SAB 28 GIUGNO LABORATORIO ESPRESSIVO GLOBALITA’ DEI LINGUAGGI
PERCORSI ESPRESSIVI DI AUTO AIUTO NELLA GLOBALITA’ DEI LINGUAGGI
SABATO 28 GIUGNO ORE 10
c/o lo Spazio di Documentazione del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
in via S.Lorenzo 38 a Pisa
il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud promuove una serie di incontri espressivi di auto aiuto nella Globalità dei Linguaggi e nella trasformazione dei 4 elementi.
In modo da esprimere le proprie emozioni e i propri stati d’animo attraverso forme artistiche, in modo da condividere stati emotivi che possono rappresentare delle barriere personali e sociali.
Il laboratorio ha il fine di avviare percorsi di autoconoscenza ed autoconsapevolezza, in cui i membri del gruppo possono relazionarsi tra loro in maniera paritaria, senza schemi gerarchici, attraverso la condivisione delle esperienze con il gruppo e nel gruppo, una condivisione libera in un ambiente non giudicante.
per adesioni, info e contatti:
335 7002669
antipsichiatriapisa@inventati.org
PONTEDERA GIOVEDì 12 GIUGNO presentazione “ELETTROSHOCK” c/o centro Poliedro
PONTEDERA giovedì 12 giugno
c/o Centro Poliedro piazza Berlinguer
ore 21 presentazione del libro
“ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive
e i racconti di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Edizioni Sensibili Alle Foglie.
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
ELETTROSHOCK? STACCHIAMO LA SPINA!!
ELETTROSHOCK? STACCHIAMO LA SPINA!!
Negli ultimi anni è aumentato in Italia l’uso dell’elettroshock per i pazienti psichiatrici, ad oggi in Italia i presidi sanitari che praticano l’elettroshock sono 91 tra cliniche pubbliche e private; dieci anni fa erano 9. Nel 2008, un gruppo di psichiatri convinti sostenitori dei benefici della TEC rivolsero una petizione al Ministero della Salute affinché si aprisse «almeno» un istituto per la somministrazione dell’elettroshock per ogni milione di abitanti. Visto che le strutture che oggi eseguono la TEC sono novantuno, ora esiste un presidio attrezzato per effettuarla per ogni 500.000 abitanti. Ovvero il doppio dell’obiettivo che voleva essere raggiunto.
All’interno delle strutture sanitarie vengano fatte campagne di screening preventivi finalizzate all’incentivazione di tale terapia soprattutto per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum dove la TEC viene addirittura proposta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio o volontario che impieghi gli psicofarmaci.
Le modifiche nel trattamento (anestesia totale e farmaci miorilassanti che impediscono le contrazioni muscolari, in precedenza diffuse a tutto il corpo con la conseguente rottura di denti ed ossa) riescono solo a camuffare gli effetti esteriori dell’operazione rendendola forse più ammissibile da un punto di vista estetico, ma non cambiandone la sostanza: una scarica di corrente elettrica costante di 0,9 ampere sui lobi frontali o sull’emisfero cerebrale non dominante -TEC monolaterale- che provoca un’intensa crisi convulsiva durante la quale il cervello aumenta il suo metabolismo, il flusso e la pressione sanguigna. Tutto questo provoca un danneggiamento alla barriera emato-encefalica (la barriera di protezione contro le sostanze nocive) e all’equilibrio biochimico del nostro cervello (viene inibita la sintesi delle proteine e di RNA e aumenta notevolmente il livello di neuro-trasmettitori e di alcuni enzimi).
A seguito del trattamento si riscontrano molti e gravissimi effetti collaterali, quali gravi e ampie perdite di memoria, la rottura di vasi sanguigni cerebrali (micro emorragie cerebrali), regressione della capacità discorsiva, persistenti emicranie, problemi cardio-circolatori e riduzione della massa cerebrale (atrofia cerebrale).
