini e può avere un impatto sulle prospettive occupazionali future. I ricercatori stimano che solo a causa della depressione e dell’ansia si perdono ogni anno 12 miliardi di giorni lavorativi produttivi, per un costo di quasi 1.000 miliardi di dollari. Questo dato comprende i giorni persi per assenteismo, presenzialismo (quando si va al lavoro ma non si lavora) e turnover del personale.” (World mental Health report. Tranforming mental health for all; Cap. 4.3.2 Economic Benefits; OMS 2022).

Il 13 e 14 ottobre 2022 si terrà a Roma l’incontro internazionale promosso dall’OMS (Organizzazone Mondiale della Sanità) in cui si presenterà il World Mental Health Report.

È in questa occasione che nasce la chiamata a scendere in piazza a Roma Giovedì 13 Ottobre.

OCCUPARSI DELLE CAUSE NON GENERA PROFITTO

La gestione sanitaria dell’emergenza pandemica ha evidenziato una totale assenza di interventi diretti ad approfondire le cause che l’hanno determinata, occupandosi esclusivamente dei sintomi. Focalizzare l’attenzione sulla ricerca delle cause avrebbe significato inevitabilmente attuare una radicale trasformazione delle politiche sociali, economiche, ambientali, sanitarie, relazionali. Troppo costoso e quindi, poco produttivo. La psichiatria funziona con le stesse modalità: al presentarsi di una crisi non vengono prese in considerazione le cause che l’hanno determinata, la persona viene espropriata della possibilità di esprimere i propri significati e di autodeterminarsi attraverso un potere del tutto arbitrario il cui interesse non é affatto quello dichiarato della cura, ma piuttosto la progressiva medicalizzazione e cronicizzazione della crisi.
Lo Stato in questi due anni si è comportato allo stesso modo: in nome di una presunta irresponsabilità collettiva ha imposto le sue direttive dall’alto imponendosi come organo iper-razionale, una mente che ‘decide’ e sovradetermina il ‘corpo’ sociale, che in quanto ‘corpo’ è ad esso subordinato secondo un dualismo riduzionista para-psichiatrico appunto. Lo Stato e i suoi tecnici hanno valutato lo ‘stato di necessità’ secondo le leggi dell’economia, e gestito l’emergenza/crisi con la contenzione – l’esproprio della salute – esattamente come avviene in psichiatria. Allo stesso modo si è imposto un trattamento farmacologico col ricatto, impedendo alle persone di esprimere il proprio consenso, assicurando l’immediato introito per Big Pharma e lasciando solo chi ha subito le conseguenze sulla propria salute degli effetti collaterali del vaccino.

PER LA LIBERTÀ DI SCELTA CONTRO L’OBBLIGO DI CURA

L’attuale prassi nelle istituzioni psichiatriche prevede l’assunzione obbligatoria di psicofarmaci che a lungo termine risultano il più delle volte essere dannosi e invalidanti. La progressiva cronicizzazione della sofferenza è funzionale da un lato alla presa in carico a vita dall’altro al profitto delle multinazionali del farmaco.
La parola della persona non viene presa in considerazione o addirittura giudicata come sintomo della malattia, mentre vivere in una società fondata sulla prestazione e l’individualismo, la solitudine e l’assenza di una dimensione comunitaria sembra cosa del tutto normale. Si interviene sui sintomi categorizzandoli come espressione di “malattia mentale” ricorrendo ai TSO, alla contenzione fisica, meccanica e farmacologica. Nei CIM i colloqui sono troppo brevi e non c’è nessuna possibilità di essere ascoltatз o di esprimere dubbi e difficoltà.
Crediamo che rivendicare il diritto ad avere parola e ad autodeterminarsi significhi anche riappropriarsi delle proprie esperienze, delle difficoltà, della sofferenza e della molteplicità di modi per affrontarla. Siamo convintз che ci siano persone, tra coloro che operano all’interno delle strutture sanitarie, che si rifiutano di essere complici di questo sistema di oppressione e che preferiscono slegare piuttosto che contenere, ascoltare piuttosto che mettere a tacere con i farmaci, essere solidali con chi si sottrae alle logiche di competizione. Sono loro che vorremmo al nostro fianco.

TECNOLOGIE E DIGITALIZZAZIONE: LA RELAZIONE NEGATA

Si parla di “salute mentale digitale”, un processo che strumentalizza le retoriche dell’innovazione, dell’accessibilità e dell’inclusione, introducendo invece forme sempre più specializzate di controllo, disciplinamento ed esclusione. Una “salute” sempre più delegata al dispositivo tecnico, costruita intorno alle esigenze del mercato dell’industria tecnologica e all’inesorabile sottrazione di reali spazi di soggettivazione, autodeterminazione e solidarietà dal basso.

