Giovedì, Giugno 12, 2008

Le nuove catene della psichiatria a 30 anni dalla Legge 180


 

Il collettivo Antonin Artaud è formato da un gruppo di persone che si propongono di sviluppare e di diffondere una cultura di critica e di contrasto agli usi e agli abusi  della psichiatria, attraverso attività di ricerca e di divulgazione,  e offrendo ascolto, solidarietà e supporto legale alle vittime della psichiatria.

Oggi, a 30 anni dall’entrata in vigore della riforma psichiatrica, che ha visto l’abolizione dei manicomi, ci troviamo ancora di fronte alla necessità di mettere in discussione i meccanismi coercitivi e di reclusione dell’istituzione psichiatrica.

La riforma legislativa si concretizza con la legge 180, chiamata legge Basaglia, nonostante lui stesso l’abbia in seguito criticata. Il contesto politico e culturale di quegli anni era vivace e in continuo fermento, i movimenti politici dal basso lottavano per la liberazione dell’individuo da catene e sbarre, da poteri istituzionali e dal controllo poliziesco e medico. Cresceva dunque il bisogno istituzionale di mettere un freno a queste spinte libertarie, necessità concretizzata con una legge che solo apparentemente ha abolito i meccanismi manicomiali e che si è rivelata più verbale che materiale, riguardando solo i luoghi della psichiatria, non i trattamenti e le logiche sottostanti.

Con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici si è verificata una trasformazione che ha visto sorgere capillarmente sul territorio tutta una serie di piccole strutture preposte all’accoglienza dei vecchi e nuovi utenti della psichiatria, quali case famiglia, Centri di Salute Mentale (CSM), centri diurni, reparti ospedalieri, comunità terapeutiche, ecc, all’interno dei quali continuano a perpetuarsi sia l’etichetta di “malato mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria. Si sono dunque conservati dispositivi e strumenti propri dei manicomi, quali la gestione del tempo quotidiano, dei soldi, l’obbligo delle cure e il ricorso alla contenzione fisica.

La legge Basaglia non ha intaccato il fenomeno dell’internamento, mantenendo inalterato il principio di manicomialità in base al quale chiunque può essere arbitrariamente etichettato come “malato mentale” e rinchiuso. Viene infatti definita la pratica del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) ossia la possibilità di veri e propri ricoveri coatti,  atti di violenza che rappresentano un grande trauma per chi li subisce. Insieme al bombardamento farmacologico, che mira ad annullare la coscienza della persona e a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere, per i pazienti considerati “agitati” si ricorre ancora all'isolamento e alla contenzione fisica.

Con la chiusura dei manicomi la psichiatria ha raggiunto più potere ed una migliore visibilità come scienza medica: essa è riuscita a sbarazzarsi di camicie di forza, sbarre, e letti di contenzione (quest’ultimi sono comunque tuttora presenti!) sostituendoli con cure massicce di psicofarmaci, di durata indeterminata e rese obbligatorie sotto il ricatto di un internamento attraverso il TSO.

Vogliamo infine manifestare il nostro dissenso verso coloro che in questi giorni hanno trovato il pretesto del trentennale della legge 180 per tesserne le lodi di “democraticità” e farsi belli agli occhi della comunità, ma che nel quotidiano non fanno altro che rafforzare il modello psichiatrico “manicomiale” vigente: coordinatori di Distretti di Salute Mentale, nei cui reparti chiusi i pazienti non possono uscire benché ne abbiano tutto il diritto o muoiono a vent’anni in circostanze del tutto sospette; associazioni e cooperative sociali che svolgono il proprio lavoro a fianco della psichiatria; insigni professori che esercitano pratiche disumane quali l’elettroshock, e che ultimamente ne promuovono una maggiore diffusione nel territorio.

Vogliamo invitare tutti alla nostra iniziativa per confrontarsi su questi argomenti.

 

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD - PISA

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