La terapia elettroconvulsivante viene portata avanti da psichiatri di impronta organicista che, con i loro metodi autoritari, invasivi ed offensivi della dignità umana, compromettono seriamente la salute di milioni di persone, prima prescrivendo farmaci e poi, quando questi non producono nel paziente i risultati sperati, o meglio, quando non si sa più che pesci prendere, suggerendo l’elettroshock, che giova alla “cura” della depressione e della tristezza nella misura in cui provoca vuoti di memoria, apatia e demenza.
L’elettroshock è l’unico trattamento delle shock terapie, che prevede come cura una grave crisi convulsiva, mai dichiarato obsoleto. Anzi, si è cercato di modernizzarlo, sin dai primi anni.
È proprio relativamente all’attuale e globalizzato panorama d’impiego dell’elettroshock, poco trasparente e condiviso, che continuiamo a porci domande come queste:
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non
viene dichiarato superato dalla storia?
È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione?
Durante la sua applicazione pratica, si sta ancora immettendo corrente elettrica verso il cervello di un proprio simile oppure si effettua un intervento equiparato ad ogni altra operazione chirurgica peraltro senza usare bisturi? Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?
La validità scientifica del metodo ancora oggi non è provata e i meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G.B.Cassano, Manuale di Psichiatria).
Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una tortura, una disumana violenza e un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche della psichiatria come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio), l’elettroshock è un esempio se non l’icona della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
GIOVEDI 12 GIUGNO 2014
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
“ ELETTROSHOCK.
La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute.”
EDIZIONI SENSIBILI ALLE FOGLIE
ORE 21 CENTRO POLIEDRO
PIAZZA BERLINGUER
PONTEDERA
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
335 7002669
OPPORSI AL TSO SI PUO’ E SI DEVE !
riceviamo e volentieri pubblichiamo, su richiesta dell’autore,
il suo racconto dell’esperienza vissuta in un reparto di psichiatria.
OPPORSI AL TRATTATAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO SI PUO’ E SI DEVE
di Valerio Citi
La mia disavventura con la psichiatria comincia un maledetto giorno di dicembre del 2013 quando, su forte insistenza di un parente che lavora presso la struttura ospedaliera della mia città e ha molta confidenza con i medici psichiatri di reparto, mi viene praticato un Tso del tutto ingiustificato, basato solo sul mio stato di evidente ebrezza e nulla di più. Io commetto un enorme errore che mi rovinerà l’esistenza: accettare con remissione senza oppormi. Il Tso mi viene addirittura ridotto da 7 giorni, come prevede la normativa, a soli 4, perché anche gli psichiatri sanno che dopo averci dormito su una sbronza passa e quindi era del tutto assurdo continuare a tenermi con la coercizione nel reparto. Questo però crea un annoso precedente che nei mesi successivi mi costerà molto caro.
Nella vita ho avuto due grandi disgrazie: avere entrambi i genitori malati di mente (secondo chi decide i criteri di tale patologia) e di aver cercato rifugio, per le loro continue assenze per ricoveri lunghi anche anni, nell’alcool. I miei ricordi d’infanzia sono per lo più legati all’odore di “piscio e segatura” che sentivo quando mi portavano a trovarli, perché “stavano male”, in non – luoghi che a me incutevano una gran paura.
Dopo quel maledetto giorno di dicembre anche io sono finito in quei luoghi che per tanto tempo avevo cercato di dimenticare.
Sono seguiti alcuni Tsv, sempre su spinta di alcuni familiari, e quando mi sono accorto che su di me era calata una gabbia era troppo tardi. Oltre alla sindrome da dipendenza da alcol, durante l’ennesimo ricovero, mi è stata affibbiata la stessa identica diagnosi che avevano i miei genitori: “disturbo bipolare”. Nessun criterio scientifico, nessuna analisi approfondita del paziente, solo che ingenuamente quando mi veniva chiesta l’anamnesi familiare io rispondevo con sincerità. E dunque mi è stato fatto un “copia – incolla” dei miei incubi peggiori, stavo varcando quella soglia verso il buio, dalla quale nè mia madre nè mio padre sono mai tornati indietro.
La malattia mentale secondo questi medici si trasmette da genitore a figlio come le patologie genetiche, niente importa più.