CONTRO IL PROIBIZIONISMO PER LA RIDUZIONE DEL DANNO

C’è un’evidente contraddizione nei proclami dell’OMS, da un lato si promuove il consumo di sostanze “psicotrope” legali con effetti disastrosi, dall’altro si criminalizza l’autoconsumo di sostanze psicoattive. Al mondo un detenuto su cinque è in carcere per violazioni delle leggi sulle droghe. In Italia circa un terzo della popolazione detenuta è in carcere per questo motivo. Il proibizionismo non solo ha fallito, ma è esclusivamente funzionale al controllo sociale e a finanziare narco-mafie e narco-stati utili al riciclo e alla riproduzione del Capitale. E’ fondamentale dare voce allз consumatorз, attivando politiche dal basso improntate alla riduzione del danno e al consumo consapevole.

PER L’ABOLIZIONE DELLA CONTENZIONE E DELL’ELETTROSHOCK

Nonostante le belle parole dell’OMS nei reparti psichiatrici si continua a morire legati nei letti di contenzione. Continuano ad essere praticati dispositivi manicomiali e coercitivi come l’uso dell’elettroshock, l’obbligo di cura, la contenzione farmacologica, le porte chiuse, le grate alle finestre, le limitazioni e il controllo della libertà personale.

Non c’è salute nei CPR, nelle carceri, negli SPDC, luoghi di tortura e annientamento delle persone. Non c’è salute dove c’è violenza e discriminazione di genere, senza diritto effettivo all’aborto e supporto alla genitorialità. Non c’è salute nelle politiche economiche che finanziano armamenti e guerre, sottraendo risorse alla collettività e ai bisogni delle persone.

La salute che vogliamo si basa su percorsi di solidarietà, autogestione e mutualismo dal basso. E’ il frutto dell’interdipendenza tra corpi, condizioni sociali e ambientali.

Non si può garantire salute per tuttз, senza lavoro, scuola e università, spazi comuni e di socialità liberati dalle logiche del profitto neoliberista. Crediamo che non ci sia bisogno di uno Stato né di un’organizzazione Mondiale che si proponga di riorganizzare e che sovradetermini la nostra salute e le nostre vite. Siamo convintз che ritrovarsi, ricostruire delle relazioni e delle comunità, riprendersi strade e spazi, possa essere un primo passo per aprire un orizzonte nel quale dar vita a luoghi liberi dalle dinamiche individualistiche, di sfruttamento e mercificazione.

PRESIDIO COMUNICATIVO

Giovedì 13 ottobre alle ore 11.00 – Piazza del Risorgimento – Roma

INVITIAMO TUTT3 A PARTECIPARE!

Assemblea Antipsichiatrica

COMUNICAZIONE PAUSA ESTIVA

  • August 9, 2022 10:56 pm

Le attività del Collettivo Artaud verranno sospese per la prossima settimana. Il telefono resta attivo (335 7002669). Lo sportello d’ascolto antipsichiatrico e le assemblee settimanali riprenderanno da martedì 23 agosto. Per eventuali urgenze e per fissare eventuali incontri telefonateci al 335 7002669 oppure contattateci via mail a antipsichiatriapisa@inventati.org

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
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INTERVISTA A ROSSELLA MALUNE AVVOCATA DI ALICE E ANTONIO DI VITA

  • July 19, 2022 9:54 pm

Pubblichiamo l’intervista a Rossella Malune, avvocata di Antonio e Alice di Vita. L’intervista, a cura dell’ associazione Informare un’H, ricostruisce la storia di Alice e di suo padre Antonio che hanno dovuto e devono ancora fare i conti con le degenerazioni dell’istituto di Amministrazione di Sostegno e con molte altre forme di discriminazione sistemica che incidono pesantemente sulle loro vite.

Storia di Alice, un altro caso di cattiva applicazione dell’amministrazione di sostegno:

Gentilissima avvocata Malune, vuole presentarci Alice e suo padre Antonio?
«Alice è una giovane donna di 28 anni nata con un lieve-moderato ritardo mentale a cui all’età di 11 anni è stata diagnosticata un’epilessia tipo assenze, senza cerebropatia. All’età di 12 anni è stata affidata ai servizi sociali dal Tribunale dei minori, presso i quali è rimasta sino all’età di 18 anni a causa dei conflitti, allora esistenti, tra i genitori, come spesso accade alle coppie separate che si rivolgono ai servizi sociali. Per alcuni anni, divenuta maggiorenne, ha rifiutato di assumere con regolarità farmaci per l’epilessia e ha fatto uso di sostanze stupefacenti a partire dal 2014. In seguito ad un eccesivo uso di droghe, nel 2017, ha riportato un presunto arresto cardiorespiratorio che ha determinato un coma post-anossico, a cui sono residuati diversi esiti tra cui una insufficienza respiratoria trattata con tracheostomia. Tale situazione doveva essere temporanea in quanto all’epoca è stato riferito al padre, il signor Antonio Di Vita, che la cannula poteva essere rimossa, ma di fatto Alice porta tutt’ora la cannula tracheostomica.
Antonio Di Vita è un padre che si prende cura della figlia, che nutre un amore incondizionato verso di lei, che vuole essere partecipe della sua vita e vuole essere informato delle decisioni che riguardano la stessa al fine di tutelarla. Inoltre non si rassegna ad una condizione patologica della figlia ma è disposto a fare tutto il possibile per rendere migliore e più autonoma la vita di Alice. Soprattutto si batte affinché venga rispettata la volontà di Alice