Durante i miei ricoveri ho subito ed ho assistito a soprusi, umiliazioni, ricatti. Se fossi credente definirei i reparti di psichiatria qualcosa di molto simile all’inferno sulla terra.
Data la mia diagnosi sono stato trattato farmacologicamente di conseguenza: timo – regolatori (volgarmente detti “stabilizzatori dell’umore”, come se l’umore di una persona dovesse essere regolato chimicamente e non dal naturale evolversi della vita e delle esperienze personali) e ansiolitici da cui adesso sono dipendente. Alla mia ferma opposizione ad assumere Depakin (acido valproico) per i suoi devastanti effetti collaterali, che avevo già constato coi miei occhi sui miei genitori, ho subito dei ricatti psicologici e delle vassazioni che faccio fatica anche solo a raccontare.
Ho avuto la fortuna però di incontrare anche delle persone giuste, a fatica ero riuscito ad uscire da questa gabbia, riuscendo persino a farmi chiudere la cartella clinica presso i Centri di Salute Mentale sul territorio presso i quali, quando non sei recluso in reparto, ti devi presentare giornalmente come se fossi in libertà vigilita.
Mi è stato proposto il metodo Hudolin (dallo psichiatra croato Vladimir Hudolin che tanto lavorò a fianco di Basaglia e riuscì, almeno in parte, a scardinare i pregiudizi della psichiatria classica), un approccio ai problemi alcol – correlati che vede il paziente non come un malato da trattare farmacologicamente, ma come un individuo facente parte di una comunità familiare e multi – familiare, che deve solo cambiare il suo stile di vita nei confronti dell’alcool per potersi godere la vita come meglio crede.
Sono stato in Veneto in una struttura hudoliniana con assoluta politica delle “porte aperte” e ho ottenuto risultati sorprendenti. La mia vita stava ricominciando lontano da alcool e psichiatria.
Ma quel maledetto giorno di dicembre, ormai lontano nel tempo e nel ricordo, mi presenta il conto: mentre ero seduto sul divano a guardare la tv, l’amica che mi stava ospitando a casa mi porge un’ordinanza di Tso firmata poche ore prima. La mia colpa? Aver avuto una cosiddetta ricaduta (cioé aver assunto alcool dopo molti mesi d’astinenza) e, sempre ingenuamente, averlo comunicato al mio medico del Ser.T, di cui avevo profonda stima e affetto. Non ho mai compiuto un singolo atto violento in vita mia, neanche sotto l’effetto dell’alcool, la mia unica colpa come detto è stata quella di accettare passivamente che la “gabbia psichiatrica” calasse su di me, perché così pensavo di far stare sereni i miei familiari.
Ma questa volta ho detto no, non potevano farmi questo proprio nel momento in cui stavo riacquisendo serenità e la mia vita stava ricominciando. Una settimana recluso in reparto, per un dispetto di una psichiatra, mi avrebbe lasciato una ferita troppo grande da rimarginare.
Non ho aperto alle forze dell’ordine, ho cercato di contattare un legale, ma invano. Dopo tre ore di vero e proprio assedio, la polizia in tenuta anti – sommossa è riuscita a entrare nel privato della mia casa, devastando tutto il mio piccolo mondo. Sono stato portato via ammanettato dietro la schiena da una decina di energumeni, come il peggiore degli assassini. Tutto il quartiere e numerosi giornalisti lì fermi ad assistere a questa scena surreale.
La vicenda per sommi capi la trovate qui:
http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/05/25/news/parla-dopo-la-fuga-da-psichiatria-torno-e-denuncio-i-soprusi-1.9289372
Una volta rinchiuso in reparto, come da prassi, sono stato pesantemente sedato per via endovenosa e messo a tacere. Ma la mattina dopo ho avuto uno dei pochi colpi di fortuna che mi sono capitati nella vita: l’ago della flebo con cui mi stavano sedando era fuoriscito durante la notte e potevo così riacquisire lucidità e forza per camminare. All’ora del vitto mi sono diretto verso la porta che dà sul retro dove ci sono gli uffici medici e quindi a una porta antipanico che significa libertà. Come ribadito non sono mai stato un violento ma nei calci a piedi scalzi che ho dato a quella porta c’era la forza di tutte le persone che hanno subito un abuso simile e non lo hanno mai potuto denunciare. Al terzo calcio, con un frastuono che ha fatto tremare tutto il reparto, e la coscienza di chi aveva potuto permettere un tale abuso, la porta si è spalancata. Ho avuto l’istinto di scappare di corsa, ma me ne sono andato camminando, a testa alta, perché io non mi sentivo colpevole di niente.