La vicenda di Alice inizia nel 2017, a seguito di un presunto arresto cardiaco che ha comportato il suo ricovero presso il Reparto di Rianimazione del Careggi a Firenze, ed un successivo trasferimento prima all’Istituto Don Gnocchi, poi in altre strutture. Alice come ha vissuto l’esperienza dell’istituzionalizzazione e quali conseguenze ha avuto sulla sua salute?
«Alice è stata sradicata dal proprio contesto sociale, dal suo paese, dalle sue amicizie, dalla sua vita e pertanto non può aver vissuto serenamente questa orribile esperienza durata anni. Infatti è stata trasferita da una struttura all’altra. Tali luoghi sono utilizzati, frequentati solo da persone disabili e spesso è negata ogni iterazione con l’esterno, infatti nel caso specifico di Alice sono state addirittura negate le visite del padre, per alcuni periodi, per non parlare del divieto di frequentazione da parte degli amici. Per cui Alice ora è traumatizzata dall’idea di ritornare in una struttura, che vive come un incubo. Inoltre non è stata sufficientemente assistita dal punto di vista della salute, non sono stata fatte le visite mediche e i doverosi controlli al fine di migliorare la sua condizione.»

Antonio ha raccontato che mentre era ospitata preso l’Istituto Don Gnocchi di Firenze, Alice veniva legata al letto o alla sedia, veniva imbottita di psicofarmaci, e presentava infezioni e piaghe conseguenti alle cattive condizioni igieniche. Ci sono state delle verifiche riguardo all’uso della contenzione ed agli aspetti igienico-sanitari?
«Purtroppo non è stato fatto niente e il padre non è stato ascoltato. Il signor Di Vita in quel periodo ha presentato degli esposti alla procura di Firenze, ma che io sappia non vi sono stati controlli negli istituti.»

Mentre Alice era istituzionalizzata il suo fratellastro ha proposto che le venisse affiancato un amministratore di sostegno. Da allora ne sono stati nominati diversi. In che misura è stata presa in considerazione la volontà di Alice e di suo padre riguardo a queste nomine?
«Occorre precisare che Alice Di Vita è una ragazza non in grado di provve­dere ai propri interessi perché versa in stato di disabilità, ma non è tout court inca­pace, nel senso che è in grado di esprimere i propri desideri, è in grado di riferire su quello che è accaduto nel suo passato, è in grado di comprendere le domande che le vengono poste e di dare risposte adeguate e opportune, e soprattutto è in grado di esprimere il  proprio dissenso per una collocazione in istituto mentre esprime il desiderio di abitare con il padre. Alice Di Vita ha il diritto di scegliere dove, come e con chi vivere nonostante la disabilità, di essere una persona attiva e decidere per la propria vita in quanto libero individuo. Il Giudice Tutelare dovrebbe tener conto dei desideri e delle preferenze di Alice, nel rispetto della nostra Costituzione e delle norme sovranazionali, in particolare della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Purtroppo però non viene ascoltata e nonostante abbia espresso chiaramente il suo disagio nei confronti dell’attuale amministratore di sostegno, nonché, tramite la sottoscritta, abbia espresso in un suo scritto tale disapprovazione, il Giudice ad oggi non ha disposto una sua audizione.
Il signor Di Vita è un padre che non si rassegna, esprime le proprie opinioni e contestazioni, ma tutto questo viene visto dalla Istituzioni come una “mancanza di collaborazione” o come “comportamento oppositivo”. Il padre, giustamente, vuole solo essere presente per la figlia e a suo modo tutelarla. Il padre da voce ad Alice e mette in risalto la sua volontà, vuole migliorare le condizioni di vita e di salute di Alice nel rispetto della sua volontà. Ma purtroppo nonostante ci siano state decine di istanze e richieste, abbiamo sempre avuto grosse difficoltà ad essere ascoltati.
Non mi risulta sia stato richiesto il parere di Alice e del Padre sulla nomina dei vari amministratori di sostegno.»

Come descriverebbe il rapporto di Alice con i diversi amministratori di sostegno che si sono succeduti? E le interazioni con i Giudici Tutelari?
«La funzione dell’amministratore di sostegno è sostanzialmente quella di supportare la beneficiaria, pertanto ha il dovere di prendersi cura dell’amministrata. Il dovere di supportare richiede che vengano ascoltati i bisogni e le aspirazioni dell’amministrato, come afferma il codice civile, nonché che l’amministratore informi l’amministrato delle iniziative che intende prendere e che provveda a comunicare al Giudice il suo eventuale dissenso. Tutto questo non c’è e non c’è mai stato. L’amministratore di sostegno non parla con Alice. Ed anche quando era collocata in istituto non vi era comunicazione con Alice. Ultimamente la giovane donna si agita e non vuole vederlo perché ha paura di Lui, teme che venga ricondotta in una struttura e per questo, nel suo modo di ragionare, vuole evitarlo.
L’amministratore di sostegno dovrebbe aiutare Alice a curarsi nel modo migliore ma non imporre il luogo in cui stare. Per quanto mi è stato riferito anche i precedenti amministratori non prendevano in considerazione la volontà di Alice.
Una o due volte da quando è stato aperto il procedimento è stata sentita dal Giudice Tutelare, tendenzialmente si prendono in esame le relazioni dei servizi sociali senza ascoltare la volontà diretta di Alice.»

Nonostante Antonio non abbia mai avuto precedenti penali, né problemi con la giustizia o perizie psichiatriche negative, e nonostante Alice abbia innumerevoli volte manifestato la volontà di vivere con lui, per un certo periodo gli è stato impedito di vedere sua figlia, e non è stato preso in considerazione nella nomina ad amministratore di sostegno. Sono state date delle spiegazioni in merito?
«Nessuna spiegazione reale ed esaustiva. In generale viene giustificato con la relazione dei servizi sociali riguardo alla conflittualità genitoriale, quando in realtà non è una situazione attuale e in ogni caso i genitori non vivono insieme, per cui non ha alcuna rilevanza, inoltre si dà credito al giudizio, sempre dei servizi sociali, di inadeguatezza in rapporto ai bisogni della ragazza (per entrambi i genitori). Purtroppo non vi è un buon rapporto con l’amministratore di sostegno per cui il signor Di Vita viene descritto diversamente da come è realmente. Sono state fatte tantissime illazioni senza prova alcuna, senza contradditorio e senza rispetto dei suoi diritti. Inoltre vi è stata alcuni anni fa una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) su Alice in cui sul signor Di Vita è stato espresso un giudizio di “personalità paranoide e narcisistica” (un parere, tra l’altro, non richiesto nel quesito del Giudice) e questo viene utilizzato in negativo. In realtà le perizie psichiatriche che sono state fatte su Di Vita, per mia richiesta, negano tale condizione.»

Lei è riuscita a ottenere che da gennaio 2021 Alice fosse trasferita dapprima presso l’abitazione di sua madre a Montevarchi (Arezzo), con la quale però Alice non ha un buon rapporto, ed in seguito (nell’agosto 2021) presso l’abitazione di Antonio, nello stesso Comune. Può illustrarci brevemente questi passaggi e quali criticità persistono tuttora?
«Abbiamo fatto innumerevoli istanze e utilizzato il periodo emergenziale per porre il problema al Giudice, in quanto Alice, essendo una ragazza potatrice di cannula trachestomica, era soggetta ad un rischio maggiore nella struttura piuttosto che a casa. Con l’intervento anche del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e del Difensore civico della Toscana, i quali hanno scritto più volte all’amministratore di sostegno per porre delle domande sui rischi concreti di Alice, siamo riusciti a ottenere una collocazione provvisoria nella casa materna. La madre aveva all’epoca preso una casa in affitto vicino al padre, a Montevarchi, e di comune accordo abbiamo proposto tale collocazione e l’abbiamo ottenuta. Successivamente la madre di Alice non ha potuto prendersi cura di lei e ha chiesto l’intervento del padre, anche perché Alice ripetutamente chiedeva di essere portata da lui; di fatto con l’accordo dell’amministratore di sostegno è stata trasferita a casa del padre. Ma purtroppo ad oggi non abbiamo un provvedimento ufficiale di collocazione presso il padre e persistono delle problematiche in quanto, come detto sopra, Alice rifiuta di vedere l’amministratore di sostegno. Alice è seguita dal padre che si prende cura di lei, la porta ai controlli medici, assume i farmaci prescritti (è migliorata notevolmente sia nell’aspetto estetico che nella postura), tutto a sue spese, senza ricevere alcun aiuto economico nonostante Alice percepisca una pensione di invalidità e un’indennità di accompagnamento, ovviamente amministrata dall’amministratore di sostegno. Per fare un esempio, quando era in struttura e dalla madre neppure camminava più, ora è in grado di andare in bicicletta da sola, mangia da sola, esegue dei compiti semplici in casa, etc.
In generale quando un figlio maggiorenne è portatore di handicap di particolare gravità ha bisogno (e diritto) di frequentazioni, visite e rapporti significativi con i parenti, ha diritto ad uno speciale accudimento e cure particolari, continuative e permanenti da parte dei genitori. Cure non sempre delegabili, sotto il profilo dell’impegno e dell’attenzione esternata, a soggetti terzi.  Nello specifico Alice ha bisogno di tali cure e frequentazioni e il signor Di Vita ha dimostrato che con il suo impegno e la sua assistenza Alice è migliorata.
Ora è necessario ottenere un provvedimento di collocazione presso la casa paterna e una sostituzione dell’amministratore di sostegno a favore del padre. Purtroppo l’attuale amministratore di sostegno non è dello stesso avviso e si oppone a tali richieste