Ho passato dei giorni tremendi, nascondendomi di giorno e andando in cerca di acqua e cibo la notte, i quotidiani locali dicevano che “era ricercato da tutte le forze dell’ordine il ragazzo in fuga che si era barricato in casa”. Ma presto gli amici e i parenti che mi conoscono per quello che sono, un ragazzo buono che ha avuto un sacco di avversità nella vita ma senza mai cagionare danno a nessuno, mi hanno contattato, il mio nome è comparso sul giornale. Non mi sentivo più solo. Mi ha chiamato il Collettivo Antipschiatrico Artaud. No, non ero affatto solo. Mi è stata espressa una solidarietà che mi ha commosso e mi ha dato la forza di portare avanti una battaglia. Non una semplice rivalsa personale ma una lotta per i diritti di tutti, costituzionalmente sanciti.
E’ stata messa su una raccolta fondi che mi ha permesso di rivolgermi a dei legali a cui la mia vicenda ha creato “una notevole crescita sia sul piano professionale che su quello umano”. L’opposizione, come prevede la normativa, all’ordinanza di Tso è stata depositata, ed ora ho piena fiducia nella giustizia. E questo è solo l’inizio.
Il sistema psichiatrico è una cosa talmente più grande di me che se ci rifletto su mi sembra una lotta contro i mulini a vento. Ma adesso sento il dovere di andare fino in fondo, fosse l’ultima cosa che faccio, perché opporsi al trattamento sanitario obbligatorio si può e si deve.
GENOVA: SAB 7 GIUGNO presentazione “ELETTROSHOCK” c/o casa occupata Pellicceria
GENOVA sabato 7 giugno
c/o Casa Occupata Pellicceria vico superiore di Pellicceria 1
ore 19 presentazione del libro
“ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive
e i racconti di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Edizioni Sensibili Alle Foglie.
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
MONZA: VEN 6 GIUGNO c/o FOA BOCCACCIO Serata ANTIPSICHIATRICA con PRESENTAZIONE DI “ELETTROSHOCK”
MONZA venerdì 6 giugno
c/ o FOA Boccaccio via Rosmini 11
ore 20 aperitivo e Pizza Benefit
a seguire:
presentazione del libro “ELETTROSHOCK.
La storia delle terapie elettroconvulsive
e i racconti di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Edizioni Sensibili Alle Foglie.
proiezione del video:
“NIENTE PER CASO”
sul caso Mastrogiovanni
a cura del collettivo antipsichiatrico di Bergamo
il TELEFONO VIOLA:
uno strumento contro gli abusi psichiatrici;
intervento sulle esperienze di Bergamo e Piacenza
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
CALENDARIO PRESENTAZIONI nel mese di GIUGNO 2014 del LIBRO “ELETTROSHOCK”
CALENDARIO PRESENTAZIONI nel mese di GIUGNO 2014 del LIBRO:
“ELETTROSHOCK” La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti
di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Edizioni Sensibili Alle Foglie.
MONZA
venerdì 6 giugno
c/ o FOA Boccaccio 003via Rosmini 11
ore 20 aperitivo e Pizza a seguire presentazione del libro
GENOVA
sabato 7 giugno
c/o Casa Occupata Pellicceria vico Pellicceria 1
ore 19:30 apericena a seguire presentazione del libro
PONTEDERA
giovedì 12 giugno
c/o Centro Poliedro piazza Berlinguer
ore 21 presentazione del libro
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
CANAPISA 2014: LA PSICHIATRIA RENDE LIBERI?