Lei ha presentato una richiesta volta a far sostituire l’attuale amministrazione di sostegno con il padre di Alice. Finalmente il 23 giugno scorso il Giudice Tutelare ha preso in considerazione questa richiesta ed ha nominato un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) preposto a valutare le capacità genitoriali di Antonio. L’udienza per il conferimento dell’incarico è stata fissata per il prossimo ottobre. Siamo vicini alla soluzione della vicenda o ci sono altri aspetti da risolvere?
«La logica e la giustizia dovrebbero portare ad una soluzione con collocazione di Alice presso il padre e la sostituzione dell’amministratore di sostegno, ma purtroppo per esperienza non posso permettermi di pensare che tutto sia risolto in quanto ci sono i servizi sociali e l’attuale amministratore di sostegno che non sono dello stesso avviso e si oppongono a tale soluzione. Inoltre Alice essendo un soggetto fragile, portatrice di cannula tracheostomica, ha necessità di maggiori cure e tale condizione viene utilizzata per impedire la collocazione domiciliare. Tale problematica dovrebbe essere risolta dal fatto che in undici mesi il padre non ha avuto nessun problema con la cura di Alice, al contrario di quanto accaduto in struttura, però dobbiamo aspettare la consulenza tecnica d’ufficio e la decisione del Giudice. Inoltre un aspetto ancora più importante è quello di far fare ad Alice tutti i controlli per una possibile eliminazione della cannula trachestomica, in tanti anni di istituzionalizzazione non è stato fatto nulla per migliorare le condizioni di Alice, nonostante entrambi i genitori chiedessero interventi in tal senso.
Solo ultimamente vi è stato un intervento a Cesena, quando Alice era già fuori dalla struttura, ma non ha portato ad un esito positivo. È necessario continuare e non fermarsi come sostenuto dal direttore del reparto dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatra dell’Ospedale Bufalini di Cesena, il quale esorta a rivolgersi ad altri centri con diverse tipologie di intervento.»

Nella sua vicenda Alice si è vista negare molti dei diritti riconosciuti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009). Tra le violazioni più vistose vi è il fatto di non aver alcuna voce in capitolo nelle decisioni che riguardano la sua vita (art. 12), il non poter scegliere dove e con chi vivere (art. 19), una tracheotomia che doveva essere temporanea immotivatamente protratta per anni (art. 25). A suo giudizio, com’è stato possibile?
«Credo che la ragione sia da ricercare nel fatto che in gran parte la Convenzione ONU, nonostante la ratifica del 2009, in Italia non sia sufficientemente conosciuta. Inoltre le decisioni politiche troppo spesso non si occupano della disabilità, che di fatto viene trascurata. È necessario far comprendere che se la Convezione ONU venisse realmente attuata darebbe maggiore dignità e sosterrebbe i diritti delle persone disabili, che non sono diversi da quelli delle altre persone. Probabilmente la soluzione è proprio quella di fare informazione tramite le Associazioni che si occupano di queste problematiche, dare voce alle persone e alle loro testimonianze, nonché creare una rete tra queste Associazioni che pongono il problema e in tal modo farsi sentire e ottenere maggiori soluzioni.»

 

ASSEMBLEA MERCOLEDì 6 LUGLIO

  • July 3, 2022 10:56 pm

Vi informiamo che l’ASSEMBLEA del Collettivo Artaud per questa settimana si terrà MERCOLEDì 6 LUGLIO  dalle 21:30 c/o S.A. NEWROZ in via Garibaldi 72 a Pisa

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669

LA PROSSIMA ASSEMBLEA e il Prossimo SPORTELLO D’ASCOLTO ci saranno LUNEDì 27 GIUGNO

  • June 21, 2022 10:29 pm

Vi informiamo che lo SPORTELLO D’ASCOLTO ANTIPSICHIATRICO e la prossima ASSEMBLEA previsti per martedì 28 giugno non avranno luogo. Lo SPORTELLO e l’ASSEMBLEA si terranno, solo per la prossima settimana, lunedì 27 giugno allo stesso orario. Lo SPORTELLO ci sarà dalle ore 15:30 alle 18:30 presso la nostra sede in via San Lorenzo 38 e l’ASSEMBLEA dalle 21:30 c/o S.A. NEWROZ in via Garibaldi 72 a Pisa

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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MILANO sab 11 e dom 12 Giugno: CONTATTO

  • June 8, 2022 10:26 pm

Brigata Basaglia Milano organizza CONTATTO una due giorni per parlare di pratiche di resistenza e liberazione per la “salute mentale”.

Domenica 12 giugno parteciperemo, come Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, al dibattito VIOLENZA DI STATO -tavola rotonda su carcere e psichiatria insieme al Collettivo Senzanumero, Comitato verità e giustizia per i morti del Sant’Anna di Modena, Antigone, Casa del Popolo di Pavia, Atacama, Luca Sterchele, Elisa Mauri, Red International en defensa del popolo Mapuche

per info: brigatabasaglia.org

LIVORNO sab11 GIUGNO LOCANDINA presentazione “LA GUERRA CHE FINGIAMO NON CI SIA”

  • June 5, 2022 10:42 pm

LIVORNO SABATO 11 GIUGNO c/o TEATRO OFFICINA REFUGIO in via Scali del Refugio 8 alle ore 18 il Teatro Officina Refugio e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presentano:

LA GUERRA CHE FINGIAMO NON CI SIA” di Maria Rita Prette edizioni sensibili alle foglie sarà presente l’autrice

Dal capitolo La guerra sta arrivando:

In questa guerra che fingiamo non ci sia possiamo intravedere anche un confronto degli Stati dotati di bombe atomiche per il controllo del territorio. Se l’Iraq, la ex-Iugoslavia e l’Afghanistan sono stati palestinizzati dagli eserciti occidentali senza incontrare una resistenza da parte di altre potenze nucleari, stiamo vedendo che, per esempio, sulla pelle dei siriani sembra essersi innescato un gioco che ricorda quel confronto militare “per interposta persona” che ha caratterizzato il conflitto Usa-Urss nel dopoguerra. Certo il confronto attuale ha poco a che vedere con la Guerra fredda. L’Urss non esiste più e la maggioranza dei Paesi del Patto di Varsavia è oggi allineata nella Nato a guida statunitense. Tuttavia la Russia resta una potenza nucleare che, al pari della Cina, non intende (né può) essere palestinizzata. 

Per questo alle guerre a carattere neo-coloniale e razzista, a cui ci hanno abituato gli Stati occidentali in questi ultimi trent’anni, di tanto in tanto si affiancano allarmi su possibili inneschi di scontri che potrebbero assumere anche un carattere nucleare, nell’area del Pacifico come su suolo europeo. Una dimensione che evoca guerre meno asimmetriche di quelle a cui stiamo assistendo, più propriamente interne a quello che storicamente si è definito come un capitalismo a vocazione imperiale, che quindi si espande e tende a fagocitare tutto ciò che trova sul suo cammino. Riguardo alla tensione presente fra gli Stati Uniti e la Russia si dirà perciò che si tratta di uno scontro tra forze imperialiste e borghesie nazionaliste,180 ma si potrebbe anche vedervi un conflitto tra potenze nucleari di tipo imperialista, per garantirsi ciascuna zone d’influenza. (Anche la Cina e la Russia sono interessate all’Africa, dopotutto).

Quel che interessa qui è portare l’attenzione sul fatto che le potenze nucleari non possono essere “palestinizzate” come si fa ormai tranquillamente con gli Stati meno organizzati industrialmente e militarmente, e che non dispongono di bombe atomiche. Sembra pertanto utile gettare uno sguardo su queste tensioni intra-capitalistiche. 

«Negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno alimentato la corsa agli armamenti nucleari, cercando di acquisire un netto vantaggio strategico sulla Russia. Ciò viene confermato dalla stessa Federazione degli scienziati americani: per mezzo di rivoluzionarie tecnologie, gli Stati Uniti hanno triplicato la capacità distruttiva dei loro missili balistici da attacco nucleare. Allo stesso tempo […] hanno schierato un sistema globale di “difesa missilistica” per neutralizzare la capacità russa di rispondere a un first strike [il cosiddetto “primo colpo”] nucleare. Sulla scia dell’espansione della Nato a Est, hanno installato siti missilistici in Romania e in Polonia, mentre altri sistemi di lancio (di missili non solo intercettori ma anche da attacco nucleare) sono su diciotto navi da guerra dislocate in aree vicine al territorio russo».

LIVORNO sab 11/06 presentazione di “LA GUERRA CHE FINGIAMO NON CI SIA” c/o Teatro Officina REFUGIO

  • June 1, 2022 11:07 pm

LIVORNO SABATO 11 GIUGNO c/o TEATRO OFFICINA REFUGIO in via Scali del Refugio 8 alle ore 18

il Teatro Officina Refugio e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presentano:

LA GUERRA CHE FINGIAMO NON CI SIA” di Maria Rita Prette edizioni sensibili alle foglie

sarà presente l’autrice

Un’istituzione che si è nominata in modi diversi e che si avvale di strumenti tecnologici così avanzati da permettere, per la prima volta nella storia dell’umanità, di sedere in una stanza simile alle sale per videogiochi, e con un clic uccidere persone dall’altra parte del pianeta. Un’istituzione che, privatizzandosi, si è trasformata in un’attività produttiva e commerciale, e in quanto tale viene alimentata, esportata e resa permanente. Contemporaneamente i corpi delle persone in carne ed ossa che sotto le bombe perdono ogni giorno la vita vengono rimossi dalla coscienza collettiva, come se non facessero parte della specie umana. Gettare uno sguardo sui dispositivi di queste nuove forme della guerra può rendere i cittadini maggiormente consapevoli delle scelte che i governi e gli Stati stanno facendo in loro nome. E forse, chissà, indurli a smettere di fingere che questa guerra non ci sia. Un libro che analizza le nuove forme delle guerre – dai droni ai contractor, dai soldati potenziati alla cyberwar – a cui l’Italia ha partecipato negli ultimi trent’anni, intravede i rischi di un confronto militare su suolo europeo e porta l’attenzione sui dispositivi, quanto mai attuali, della propaganda per costruire nell’opinione pubblica una cultura della guerra.

Teatro Officina Refugio e Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

INTERVISTA a RADIO BLACKOUT sull’ENNESIMA MORTE PER CONTENZIONE MECCANICA in REPARTO PSICHIATRICO

  • May 26, 2022 10:44 pm

Sotto il link per sentire l’intervista che abbiamo fatto a Radio BlackOut, come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, per parlare dell’ennesima morte per contenzione meccanica avvenuta il 7 maggio 2002 in un reparto psichiatrico a Monterotondo (Roma).