LA PSICHIATRIA RENDE LIBERI ?
Come collettivo antipsichiatrico contrastiamo la logica proibizionista che alimenta la medicalizzazione di massa e favorisce l’espandersi della psichiatria; motivo per cui
anche quest’anno partecipiamo alla manifestazione/ street parade antiproibizionista CANAPISA che si terrà a PISA SABATO 31 MAGGIO in piazza S. ANTONIO alle ore 16 portando le nostre istanze antipsichiatriche e ribadendo con forza il diritto a manifestare e ad esprimere le proprie opinioni.
Oggi l’istituzione psichiatrica continua ad essere uno strumento di esclusione e controllo, ed ha enormemente ampliato il suo bacino d’utenza aumentando di anno in anno il numero delle “malattie mentali” da curare, ossia dei comportamenti “devianti” da uniformare. Tra questi rientra il consumo di sostanze psicoattive, che, se in passato era considerato un vizio, un piacere, oggi diviene sintomo di un disagio da trattare con cure psichiatriche, trasformando un problema sociale in una questione sanitaria.
Negli ultimi anni a causa del decreto Fini-Giovanardi ed alle nuove proposte di legge in materia psichiatrica, si è rafforzato il legame proibizionismo-psichiatria ed i consumatori di sostanze illegali sono diventati merce per le multinazionali farmaceutiche e per l’industria del recupero e della riabilitazione sulla base di una doppia diagnosi che li vede “malati mentali” in quanto drogati e “drogati” a causa della loro “malattia mentale”.
Nonostante si dimostri proibizionista nei confronti di chi consuma volontariamente sostanze, la psichiatria diffonde sul mercato molecole psicoattive e somministra trattamenti farmacologici che, sono spesso introdotti coercitivamente nel corpo delle persone.
Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi e ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.
Siamo contro l’obbligo di cura, infatti non siamo a priori contro l’utilizzo di psicofarmaci ma pensiamo che spetti all’individuo deciderne in libertà e consapevolezza l’assunzione. Sentiamo pertanto l’esigenza di contrastare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le pratiche psichiatriche e di smascherare l’interesse economico che si cela dietro l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.
Il fine contenitivo di tali sostanze è evidente: la distribuzione di psicofarmaci è oramai prassi diffusa anche all’interno di altre istituzioni totali. Nei CIE (centri identificazione ed espulsione) gli psicofarmaci vengono spesso somministrati sia nascosti negli alimenti che forzatamente.
Le carceri italiane favoreggiano l’uso diffuso, abituale (tre volte al giorno) ed indiscriminato di sedativi, soprattutto benzodiazepine, per tenere a bada attraverso le cure psichiatriche i detenuti, che, pur non facendo uso di stupefacenti , vengono così indirizzati verso la psicofamacologia.
Invece di avere come fine primario la salute dei detenuti, i medici diffondono l’uso di psicofarmaci, che permette di controllare chimicamente l’umore, di lenire l’ansia della carcerazione. L’istituzione carceraria si serve della psichiatria per stemperare il conflitto, e garantirsi così un più semplice controllo della massa dei detenuti, costretti a subire gravi situazioni di degrado e sovraffollamento.
Ad oggi abbiamo circa 320 reparti psichiatrici, gli SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e oltre 3200 strutture psichiatriche residenziali e centri diurni sul territorio dove in molti casi si sono conservati i dispositivi e gli strumenti propri dei manicomi, quali il controllo del tempo, dei soldi, l’obbligo delle cure, il ricorso alla contenzione fisica. La riforma del sistema psichiatrico si è rivelata più verbale che materiale: ai cambiamenti formali non sono seguite differenze sostanziali delle condizioni di vita dei soggetti internati. Quello che è certo è che la “rivoluzione psichiatrica all’italiana” ha riguardato solo i luoghi della psichiatria, ma non i trattamenti e le logiche sottostanti.
La legge 180 (nota come legge Basaglia) ha chiuso i manicomi nel 1978 ma mantiene inalterato il principio di manicomialità, in base al quale chiunque può essere arbitrariamente etichettato come “malato mentale” e quindi rinchiuso.