L’uomo, italiano di 36 anni, era ricoverato da alcuni giorni in SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e proveniva da una comunità terapeutica privata e accreditata, la Reverie di Capena; sembra non fosse in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Al momento della sua morte era legato e sembra che fosse stato anche sedato, due condizioni che possono indurre la morte.

L’intervista inizia al minuto 48.

https://radioblackout.org/podcast/tutta-n-ata-storia-del-17-5-2022/

“IL ROVESCIO DELLA GUERRA. Psichiatria militare e “terapia elettrica” durante il Primo conflitto mondiale”

  • May 22, 2022 10:35 pm

È uscito “IL ROVESCIO DELLA GUERRA. Psichiatria militare e “terapia elettrica” durante il Primo conflitto mondiale” di Marco Rossi edizioni Malamente. Con una prefazione del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud. Sotto il link, la sinossi del libro e la nostra prefazione.

https://edizionimalamente.it/catalogo/il-rovescio-della-guerra/

La Prima guerra mondiale, con le sue dimensioni estreme, vide l’irruzione massiva di feriti “dentro”, invalidi con corpi apparentemente integri: per la psichiatria fu uno sterminato campo di studio e sperimentazione. Nella convinzione che per curare la mente bisognasse intervenire con forza sul corpo, le pratiche messe in atto contemplavano un vero catalogo di supplizi, compresa la cosiddetta terapia elettrica, intesa sia come strumento di cura per le nevrosi di guerra che come mezzo per smascherare i simulatori. D’altra parte, ogni soldato sofferente era visto e trattato come un presunto simulatore, quindi come un traditore della patria; specularmente, ogni insubordinato era guardato alla stregua di un malato di mente. L’orizzonte della cura si andò così perdendo, oscurato dall’ideologia nazionalista e dal militarismo. Il rovescio della guerra restituisce alla memoria a lungo negata gli orrori subiti dai soldati al fronte e nei manicomi: carne da macello sacrificata per gli affari del capitale. Allora come oggi, per molti di questi sopravvissuti più sensibili o fragili – vincitori o vinti – non resta che una vita da “scemi di guerra”.

Generale, l’uomo fa di tutto.

Può volare e può uccidere.

Ma ha un difetto: può pensare.

(B. Brecht)

Continua la collaborazione con Marco Rossi, di cui da tempo apprezziamo il lavoro di indagine storica. In questa sua ricerca – avviata assieme – ricostruisce come durante la Prima guerra mondiale, quindi prima dell’invenzione dell’elettroshock, la corrente elettrica fosse stata già utilizzata sui soldati degli eserciti europei «per il trattamento delle nevrosi di guerra, oltre che per smascherare presunti simulatori». Siamo quindi di fronte alla prima affermazione, sul piano psichiatrico, della corrente elettrica come strumento di “cura” e disciplinamento. Durante il Primo conflitto mondiale migliaia di persone furono internate nei manicomi. La psichiatria militare rifiutava però di riconoscere nella guerra la causa delle psiconevrosi dei soldati, che erano considerate effetti collaterali che si manifestavano in individui “predisposti”. Al periodo bellico e all’uso della corrente Al periodo bellico e all’uso della corrente faradica sui soldati, seguiranno gli anni della sperimentazione di nuove terapie da shock consistenti nell’infliggere volontariamente un trauma, ritenendo che il controllo e la gestione dello shock così provocato potesse portare a risultati terapeutici. Nei manicomi, nelle cliniche psichiatriche universitarie e religiose, così come successivamente nei lager, si perfeziona l’induzione di stati di incoscienza con l’utilizzo delle più svariate sostanze e procedure. Dal 1917 al 1935 si introducono in psichiatria la malarioterapia, la «cura del sonno a permanenza» tramite iniezione ciclica di barbiturici, lo shock insulinico e la terapia convulsiva mediante iniezioni di Cardiazol. Ma è nel 1938 che la corrente elettrica si insedia ufficialmente tra gli strumenti di “cura” psichiatrici; a Roma, Cerletti sperimenta, prima sui maiali e poi sulle persone, l’ultima delle terapie da shock: l’elettroshock. Nonostante la brutalità di tali pratiche, tanto il coma insulinico come la convulsione da Cardiazol si diffusero immediatamente. Lo stesso avvenne poi per l’elettroshock, tuttora utilizzato e largamente praticato nel mondo e anche in Italia, dove sono sedici i centri, fra pubblici e privati, in cui viene utilizzata su circa trecento persone l’anno la cosiddetta terapia elettroconvulsivante (TEC).1 Dolore e terrore erano nei primi decenni del Novecento parte fondamentale delle pratiche psichiatriche di investigazione e recupero; ma ancora oggi queste non hanno mutato la loro essenza violenta e si manifestano attraverso la coercizione, l’obbligo di cura, la contenzione meccanica e farmacologica. Il Disturbo da stress post traumatico (PTSD) è un concetto che è stato sviluppato in un contesto di guerra per descrivere l’esperienza del soldato. Si è evoluto in vari modi attraverso la «sindrome cardiaca del soldato», la «nevrosi da spavento», lo «shock da granata» e la «stanchezza in battaglia». Negli anni Settanta, il dsm iii (il Manuale statistico e diagnostico, terza revisione) ridefiniva il ptsd per tener conto delle reazioni dei veterani della guerra in Vietnam.2 Oggi è considerato come la possibile risposta di un soggetto a un evento critico abnorme (terremoti, incendi, nubifragi, attentati, azioni belliche, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, etc.). Al ptsd si risponde con trattamenti psico-farmacologici dagli esiti spesso letali. Tra i soldati statunitensi in Afghanistan, sono più quelli che si suicidano una volta ritornati a casa (a volte dopo aver sterminato anche la famiglia), che quelli morti in combattimento.3 Analogamente, in Ucraina tra i reduci di guerra è stato segnalato un aumento di psicofarmaci del 170%. Con la stessa diagnosi di ptsd e il medesimo trattamento vengono gestiti i traumi delle vittime civili: antidepressivi e antipsicotici nei campi profughi, negli hotspot, neiCIE (Centri di identificazione ed espulsione). Per le donne kurde yazide disperate per la perdita di figli e parenti, si aprono le porte dei manicomi turchi. Simile dramma viene vissuto dai bambini palestinesi della striscia di Gaza, costretti a vivere fin dalla nascita in quella prigione a cielo aperto su cui le multinazionali delle armi sperimentano sempre nuovi ordigni. Il 90% di loro soffre di disturbi psicologici; purtroppo molte fra le tante ONG(Organizzazioni non governative) occidentali che operano nella striscia si limitano a importare tout court diagnosi e cure farmacologiche come da DSM v. Un orribile quanto reale paradosso che rivela, oggi come allora, l’inganno e la strategia che vi stanno dietro: curare il sintomo, cioè la persona “disturbata”, piuttosto che intervenire sulle reali cause del disturbo, cioè la guerra, l’occupazione militare, i bombardamenti, l’embargo, la fame, la chiusura delle frontiere e le disuguaglianze sociali. Negli odierni conflitti, come in quelli del secolo scorso, non si è mai cessato di usare e di osservare i soldati come cavie per sperimentare gli effetti di nuove sostanze utili da un lato a potenziare l’efficacia del combattente, dall’altro a ridurre lo stress e l’eventuale “rimorso” che ciascun essere umano prova nell’uccidere un suo simile. Per tale scopo vengono assunte le cosiddette go pills prima di azioni di guerra di lunga durata e le no go pills prescritte al ritorno da tali azioni per “resettare” la propria coscienza e “normalizzare” la propria vita.4 In tutte le nazioni, da sempre, l’industria militare riceve enormi finanziamenti che le permettono di anticipare e utilizzare le nuove scoperte scientifiche di almeno un decennio rispetto al successivo utilizzo civile. È un trend tanto più pernicioso con l’avvento dell’era cibernetica e del capitalismo digitale. Le nuove strategie militari prevedono non solo l’utilizzo di sostanze psicoalteranti, ma anche di esoscheletri che aumentano le prestazioni fisiche del soldato e l’applicazione al corpo di personal status monitor che dovrebbero consentire, attraverso l’utilizzazione di tecnologie di neuro imaging di visualizzare regioni del cervello in modo da guidare i processi cognitivi e decisionali. L’assunzione, da remoto, del controllo di un soldato è già resa possibile, per esempio, dai caschi che vengono fatti indossare ai piloti dei caccia f35. Il comando giunge in automatico al pilota senza essere avvertito, perché utilizza sensori e arriva direttamente al cervello tramite il casco. 5Anche per tutto ciò la psichiatria militare riveste un ruolo sempre più importante e ha avuto un grande incremento: le odierne imprese militari comportano l’utilizzo di stuoli di psichiatri al seguito delle truppe. Un segnale allarmante di come una disciplina medica, basata da sempre su esami diagnostici inesistenti, stia sempre più allargando i suoi confini. Guerre, controllo psichiatrico mascherato da intervento umanitario e business delle multinazionali del farmaco, sono un pericoloso mix che dovrebbe renderci più vigili su ciò che il futuro prossimo sembra riservarci. Il rovescio della guerra ha il grande pregio di restituire alla memoria – a lungo negata – gli orrori subiti dai soldati al fronte e nei manicomi: carne da macello sacrificata per gli affari del Capitale. Allora come oggi, per molti dei sopravvissuti più sensibili o fragili (vincitori o vinti), una vita da “scemi di guerra”.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

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Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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Note:

1 Gianna Milano, In Italia si usa l’elettroshock su 300 persone, 24 ago. 2017<https://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/24/news-in-italia-300-malati-vengono-curati-con-l-elettroshock-1.308370>

2 Cfr. Samah Jabr, Sumud. Resistere all’oppressione, Roma, Sensibili alle Foglie, 2021

3 Cfr. Afghanistan: morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312), 18 ago. 2021, <https://www.peacelink.it/conflitti/a/48700.html>.

4 Cfr. Alessandro De Pascale, Guerra & droga, Roma, Castelvecchi, 2017

5 Cfr. Renato Curcio, Identità cibernetiche, Roma, Sensibili alle foglie, 2020.