Se l’articolo 32 della Costituzione garantisce il diritto alla libera scelta del luogo di cura e quindi la volontarietà degli accertamenti sanitari, con la legge 180 e la successiva 833/78 si stabiliscono dei casi in cui il ricovero può essere effettuato indipendentemente dalla volontà dell’individuo: è il caso del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e dell’ASO (accertamento sanitario obbligatorio). Se in teoria la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche necessarie per effettuare il TSO vengono aggirate, nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti vengono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e spesso seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti di cui gode il ricoverato. Diffusa è la pratica di mascherare tramite pressioni e ricatti, TSO con ricoveri volontari. Spesso il paziente viene trattenuto dopo lo scadere del TSO in regime di TSV (trattamento sanitario volontario) senza essere messo a conoscenza del fatto che può lasciare il reparto, oppure, persone che si recano in reparto in regime di TSV vengono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. L’ASO funziona come trampolino di lancio per portare la persona in reparto, dove verrà poi trattenuta in regime di TSV o TSO a seconda della propria accondiscendenza agli psichiatri. Per i pazienti ricoverati in TSO e considerati “agitati” si ricorre ancora al”isolamento e alla contenzione fisica, mentre i cocktails di farmaci somministrati mirano ad annullare la coscienza di sé della persona, a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere. Il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si può raggiungere durante una settimana di TSO ha pochi eguali, anche per il bombardamento chimico a cui si è sottoposti.
Negli ultimi anni è aumentato in Italia l’uso dell’elettroshock per i pazienti psichiatrici, ad oggi in Italia i presidi sanitari che praticano l’elettroshock sono 91 tra cliniche pubbliche e private. All’interno delle strutture sanitarie vengano fatte campagne di screening preventivi finalizzate all’incentivazione di tale terapia soprattutto per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum dove la TEC viene addirittura proposta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio o volontario che impieghi gli psicofarmaci. Ci teniamo a ribadire che l’elettroshock è una disumana violenza e un attacco all’integrità psicologica e culturale dell’individuo che lo subisce. Insieme ad altre comuni pratiche della psichiatria come il TSO , la contenzione fisica, la terapia elettroconvulsivante è un esempio della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria.
Il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud è un gruppo di persone che si propone di sviluppare e diffondere una cultura antipsichiatrica e di contrastare gli usi e gli abusi della psichiatria attraverso attività di ricerca e di divulgazione e offrendo ascolto, solidarietà e supporto legale alle vittime della psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud- Pisa
per info: antipsichiatriapisa@inventati.org / www.artaudpisa.noblogs.org /3357002669
VIAREGGIO: VEN 9 MAGGIO presentazione ELETTROSHOCK c/o SARS
VIAREGGIO venerdì 9 maggio
c/o SARS via del Balipedio (zona darsena, dietro le piscine)
alle ore 21:30 presentazione libro:
“ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive
e i racconti di chi le ha vissute.”
a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Edizioni Sensibili Alle Foglie.
per info:
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
INCONTRI AUTORGANIZATI DI ASCOLTO PROFONDO E LABORATORIO ESPRESSIVO
INCONTRI AUTORGANIZATI DI ASCOLTO PROFONDO E LABORATORIO ESPRESSIVO
il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud promuove una serie di incontri autorganizzati di Ascolto profondo e Laboratorio espressivo; in modo da esprimere le proprie emozioni e i propri stati d’animo attraverso forme artistiche, in modo da condividere stati emotivi che possono rappresentare delle barriere personali e sociali.
Ambedue i laboratori hanno il fine di avviare percorsi di autoconoscenza ed autoconsapevolezza, in cui i membri del gruppo possono relazionarsi tra loro in maniera paritaria, senza schemi gerarchici, attraverso la condivisione delle esperienze con il gruppo e nel gruppo, una condivisione libera in un ambiente non giudicante.
per adesioni, info e contatti scriveteci all’indirizzo email:
antipsichiatriapisa@inventati.org
